Primarie: se il compagno Oskar fa il dieci al compagno Fausto basta un venti

Trattandosi di Fausto Bertinotti, sembra la più compiuta delle nemesi: è sull’asse Roma – Berlino che s’inaugura questo fine settimana la più importante stagione politica dell’ultimo leader comunista italiano. Ieri Bertinotti ha lanciato ufficialmente a Roma la sua campagna per le primarie dell’Unione del 16 ottobre, alle quali parteciperà – ha spiegato lui – da candidato «concorrenziale e non alternativo a Prodi». Ma già oggi il segretario di Rifondazione comunista, in qualità di presidente del Partito della sinistra europea, è volato in Germania per benedire la chiusura di campagna del Linkspartei, la formazione della sinistra radicale tedesca frutto dell’alleanza tra il neonato partito dell’ex socialdemocratico Oskar Lafontaine e la Pds, sigla evolutiva dei comunisti della Ddr, il tutto condito da spezzoni di sinistra sindacale. E sbaglia chi pensa che la trasferta berlinese di Bertinotti sia solo un atto dovuto, data la carica ricoperta nel consesso della sinistra alternativa europea. L’interesse è diretto: con le elezioni di domenica in Germania si consuma infatti un pezzo importante della scommessa politica bertinottiana. Se il Linkspartei otterràun risultato significativo il leader del Prc potrà festeggiare l’esportazione di uno dei capisaldi della sua fertile produzione politologica: la nascita delle due sinistre – quella liberale e quella d’alternativa in competizione tra loro- anche nella culla della socialdemocrazia, cioè laddove – almeno da quando il corpo di Rosa Luxemburg fu gettato nel canale Landwehr a Berlino, e parliamo di qualche annetto fa – sembrava impossibile che alcunché potesse germogliare alla sinistra della Spd. Bertinotti ci crede e in testa, come molti analisti e osservatori della partita tedesca, ha anche un cifra: 10 per cento. Questo è, secondo l’ex sindacalista, il discrimine tra un semplice risultato positivo dei «compagni tedeschi» e la definitiva rivoluzione del quadro politico teutonico. Rivoluzione che Bertinotti è pronto a rivendicare in proprio, come già il no francese alla Costituzione europea, altro passaggio da lui interpretato in chiave di affermazione su scala continentale del modello delle «due sinistre».
Ma scavallato l’appuntamento elettorale in Germania, il subcomandante Fausto dovrà preoccuparsi, e non poco, di far sì che una delle due sinistre italiane, la sua, non prenda una bella botta dall’esito delle primarie unioniste. Perché è vero che Bertinotti è stato il primo a gettarsi nella mischia della consultazione voluta da Prodi, altrettanto vero che la sua campagna elettorale appare fresca e originale (e non s’è ancora commentato abbastanza il fatto che su tutto il materiale di propaganda – volantini, manifesti, opuscoli – sono del tutto sparite falce e martello), ma in definitiva è vero pure che sul risultato finale del leader comunista si sono create sulla sua perfor¬mance, specie nei media, aspettative eccessive, che potrebbero rimpicciolire risultati pur buoni. Per parlare in cifre, Bertinotti esulterebbe a braccia levate se ottenesse un 25 cento (che magari apparirà striminzito ai molti che considerano la performance pugliese di Nichi Vendola il giusto metro di paragone), ma il suo obiettivo reale è il doppio della coppia Lafontaine-Gysi, cioè il 20 per cento, che è poi il peso di Rifondazione dentro l’Unione (ma a maggior ragione in questo caso ci sarebbe chi parlerebbe di risultato al di sotto delle attese). Il vero problema è se Bertinotti dovesse scendere sotto la soglia del 20. Allora sì che non sarebbe più questione di asticella tropo alta, e la magra performance si tradurrebbe presto in una grana politica. La possibilità del flop c’è, inutile negarlo. Non certo per la concorrenza dei candidati minori o dell’improbabile candidata «senza volto» dei Disobbedienti, ammesso che alla fine corra davvero, quanto perché il buon esito delle primarie bertinottiane dipenderà in massima parte non dal voto militante ma da quello d’opinione, ovvero un elettorato che potrebbero facilmente optare – pur con tutta la simpatia o la stima verso il candidato più radicale – per il «voto utile» a Prodi.