Primarie, lista arcobaleno e l’unità possibile a sinistra

Due proposte sbagliate che dividono. Mentre la questione vera è il programma, o meglio
quei quattro o cinque punti che dovrebbero caratterizzare la presenza della sinistra nell’Unione

Il modo in cui si sta sviluppando la discussione sulle prospettive della sinistra mi sembra più un dibattito tra sordi che la ricerca vera di un confronto per compiere un decisivo balzo avanti nella costruzione della sinistra alternativa, o meglio di quella che mi sentirei di chiamare l’unità possibile.
Da un lato vi sono le preoccupazioni e le esigenze del Prc e di quella parte della sinistra alternativa (Folena e il resuscitato Occhetto), che nel momento in cui sostengono la candidatura di Bertinotti alle primarie, hanno concentrato tutto il lavoro politico sull’obiettivo della sua piena affermazione in una competizione che sarà difficile e dura; dall’altra Verdi, Pdci, la Camera di consultazione di Asor Rosa e una parte dei movimenti (innanzitutto i disubbidienti) che lavorano per la nascita di una lista elettorale come primo passo politico e non elettoralistico – secondo loro – per la costruzione di una forza su basi federaliste alla sinistra dei Ds.

L’una e l’altra posizione muovono da una considerazione giusta e da una scelta sbagliata. Giusto è cercare di unire tutte le forze della sinistra alternativa per portare avanti nell’Unione contenuti programmatici avanzati e istanze sociali del mondo dei lavori. Sbagliate sono le proposte sia di “far correre” Bertinotti (anche se sosterrò la sua candidatura con lealtà e determinazione) che della lista arcobaleno. Sono entrambi due proposte politicistiche, che dividono, che spaccano a metà come una mela lo schieramento della sinistra alternativa.

Insomma, se la sinistra alternativa non vorrà ridursi a tanti cespuglietti (il Prc potrà avere la soddisfazione di essere il cespuglio più grande che supera la fatidica soglia del quorum del 4 per cento) di una Unione egemonizzata dal centro moderato, se si vuole giocare un ruolo da protagonista tentando di spostare il più possibile a sinistra l’asse strategico di una alleanza di governo fortemente ancorata su basi liberaliste temperate, occorre riconfermare oggi più che mai non solo il valore strategico dell’unità a sinistra, ma anche la scelta che questa unità matura e la si costruisce azzerando ogni tentazione e competizione egemonica tra la sinistra alternativa. Con una risibile egemonia sugli altri cespugli non si va molto lontano, non si impone al centro dell’alleanza i propri orientamenti politici. Il sistema maggioritario e bipolare richiede che sia l’intera sinistra a diventare forza egemone nella società italiana, come lo era il Pci.

Siamo in presenza invece di una sinistra alternativa divisa e fragile, che non è stata neppure in grado di produrre una offensiva politica sui Ds dopo la crisi profonda della strategia ulivista e del partito riformista. Si è rilevata molto semplicistica l’analisi che considerava tutto ciò che nei Ds non fosse di sinistra irrimediabilmente compromesso con il moderatismo di Fassino. Le cose non stavano così. La crisi della strategia ulivista riapre la partita. Per questa ragione non bisogna lasciare la sinistra dei Ds sola nel compito di svolgere un ragionamento teso a spostare su posizioni più avanzate il baricentro del partito. Questo compito deve essere di tutta la sinistra alternativa, in particolare della sinistra comunista che, nonostante le sue divisioni e articolazioni, non è poca cosa in Italia.

Ma la sinistra alternativa è su altri “fronti” impegnata. E’ soprattutto mobilitata a tirarsi per la giacca, a dimostrare che la candidatura di Bertinotti alle primarie, non è politicistica, unisce e non divide, che la lista arcobaleno (qualcuno ha addirittura parlato di lista civica!) non è una scelta elettoralistica ma il massimo possibile della coerenza unitaria.

E così non si solleva la questione vera che è alla base delle difficoltà in cui versa l’intera sinistra: che fino ad oggi, a meno di un anno dalle elezioni politiche, si è discusso di tutto, sul nome dell’alleanza, sui contenitori, sulla forma partito, sulle liste elettorali, sulle primarie ma non sul programma. O meglio su quei quattro o cinque punti che dovrebbero caratterizzare la presenza della sinistra nell’Unione, per contribuire a battere un governo illiberale e pericoloso come quello di Berlusconi e nel contempo svolgere un’azione di governo che dovrebbe appunto – non dico tanto – essere su alcuni orientamenti alternativa alle politiche neoliberiste.

I temi programmatici sono noti. La mozione “Essere comunisti” li ha nel corso di quest’anno testardamente portati avanti: no alla guerra senza se e senza ma, che si concretizza con la decisione politica del ritiro immediato del nostro contingente dall’Iraq; tutela e difesa del salario attraverso l’introduzione di una nuova scala mobile; legge per regolamentare in senso democratico la elezione delle Rsu; interventi straordinari per il mezzogiorno per la tutela ambientale dei suoi territori e delle sue coste anche come occasione di sviluppo e nuove forme occupazionali (lavoro stabile e sano); una nuova legge per regolamentare l’equo canone e fronteggiare l’emergenza casa; abrogazione delle leggi vergogna.

E’ possibile su questi temi costruire, partendo dai territori, momenti unitari della sinistra alternativa e lì dov’è possibile dell’intera sinistra, attraverso le più diverse forme di aggregazione? E’ possibile qualificare la campagna a sostegno di Bertinotti sulle primarie avanzando queste idee-forza piantate come bandiere, avrebbe detto Engels, sulla testa della gente? E’ possibile dar vita, dopo che già diverse riviste unitarie sono nate o stanno nascendo in diverse Regioni e città, a una rivista nazionale della sinistra alternativa come strumento propulsivo del confronto politico e come laboratorio programmatico?

La questione dunque è: si ha la volontà politica di costruire in questa fase, senza precipitazioni elettoralistiche e organizzative l’unità programmatica della sinistra alternativa come unica unità oggi possibile? Vogliamo iniziare a discutere di tutto questo non facendo più gli struzzi che nascondono la testa per non vedere come si è maldestramente disperso un corposo patrimonio politico ed elettorale messo su con la battaglia referendaria contro l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Si moltiplichino
pertanto i luoghi d’incontro, di discussione e di confronto politico, culturale e teorico. Luoghi dove sia possibile scambiarsi esperienze o definire insieme programmi e proposte o intraprendere iniziative unitarie di lotta su grandi temi come la pace, la democrazia e il lavoro.

Il Prc non ha bisogno di fughe in avanti, in primo luogo non ha bisogno di altre “Bolgnine” di destra o di sinistra che siano, perché ambedue si muovono dentro un unico scenario, che è quello della messa in discussione di un partito fortemente radicato nel sociale, espressione moderna del conflitto di classe e del mondo dei lavori. Abbiamo il dovere, se vogliamo essere all’altezza dei nostri compiti, se intendiamo assumerci le nostre responsabilità, di lavorare come lavorava “la vecchia talpa”. Passo dopo passo unire in un progetto politico l’intera sinistra alternativa non su concezioni minoritarie, ma su una posizione avanzata di classe, in grado di rappresentare la maggioranza delle fasce delle lavoratrici e dei lavoratori. Per questo più che atteggiamenti radicali, che spesso sconfinano nell’avanguardismo, bisognerebbe riscoprire la concretezza dell’azione riformatrice togliattiana. Nessuna abiura rivoluzionaria, ma la volontà di voler cambiare il mondo facendo ogni giorno qualcosa di piccolo ma di grande.