Primarie a sinistra ovvero gioco al massacro

Perché non votare. La competizione può indebolire Prodi e l’Unione. Meglio un’assemblea per investire il candidato e parlare finalmente del programma

Via via che si avvicina la data in cui dovrebbero svolgersi le cosiddette «primarie», diventa a mio avviso sempre più evidente che i gruppi dirigenti dei partiti dell’Unione di centro-sinistra non hanno ben valutato né le questioni di principio che avrebbero dovuto sconsigliare di far ricorso a questo tipo di consultazioni, né le incognite e i rischi cui inevitabilmente vanno incontro i diversi candidati. Sulle questioni di principio (in particolare sull’inopportunità di fare proprio un istituto che si colloca in una visione leaderistica e personalistica, della politica, più omogenea all’ideologia della destra che si esprime nelle tesi del «premierato forte») ho già esposto le mie riserve in un precedente articolo, pubblicato sul «manifesto» di qualche settimana fa. Non ritorno perciò su questo punto, se non per dire che i numerosissimi consensi che mi sono pervenuti da ogni parte d’Italia dimostrano che si tratta di una preoccupazione che non è soltanto mia.

Ma è dei rischi delle primarie (che mi sembrano via via crescenti) che vorrei parlare ora. Capisco bene, naturalmente, perché Romano Prodi – privo di un proprio partito, preoccupato per il naufragio della Fed e per la fronda nella Margherita, comprensibilmente desideroso di non doversi affidare essenzialmente ad un partito estraneo alle sue personali tradizioni quali sono i Ds – abbia ritenuto che la designazione diretta da parte degli elettori potesse essere la soluzione migliore per rafforzare il suo ruolo di leader dell’intera coalizione. Ma perché questo rafforzamento effettivamente avvenga sono necessarie due condizioni: che alle primarie partecipi un numero elevato di cittadini (col rischio, facilmente intuibile, che qualunque livello di partecipazione venga giudicato inadeguato); e che, soprattutto, si pronunci per Prodi almeno il 70 o meglio ancora il 75 per cento dei partecipanti al voto. Una percentuale minore rischia infatti di suonare come un’insufficiente fiducia: col risultato non già di rafforzare, ma di indebolire l’immagine del leader, sino a rendere problematica – sotto il 70 per cento – la sua candidatura. Ma che cosa accadrà, in tal caso, della coalizione? E quale sarà il riflesso in sede elettorale?

D’altra parte, una volta deciso il ricorso alle primarie, era inevitabile la presentazione di altre candidature: primarie con un solo candidato sarebbero infatti apparse come una farsa. Ma a quali risultati possono aspirare gli altri candidati? Quello più forte, cioè Bertinotti, ha già dichiarato che i voti del suo solo partito equivalgono nelle primarie al 12 per cento, che è dunque per lui il risultato minimo. Ma il segretario di Rifondazione ha sottolineato sin dall’inizio che la sua aspirazione era di essere il rappresentante non del suo solo partito, ma della sinistra alternativa e dei nuovi movimenti, per farne valere il peso politico all’interno della futura coalizione di governo. Ciò equivale a puntare verso il 25 per cento dei consensi. Meno del 20 per cento sarebbe perciò per Bertinotti un grave insuccesso personale.

Ci sono poi i candidati minori, come Pecoraro Scanio, Di Pietro, forse Mastella. E’ chiaro che non puntano a vincere: ma se si presentano è per ottenere un’affermazione di prestigio, che non può essere tale se non giungendo almeno al 10 per cento. E’ sufficiente sommare queste cifre per capire che non c’è lo spazio per dare soddisfazione alle ragioni che spingono i vari candidati a presentarsi. Sarà aspra, perciò, la lotta per ottenere, ciascuno, l’affermazione sperata. Col rischio che a farne le spese siano proprio i candidati più forti: Bertinotti, ma soprattutto Prodi, che pure dovrebbe essere il leader dell’intera coalizione. E che invece diventerebbe, nel caso di un’insufficiente successo alle primarie, una sorta di «candidato zoppo».

Sono pericoli che – mi pare – le segreterie dei partiti non sembrano, sinora, aver adeguatamente valutato. Ma che mi auguro si decidano a prendere in seria considerazione, finché si è ancora in tempo (anche se forse è già tardi). Finché si è in tempo, cioè, per decidere di annullare il ricorso a primarie che da un lato sono inutili (giacché tutti sono d’accordo che il solo candidato possibile è Prodi), ma che d’altra parte rischiano di essere dannose e forse dirompenti. Annullare le primarie e sostituirle, nella stessa data, con un’assemblea che, confermando all’unanimità la candidatura di Prodi, nel medesimo tempo promuova finalmente una seria discussione su una proposta di indirizzo politico e di programma per il futuro governo. E’ infatti su questo che gli elettori attendono che ci si decida finalmente a dire qualcosa di impegnativo, e non già di gareggiare in un’inutile conta di voti per le persone.

Mi auguro che questo possa ancora avvenire. Se invece non accadrà, mi comporterò come già ho annunciato nel precedente articolo: non andrò cioè a votare alle primarie, non solo perché sono contrario a una visione leaderistica e personalistica della politica, ma anche perché – per le ragioni che ho appena esposto – mi rifiuto di partecipare a una sorta di gioco al massacro all’interno di una coalizione che i sondaggi continuano a indicare come possibile vincitrice, ma che sembra intenzionata a far di tutto (penso anche alle vicende di questi giorni) per sciupare questa occasione.