Prima dell’abisso

Lo chiameranno terremoto politico. Per noi è molto di più. E’ il crollo del mondo palestinese che abbiamo conosciuto, laico, democratico e di sinistra che dalla fine degli anni Sessanta ha tentato di essere non solo un movimento nazionale per la conquista di una terra e di una indipendenza, ma il sale della democrazia in Medio Oriente, trovando spesso su questo la dura opposizione anche dei regimi arabi. E’ il crollo dei partiti dell’Olp a partire dal movimento di Al Fatah. La timida sinistra e la società civile escono sconfitte e ridimensionate. E’ come se Arafat fosse morto una seconda volta. Saranno contenti i leader della destra israeliana, saranno entusiasti i neocon degli Stati uniti che hanno ispirato e consigliato fino a guidarla la strategia della guerra preventiva dopo l’11 settembre. Finalmente hanno un interlocutore al loro livello, quello della guerra. Infine saranno felici i commentatori alla realpolitik dei giornaloni italiani che raccontavano delle magnifiche sorti del processo «democratico» apertosi nell’area mediorientale grazie alla guerra all’Iraq con il suo ultimo sbocco nelle «libere» elezioni sotto occupazione. Sì, il Medio Oriente svolta, ma verso il precipizio: l’Iran non tratta sul nucleare, in Libano si riarma la destra cristiana falangista in contrapposizione agli Hezbollah, in Egitto si affermano i Fratelli musulmani, l’Iraq occupato è in fiamme.

La schiacciante affermazione elettorale di Hamas manda a dire che la disperazione palestinese, oscurata dai media e zittita dall’Occidente ha prodotto ancora una volta un dramma da cui sarà difficile uscire. Al Fatah paga il prezzo di avere troppo a lungo surrogato l’inesistenza dell’Autorità nazionale palestinese, quella finzione giuridica di stato che non ha mai trovato un interlocutore di pace – nessuno sa più che fine ha fatto la road map. Ora torna l’ombra dolorosa del presidente Yasser Arafat, relegato in un angolo della Muqata di Ramallah a fare da larva di quel poco che rimaneva di Palestina, esautorato, offeso, ridicolizzato dal potente Ariel Sharon con tutto l’appoggio dell’Occidente. Ora è chiaro l’annichilimento anche di Abu Mazen ridotto a fantoccio davanti al suo popolo quando è stato messo di fronte al fatto compiuto del ritiro «unilaterale» da Gaza. Il mondo e buona parte di quella sinistra europea – e di quella italiana che ora ha il coraggio di gridare alle responsabilità della Comunità occidentale – hanno applaudito. Ma «unilaterale» voleva dire alle condizioni del vincitore: chiusura per sempre della prigione di Gaza, niente ritiro militare dagli avamposti in Cisgiordania, continuazione degli insediamenti «legali», niente Gerusalemme est come capitale del nuovo Stato di Palestina, nessun ritorno dei milioni di profughi palestinesi. Abu Mazen avrebbe preferito trattare, ma Sharon ha detto no. Il suo Muro, mentre lui resta in fin di vita, continuerà vivo e vegeto a rubare terra palestinese e a garantire – a «Kadima» o a Netaniyahu non è molto diverso – che non esista alcuna continuità territoriale per un vero stato.
La Palestina resta e resterà la terra più amata, quella degli scrittori, dei poeti e degli intellettuali come Ghassan Kanafani, Mahmud Darwish, Wael Zwaiter. Nulla di più. Nessuno pensi poi di giudicare questo voto come se si trattasse si un normale spoglio delle urne di qualsiasi paese. E non è nemmeno la sorpresa della vittoria integralista islamica nell’Algeria del 1992. La vittoria di Hamas avviene mentre la Cisgiordania è occupata militarmente. Il movimento integralista islamico ha tratto la sua forza storicamente dall’essere stato favorito da Isralele, fin dalla nascita, in alternativa proprio ad Al Fatah. Poi dalla miseria della Palestina per la quale è arrivato il soccorso del povero ma decisivo welfare dei mille organismi di sopravvivenza.

Finché era vivo Arafat non poteva reggere la sfida, la insidiava pericolosamente anche con la strategia sanguinosa dei suicidi-bomba. Appena il presidente palestinese è stato seppellito da vivo e poi fatto uscire dalla scena del mondo con una morte che rimane tuttora oscura, non poteva non emergere proprio come risposta alla mirata aggressività d’Israele. Nessuna alternativa del resto è stata permessa. L’arresto di Marwan Barghuti ha fatto il resto e certo non è servita la tardiva decisione di farlo parlare a poche ore dal voto al suo popolo.

Molti diranno che «adesso» la pace è possibile perché sono i facitori di guerra che possono trattare. Noi non lo crediamo. Restiamo convinti che Rabin era il miglior interlocutore di Arafat e entrambi rappresentavano il cammino necessario della pace di Oslo. Chi ha fermato quel processo prima con un micidiale attentato, poi con le provocazioni e la rioccupazione porta tutta la responsabilità dell’attuale disastro.

A un passo dall’abisso è ora di fare un passo indietro. Israele urla che «con i terroristi non si tratta». Hamas con le elezioni è sceso, volente o nolente, sul terreno della politica. E un popolo intero non può essere bollato di terrorismo. Non c’è alternativa a trattare. Appena più in là c’è solo il vento di morte di una nuova guerra annunciata.