Presto un’altra impiccagione

La battaglia per la riconquista della capitale da parte delle truppe Usa e delle forze di sicurezza dei partiti sciiti e kurdi al governo, con l’obiettivo di completare la «pulizia etnica» dei quartieri sunniti che sostengono la resistenza, ha già portato ad un immediato aumento nel numero delle vittime civili mentre si combatte di nuovo nella centralissima Haifa street a poche centinaia di metri dalla «zona verde». I marines da parte loro, più che controllare le milizie, si comportano sempre più come loro: a pochi giorni dal blitz contro il consolato iraniano di Arbil ieri i soldati Usa hanno assalito l’ambasciata del Sudan immobilizzando le guardie e perquisendola.
Le stragi nei mercati sciiti, la pulizia etnica contro la comunità sunnita, i combattimenti ravvicinati tra la resistenza irachena e le forze Usa e governative non hanno tregua. Il numero delle vittime civili quotidiane nelle ultime ore ha superato di gran lunga quel tragico numero di 96 indicato dalle Nazioni unite come la media giornaliera del 2006. Triste anticipo di quel che avverrà quando saranno giunti nella capitale tutti i 17.000 soldati Usa inviati dal presidente Bush e i tre battaglioni di peshmerga curdi (molti dei quali non parlano neppure l’arabo). Il governo al Maliki è stato chiaro al proposito: prima verranno riconquistati i quartieri sunniti e poi verranno poste sotto controllo le milizie sciite. Queste ultime hanno del resto già annunciato che continueranno ad operare «in borghese» e senza mostrare le loro armi, lasciando campo libero agli americani nella speranza che questi facciano il lavoro sporco per loro – come stanno facendo dal 2003 – contro la resistenza irachena. In ogni caso gli squadroni della morte e i trapanatori di teste possono dormire sogni tranquilli al riparo delle loro divise delle nuove forze di sicurezza irachene addestrate dalla Nato. Lo conferma la nomina a capo delle operazioni di «pulizia» della città per la parte irachena dell’odiatissimo generale sciita Aboud Qandar.
Una nomina che fa giustizia di tutte le chiacchiere sul tentativo di Washington di apparire «neutrale» e di incamerare i sunniti nel «processo politico». Così come avevano già parlato chiaro le impiccagioni dell’ex presidente Saddam Hussein e quelle, tre giorni fa, del suo fratellastro Barzan al Tikriti (per di più decapitato) e del giudice del tribunale speciale Bandar. Ieri poi si è diffusa la notizia che la corte d’appello ha commutato, improvvisamente e in segreto, la condanna all’ergastolo del vicepresidente iracheno Taha Yassin Ramadan (sempre nello stesso processo per i fatti di Dujail) nella pena di morte. La condanna del tribunale sarebbe stata considerata «troppo benevola». L’ex esponente del regime verrà anche lui impiccato entro le prossime cinque settimane. Lo ha confermato al giornale «Al Hayat», il procuratore capo iracheno Yafer al Mussawi.
All’indomani della mattanza all’Università di Mustansiriya a Baghdad (su Palestine street) con almeno un centinaio di morti, gli attentati più gravi ieri hanno avuto luogo nel ghetto sciita di Sadr City, dove un’auto bomba ha provocato una ventina di vittime e a Kirkuk, nel nord – già sottoposta ad una brutale pulizia etnica contro la popolazione araba e turcomanna, da parte delle milizie curde. Qui un attentatore suicida si è lanciato con un camion contro un commissariato nel quartiere di Quriya distruggendolo completamente. Le vittime tra i poliziotti e i miliziani sarebbero almeno una ventina. Altri tre poliziotti sarebbero stati uccisi ieri alla periferia meridionale di Baghdad dall’esplosione di un ordigno collegato ad uno striscione, «Ingresso proibito ai safavidi (i persiani ndr.) e ai loro protettori» che stavano cercando di rimuovere. Nella capitale, ma non solo, si combatte ovunque. Durissimi scontri hanno interessato ieri, per l’ottavo giorno consecutivo, il quartiere a maggioranza sunnita di Haifa street, sulla riva destra del Tigri, vicino alla zona verde. Forti esplosioni hanno scosso la zona mentre uno spesso fumo nero si levava nel cielo sopra al quartiere ormai soprannominato la «Falluja di Baghdad». Le forze governative hanno da parte loro attaccato di nuovo alcuni edifici che ospitano numerose famiglie palestinesi nel quartiere di Baghdad al jadidha uccidendo due giovani. Altri sei sono «missing». Secondo quanto dichiarato ieri a Gaza dall’ Anp Zakaria Agha i palestinesi uccisi in Iraq nel corso del 2006 sarebbero cinquecentotrentasei.