Presentazione della mozione “ESSERE COMUNISTI”

Roma – 27 novembre 2004 – Centro Congressi Frentani

Manifestazione nazionale “Contro la guerra, per l’alternativa”

Presentazione della mozione “ESSERE COMUNISTI” – 6° Congresso del P.R.C.

Intervento conclusivo di Claudio Grassi, membro della Segreteria nazionale Prc e coordinatore dell’Area dell’Ernesto

Cari compagni/e,

ringrazio tutti i nostri ospiti per essere intervenuti a questa iniziativa.

Con i loro interventi ci hanno fornito numerosi elementi di riflessione per il nostro lavoro. La loro presenza ci onora e ci stimola, ci dà argomenti per lottare con maggiore determinazione.

Abbiamo voluto organizzare questa nostra iniziativa politica nazionale di presentazione della mozione “Essere Comunisti” con interlocutori esterni. Questo perché, anche in questa occasione, vogliamo intrecciare le nostre idee, le nostre iniziative politiche con il congresso e non viceversa.

E i temi che sono stati posti dai relatori che mi hanno preceduto sono tra gli argomenti principali della nostra mozione: la storia dei comunisti che noi viviamo come patrimonio e non come un problema di cui ci hanno parlato Nori Brambilla e Giovanni Pesce, anche attraverso alcune immagini del film “Senza Tregua” di Marco Pozzi; il lavoro, soprattutto la grave situazione di arretramento che si vivi nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro più in generale, il potere d’acquisto eroso continuamente dall’aumento del costo della vita, la precarizzazione dilagante, la necessità
della lotta e del conflitto, di cui ci ha parlato Rita Ghiglione della Fiom. La gravità della situazione internazionale, la politica di guerra dell’imperialismo americano, che con la rielezione di Bush subisce una accelerazione, di cui ci ha parlato Manlio Dinucci, collaboratore del Manifesto che ringraziamo anche per i suoi articoli di vera e propria controinforazione sulle questioni internazionali. La situazione terribile in cui sono costretti a vivere i palestinesi nella indifferenza del mondo, a partire dall’Europa, schiacciati da uno stato terrorista che anziché concedere terra costruisce muri, di cui ci ha parlato Yusef Salman, responsabile della Mezza Luna Rossa Palestinese in Italia. Infine il punto di vista della Resistenza irachena, la vicenda di un popolo che più di ogni altro è costretto a vivere un occupazione, una guerra e sente su di sé tutta la violenza e il terrorismo che l’intervento anglo-americano porta con sé, di questo ci ha parlato Subhi Toma, esponente del Comitato Internazionale della Resistenza Irachena.

Questi temi occupano molte parti della nostra mozione ed era giusto che venissero illustrati dai protagonisti. Inoltre ringrazio gli ospiti presenti in sala, i giornalisti e tutti voi che siete intervenuti così numerosi.

SITUAZIONE INTERNAZIONALE

Il VI congresso di Rifondazione Comunista cade in un momento molto particolare.
A livello internazionale siamo all’indomani della preoccupante rielezione di Bush e a livello nazionale ci troviamo a fronteggiare un governo di destra che, pur trovandosi in una situazione di grande difficoltà, cerca di rilanciarsi attraverso una estremizzazione delle proprie propensioni
reazionarie e populiste. Questi due episodi ci confermano come l’onda lunga conservatrice apertasi alla fine degli anni 70, in America con Reagan e in Europa con la Thatcher, e che ha avuto un impulso con il crollo dell’Urss e dei Paesi dell’Est alla fine degli anni 80, non si è ancora arrestata. Certo, si sono sviluppati importanti movimenti che hanno messo in difficoltà la politica liberista e di guerra, mi riferisco al movimento per la Pace, al movimento contro la globalizzazione neoliberista, alla ripresa in alcuni paesi, della conflittualità operaia; si sono aperte contraddizioni tra
poli capitalistici: tra Stati Uniti e alcuni paesi dell’Unione Europea, tra politica americana e stati o regioni emergenti come Russia, Cina, India; ci sono spostamenti in senso progressista di importanti paesi dell’America Latina e dell’Africa, ci sono resistenze dei popoli a partire da quello iracheno. Ma tutto questo non è ancora sufficiente per infliggere una sconfitta alla politica statunitense. Compito prioritario dei comunisti è operare per contribuire a determinare una convergenza di tutte queste forze per sconfiggere la politica di guerra dell’imperialismo americano. Infatti la politica di guerra preventiva e permanente, che ha caratterizzato il primo mandato della presidenza Bush, dopo la vittoria elettorale avvenuta sulla base di una estremizzazione di quelle stesse politiche, continuerà ad essere la modalità con cui il governo americano affronterà la situazione internazionale.

Sono le stesse contraddizioni dell’economia americana che spingono il governo verso questa politica. Un paese che consuma molto di più di quello che produce, che ha bisogno di un ingente quantitativo di risorse energetiche per mantenere il suo livello di vita, che ha accumulato un
debito estero colossale, che spende in armamenti tanto quanto spendono tutti gli stati del mondo messi assieme, che è presente con basi militari, mezzi e uomini in ogni angolo del pianeta e che cerca, attraverso la forza militare, di cui oggi detiene il predominio, di continuare a mantenere anche la supremazia politica ed economica in tutto il mondo. Tutto questo genera guerre, distruzione di risorse, devastazione ambientale.

Eppure, grazie allo sviluppo della scienza, della tecnologia, della ricerca oggi il mondo, per la prima volta, avrebbe la possibilità di consentire a tutti gli abitanti del pianeta una vita dignitosa; ciò non avviene poiché gran parte delle risorse vengono bruciate in armi, guerre e per consentire a una piccola minoranza del pianeta di possedere sterminate ricchezze. Quando parliamo di necessità di superamento del capitalismo parliamo di questo, quando parliamo della necessità di sconfiggere la politica imperialista degli Usa parliamo di questo.

Da questo punto di vista i movimenti nati a Seattle e che sono passati per Porto Alegre, Durban, Cancun hanno contributo in modo importante non solo a costruire una opposizione significativa a questa politica, ma hanno avuto il pregio di riaprire luoghi di incontro e di iniziativa internazionali,
parlo dei Forum mondiali, ma anche di quelli continentali, nei quali si è iniziato a discutere come contrastare a livello globale il liberismo. Questo movimento, che pure oggi sconta un momento di impasse, è stato importante poiché, dopo tanto tempo, ha riportato alla politica una nuova
generazione di giovani. Noi dobbiamo stare dentro questo movimento, alla pari, come comunisti, sapendo cogliere tutti gli elementi utili che ci possono giungere anche per aggiornare e migliorare la nostra proposta politica e identitaria, ma anche per sostenere i nostri convincimenti senza
nessun atteggiamento di subalternità. In questo contesto la situazione irachena, prima la guerra oggi l’occupazione, è emblematica della fase che viviamo. Mai era stato fatto uno scempio così plateale di qualsiasi rispetto della legalità e delle regole internazionali. Sono state costruite menzogne per convincere l’opinione pubblica internazionale.

– Si è parlato di armi di distruzione di massa che non c’erano.

– Si è sostenuto che il governo iracheno era collegato con Al Qaeda e ciò non è mai stato dimostrato.

– Si è parlato di un intervento per esportare la democrazia e abbiamo visto le immagini terribili di Abu Ghraib.

D’altra parte chi ha sempre sostenuto le più feroci dittature latinoamericane non è molto credibile in quanto esportatore di democrazia.

E’ stato utilizzato l’attentato alle due torri – sulle cui dinamiche esistono ancora moltissimi punti oscuri – per sferrare una guerra che era pronta da tempo. Si è iniziata la guerra contro l’Onu e la comunità internazionale.

Insomma è stato costruito un vero e proprio depistaggio, una grande menzogna mondiale, un grande inganno per impossessarsi di una zona ricchissima di risorse energetiche per di più collocata in una zona strategica e, come già avvento in Afghanistan, per installarvi basi e missili che controllino paesi emergenti potenzialmente antagonisti agli Usa: Russia, Cina e India. Questi sono stati i motivi della guerra e sono i motivi per i quali prosegue l’occupazione e gli Usa vogliono – attraverso la
nomina di un governo fantoccio – rendere stabile la loro presenza. Se così è, come ormai tutti riconoscono, non ha nessun senso rappresentare questa situazione con la spirale guerra-terrorismo! Certo che c’è la guerra ed è certo che c’è il terrorismo, che a sua volta è alimentato dalla guerra. Così come è certo che i comunisti sono, non da oggi, contrari al terrorismo.

Ma è sbagliata questa rappresentazione poiché essa assume la vulgata dominante, diffusa a piene mani dai grandi mezzi di informazione, che è pericolosa perché lascia intendere che la guerra è indotta dal terrorismo e che quindi se non ci fosse il terrorismo non ci sarebbero le guerre! Ma ciò
è falso poiché sappiamo che la guerra in Iraq è stata decisa già negli anni 90 quando Bin Laden era ancora a libro paga della Cia e perciò la sua realizzazione aveva ben altre motivazioni.

Inoltre questa rappresentazione guerra-terrorismo uccide tutto ciò che vi è in mezzo.

E in Iraq, come avete sentito dall’intervento di Subhi Toma, vi è un popolo che resiste a una guerra e a una occupazione illegittime. Una Resistenza – questo lo riconoscono tutti i Trattati internazionali – che non solo è legittima, ma dobbiamo auspicare che si rafforzi, riunisca e riesca a porre fine all’occupazione del paese.

E la Resistenza contro l’occupante non è terrorismo!

E’ stato un grave errore, anche da parte del nostro partito, avere per parecchio tempo negato l’esistenza di una Resistenza di popolo e poi averla spregiativamente definita una Resistenza con la “r” minuscola; ognuno di noi, nei terribili giorni dell’assalto a Fallujia, si è sentito al fianco dei resistenti iracheni, ha sofferto con loro e ha provato tutto il senso di impotenza e di sgomento nel vedere, di fronte a un massacro così terribile, la mancanza di qualsiasi forma di lotta e di mobilitazione anche del movimento per la pace.

La lotta di resistenza del popolo iracheno è importante poiché è un ostacolo alla politica di guerra degli Stati Uniti, essa va sostenuta poiché è un diritto del popolo iracheno cacciare gli invasori e decidere qual è il suo futuro. Va sostenuta perché una sconfitta del popolo iracheno apre la strada
ad altre guerre. Come sappiamo l’elenco che gli Usa hanno fatto dei cosiddetti “Stati canaglia” è lungo e dopo l’Iraq ci sono già segnali gravi verso l’Iran, la Corea del Nord, Cuba.

Anche ciò che sta avvenendo in Ucraina (con una pesante interferenza in uno stato sovrano da parte degli Stati Uniti e dell’Unione Europea,
attraverso il tentativo di non riconoscere un risultato elettorale e cercando di spingere l’opposizione verso la guerra civile) si inserisce in questo processo globale nel quale gli Stati Uniti cercano di indebolire le potenze concorrenti (in questo caso la Russia) e di costruirvi Stati fantoccio come
hanno fatto nella Ex-Jugoslavia e in Afghanistan, come cercano di fare in Iraq e come hanno cercato di fare, uscendone però sconfitti, in Venezuela.

Oltre a sostenere la Resistenza irachena, noi dobbiamo continuare la nostra lotta affinché il contingente militare italiano in Iraq venga immediatamente ritirato; come hanno recentemente detto anche il ministro della Difesa Martino e il presidente del Senato Pera, i militari italiani sono impegnati in una azione di guerra e quindi il nostro paese sta violando, come già aveva fatto nel 1999 con la guerra in Kosovo, l’art. 11 della Costituzione. Ed è grave che Prodi, nella lunga intervista rilasciata mercoledì scorso alla Stampa, non faccia alcun cenno sulla necessità del ritiro immediato dei militari italiani dall’Iraq, mentre si dilunghi nel valutare positivamente le conclusioni del vertice di Sharm el-Sheik poiché, dice Prodi: “Il processo politico per andare alle elezioni (in Iraq ndr) deve diventare lo strumento per diminuire le divisioni tra Europa e Stati Uniti. Questa alleanza tra Europa e Stati Uniti – prosegue Prodi – resta il cardine della stabilità internazionale”. Basterebbero queste parole per essere assai preoccupati sulla politica estera del futuro governo Prodi nel quale dovrebbe entrare anche Rifondazione Comunista. Prodi valuta positivamente le future elezioni irachene ma, ci chiediamo, sono possibili elezioni libere in un paese occupato, guidato da un governo fantoccio nominato dagli americani, con intere città nelle quali ogni giorno avvengono vere e proprie azioni di guerra? Certamente no. Prima di tutto bisogna che tutti gli eserciti dei paesi presenti in Iraq che hanno fatto o appoggiato la guerra se ne vadano, solo dopo si potrà parlare di elezioni, che il popolo iracheno deciderà come e quando fare. In queste giornate terribili della distruzione di Fallujia, oltre a sentirci vicini al popolo iracheno, siamo al fianco del
popolo palestinese. La morte di Arafat, che qui vogliamo ricordare come un uomo che ha dedicato tutta la sua vita alla causa del popolo palestinese – ha riportato sotto i riflettori del mondo il fatto che a un intero popolo, nonostante decine di delibere dell’Onu in tal senso, viene negata una terra,
viene negato il diritto primario all’esistenza, a un luogo dove vivere, abitare, studiare, giocare, lavorare: una vergogna dell’umanità. E anziché dare una terra ai palestinesi, anziché ritirarsi dai territori occupati, Israele – nel vergognoso silenzio della comunità internazionale – costruisce il Muro, per ghettizzare e dividere rendendo impossibile la vita stessa al popolo palestinese. Chissà dove sono finiti quel fior fiore di giornalisti che, negli anni passati, ci hanno informato, giustamente, di quanto fosse anacronistico il Muro di Berlino e che oggi sono muti e non scrivono una parola su quest’altro Muro della vergogna. Certo c’è il terrorismo, il terrorismo terribile che uccide indiscriminatamente i pendolari su un treno della stazione di Madrid, o uccide bambini innocenti che con i loro genitori sono in una scuola nel giorno della sua apertura. Siamo nemici irriducibili del terrorismo. Non solo non aiuta la causa che a parole dice di difendere, ma
la indebolisce. Il terrorismo uccide la partecipazione delle grandi masse, il cui coinvolgimento è sempre essenziale per trasformare la società e ottenere miglioramenti per i ceti più deboli. La nostra condanna a queste azioni, in qualunque parte del mondo si compiano, è netta e totale. Ma, se non vogliamo essere ipocriti, il nostro ragionamento non può fermarsi qui.

– Non è terrorismo uccidere a freddo un bambino palestinese perché ha uno zainetto sulle spalle?

– Non è terrorismo costringere una donna palestinese a partorire in uno dei tanti posti di blocco o check point?

– Non è terrorismo scaricare su un paese migliaia di bombe all’uranio impoverito, distruggere i ponti, devastare la più grande fabbrica del paese, la Zastava, e bombardare l’ambasciata cinese e la televisione di stato a Belgrado?

– Non è terrorista un governo che decide con una apposita riunione di uccidere il capo di una organizzazione palestinese, per di più bloccato su una sedia a rotelle?

– E la guerra… non è terrorismo all’ennesima potenza?

Ecco perché ci sentiamo di fare nostra la denuncia del grande premio Nobel Perez Esquivel: “Il più pericoloso terrorista è Bush”.

Per concludere questa parte sulle questioni internazionali, che è ampiamente approfondita nella prima parte della nostra Mozione, vorrei fare un riferimento, giacché parliamo di popoli che resistono, all’America Centrale e Latina.

Qui la situazione è molto interessante poiché oltre alla presenza di Cuba, che ha saputo resistere all’infame embargo e a cui confermiamo la nostra piena solidarietà, c’è stato l’importante successo di Chavez al referendum in Venezuela. Nonostante un massiccio intervento esterno degli Stati Uniti, e dopo la vittoria di Lula in Brasile, hanno vinto le sinistre in Uruguay e recentemente anche in Nicaragua. Insomma, gran parte del continente latino-americano potrebbe collocarsi su una linea di autonomia rispetto agli Usa, una eventualità molto importante per gli equilibri internazionali.

Più contraddittoria la situazione nell’Unione Europea. L’evoluzione che registriamo in questa parte del mondo non è positiva, certo permane una divergenza, soprattutto da parte di Germania, Francia e adesso anche Spagna, sull’unilateralismo Usa, ma è una pura illusione pensare che l’Europa possa costituire una alternativa alla aggressività dell’imperialismo americano. Ne sono dimostrazione l’approvazione di una Costituzione negativa, la prosecuzione di politiche economiche liberiste, la spinta alla costruzione di un esercito europeo che alimenterebbe la corsa agli armamenti e ridurrebbe le risorse per lo stato sociale. Certo, vi è una politica internazionale meno aggressiva, e ciò è importante, ma non tale da configurare una alternativa.

La politica internazionale sarà certamente una parte importante di questo nostro congresso e noi dobbiamo evidenziare le nostre posizioni a partire dalla erroneità delle tesi, presenti già nello scorso congresso, di superamento della nozione di imperialismo, di costituzione di presunti “direttori mondiali”, di superamento del ruolo degli Stati, della inesistenza delle contraddizioni interimperialistiche.

SITUAZIONE POLITICA NAZIONALE

Ma il tema centrale di questo 6° congresso di Rifondazione Comunista sarà il tema del governo.

Su questo punto vorrei dire in premessa che ci troviamo in una situazione un po’ paradossale. I compagni che allo scorso congresso ci hanno contrastato definendoci, a seconda delle occasioni, di destra, alleantisti, frontisti, teorizzando l’esaurimento dei margini di riformismo e individuando nei disobbedienti il loro riferimento principale nel movimento, oggi ce li troviamo a teorizzare la possibilità di un ingresso nel governo ancor prima di aver iniziato la discussione programmatica. E noi, al contrario, che abbiamo mantenuto la posizione di allora, e cioè che le intese vanno sempre cercate, ma si chiudono solo in presenza di programmi avanzati, ci troviamo scavalcati a destra. Io credo che noi dobbiamo tenere ferma questa posizione e lavorare perché diventi la posizione di tutto il partito: prima i contenuti e poi gli schieramenti, prima i programmi e poi le persone: questa è la nostra bussola. Per entrare nel governo non è sufficiente un programma, generico, un impianto generale, serve al contrario un programma che contenga alcuni punti chiari e precisi caratterizzanti per Rifondazione Comunista, i movimenti e i ceti che vogliamo rappresentare. Non siamo disposti a firmare cambiali in bianco. Ne và della autonomia di Rifondazione Comunista, che non può vedersi
ingabbiata in una alleanza tutta interna a un sistema di alternanza.

Diciamo da tempi non sospetti che la priorità delle forze di opposizione, compresa Rifondazione Comunista, è cacciare Berlusconi. I danni prodotti da questo governo sono gravissimi in tutti i campi: dalla giustizia all’informazione, dalla scuola ai diritti, dal lavoro al Mezzogiorno, per
arrivare fino all’attacco alla Costituzione e alla Resistenza. Non c’è alcuna incertezza da parte nostra sul fatto che si debba fare qualsiasi cosa alle prossime elezioni pur di impedire che Berlusconi governi il paese per altri cinque anni.

Ma, detto questo, per entrare in un governo e quindi assumersi le responsabilità per intero delle politiche di una legislatura – poiché sarebbe improponibile ripetere la rottura fatta con Prodi nel ’98 – non è sufficiente la convergenza contro Berlusconi, per entrare in un governo ci deve essere
una convergenza anche per fare qualcosa di realmente alternativo alla destra e al liberismo.

E qui sta il difficile. Poiché per Rifondazione Comunista vanno tenuti assieme due concetti: battere la destra, ma battere anche le politiche di destra. Negli anni 90 il centro-sinistra ha già sconfitto Berlusconi, ma contemporaneamente, quando è andato al governo, non ha attuato una politica alternativa alla destra, creando le condizioni, nel 2001, per la rivincita di Berlusconi.

Per intenderci, per noi battere la destra e le politiche di destra significa:

– essere contro la guerra in Iraq, ma anche in Kosovo;

– essere contro la legge 30, ma anche il Pacchetto Treu;

– essere contro la legge Bossi-Fini, ma anche la Turco-Napolitano;

– essere contro le leggi Moratti, ma anche la Berlinguer;

– essere contro la Devolution, ma anche la modifica del Titolo V.

Se non si uniscono questi concetti, si contrastano solo gli eccessi della destra, ma non i connotati di fondo della sua politica. E io credo che se noi entriamo in un governo e non riusciamo a tenere uniti questi due corni, saremo travolti dal risentimento popolare, poiché il malessere dei ceti più deboli non si scaricherà certamente sulla Margherita o sui Ds, ma su Rifondazione Comunista, che verrà individuata come il soggetto più incoerente in quella situazione.

I compagni della mozione “Per una alternativa di società” sostengono che oggi, a differenza di alcuni anni fa, il centro-sinistra si sarebbe spostato a sinistra e la presenza di forti movimenti nella società ci consentirebbe di entrare in un governo riuscendo, con una pressione dal basso, a costringerlo su scelte a noi favorevoli.

Ritengo questa valutazione non corrispondente alla realtà. Non è vero che sui nodi di fondo la componente maggioritaria del centro-sinistra (Sdi-Margherita-Maggioranza Ds) abbia operato una modifica rispetto alle scelte degli anni 90. Più di tutto parlano i documenti. E i documenti più importanti di cui disponiamo, allo stato attuale, sono:

1) il documento di Prodi scritto alcuni mesi fa, dove si rivendica la guerra fatta contro la ex-Jugoslavia;

2) il documento scritto da Giuliano Amato come progetto costitutivo della lista Uniti nell’Ulivo, dove si sostiene la necessità di proseguire nella politica di liberalizzazioni;

3) i documenti congressuali della Margherita e della maggioranza DS, dove sono evidenti le continuità con le politiche di liberismo temperato degli anni 90.

Oltre ai documenti, abbiamo anche recentissime dichiarazioni, a mio giudizio preoccupanti. Ne prendo qualcuna a caso: Rutelli: “Vinceremo se terremo il centro della arena”; Bersani: “Sostenere la redistribuzione del reddito per i ceti medio-bassi e difendere l’universalismodei sistemi di welfare mi suona molto come una posizione moderata”; Prodi: “Se ci fossero dei soldi per abbassare le tasse io li utilizzerei per ridurre il costo del lavoro”; D’Alema: “Il nostro scopo principale non dovrà essere quello di cancellare le leggi del governo Berlusconi”.

Non mi pare che da queste dichiarazioni e da questi documenti vi siano spostamenti a sinistra. D’altra parte non è un caso se attorno a questo progetto di liberismo temperato si sia costituita la lista Uniti nell’Ulivo e adesso si cerchi di fare un ulteriore passo con la costruzione del Partito
Riformista; da questo punto di vista, il fatto che nel congresso dei Ds, che è attualmente in corso, si profili una maggioranza molto ampia attorno alle posizioni Fassino-D’Alema conferma, purtroppo, che non vi è nessuno spostamento a sinistra di questo partito, semmai il contrario. Certo, è vero
che alla sinistra del Listone vi sono forze politiche sociali e di movimento molto importanti che in questi anni sono cresciute e hanno costruito spesso battaglie comuni nel paese e nel Parlamento. E non siamo certamente noi a sottovalutare spostamenti importanti rispetto agli anni 90 operati da
organizzazioni quali la Fiom, la Cgil o l’Arci, oppure la presenza di un movimento per la pace che ha portato in piazza milioni di persone.

Ma se da un lato noi dobbiamo valorizzare questa situazione senza però renderla più grande di quanto non sia (legge 30 e pensioni sono passate senza scioperi e la strage di Fallujia è passata senza mobilitazione alcuna) non dobbiamo cadere nell’errore di lasciare sulle spalle dei movimenti il peso di costruire una opposizione nel paese. Su questo – io credo – noi scontiamo un grave errore di percorso nel costruire l’intesa per cacciare Berlusconi. Sono convinto che invece di entrare nella GAD, scelta – tra l’altro – che il partito non ha mai discusso in nessuna istanza, noi dovevamo lanciare con forza la proposta della Sinistra di Alternativa, per tre motivi:

1) le elezioni europee hanno dimostrato che nel momento in cui la componente moderata del centro-sinistra accelera il processo di unificazione, si apre uno spazio politico rilevante, il 13%, che in realtà può essere ancor più significativo perché non comprende la Sinistra Ds, che converge tendenzialmente su una posizione più radicale.

2) La necessità di costruire un programma di governo avanzato, alternativo a Berlusconi, poteva avere nella proposta di Sinistra di Alternativa, aperta ai movimenti di tutti i tipi, un primo importante impulso.

3) Con un accordo su una piattaforma comune della Sinistra di Alternativa e dei movimenti, avremmo potuto pesare maggiormente nel confronto programmatico con il centro-sinistra.

Si è scelta un’altra strada che noi contestiamo e che riteniamo indebolisca sia l’efficacia dell’iniziativa del nostro partito, sia la possibilità di portare le istanze dei movimenti nel confronto programmatico.

Quali sono stati questi passaggi sbagliati?

_ Aver dato per scontato, nelle numerose interviste di questa estate, che Rifondazione Comunista, ancor prima della discussione programmatica, ha sostanzialmente deciso di entrar nel governo.

_ Aver accettato il meccanismo delle Primarie che sono una ulteriore accentuazione del sistema maggioritario bipolare dell’alternanza. Non a caso sono utilizzate in America e sono un ulteriore passo verso la personalizzazione della politica.

_ Soprattutto, in un’intervista al Corriere della Sera aver accettato, il vincolo di maggioranza sulla guerra qualora questa decisione ottenga la maggioranza attraverso primarie che coinvolgono il corpo elettorale. Non siamo d’accordo. Così come la Fiom dice “sui licenziamenti non si vota”, così Rifondazione deve dire “sulla guerra non si vota”, siamo contro a prescindere, da chiunque la guerra sia dichiarata.

Proponiamo un altro percorso. Si apra subito la discussione programmatica, la si finisca di discutere di GAD, Alleanza, Ulivo, Primarie a 1,2,3,4 o 5. Non interessa a nessuno.

Il partito deve darsi alcuni punti programmatici, discussi con i movimenti e la Sinistra di Alternativa, al di sotto dei quali non può esserci un impegno diretto di governo:

1) L’impegno formale al rifiuto della guerra da chiunque dichiarata, Onu compresa. Questo più che un punto è un preambolo, senza questo elemento di chiarezza, in un contesto internazionale che con la rielezione di Bush tenderà ad aggravarsi, noi non dobbiamo accettare di entrare in nessun governo argomentandolo con il fatto che non vi è un impegno preciso contro la guerra senza se e senza ma.

2) Abrogazione delle leggi più reazionarie varate dalla destra (Legge 30, Bossi-Fini, Pensioni, Moratti).

3) Introduzione di un meccanismo automatico di recupero di salari, stipendi e pensioni.

4) Una legge sulla rappresentanza e la democrazia nei luoghi di lavoro, come chiede la Fiom.

5) L’istituzione di una “Agenzia per il lavoro” che si proponga di ridurre il tasso di disoccupazione per il Mezzogiorno.

Questi riteniamo debbano essere gli obiettivi minimi al di sotto dei quali, pur mantenendo la disponibilità ad unire le forze per sconfiggere Berlusconi, non possiamo entrare in un governo.

Come avrete letto anche nella mozione “Un’alternativa di società” ci sono alcuni di questi punti, ma a nostro parere sono largamente insufficienti poiché manca un riferimento esplicito sulla guerra, sul recupero automatico dei salari e sulla abrogazione della controriforma delle pensioni, ma a parte
questo anche su quei pochi punti non vi è alcun vincolo esplicito per stabilire se si entra o meno nel governo qualora venissero respinti.

La nostra posizione è quindi chiara ed è quella sostenuta da sempre da Rifondazione Comunista: gli accordi si fanno a partire dai contenuti. Nessun rifiuto aprioristico, ma nessuna accettazione senza impegni programmatici precisi, scritti e vincolanti.

Un altro tema centrale della nostra mozione è il tema del lavoro. Mentre abbiamo assistito in questi ultimi anni, anche a sinistra, al fiorire di infinite teorie sulla fine del lavoro, sul superamento della centralità della contraddizione capitale/lavoro, tutti i dati statistici, in Italia e ancor di più nel mondo, ci dicono che i lavoratori non sono diminuiti, ma sono aumentati. Certo, il lavoro è cambiato, la fabbrica si è parcellizzata, ad una produzione di serie finalizzata al magazzino si è sostituita la produzione personalizzata finalizzata al mercato, ma ciò che rimane costante in questo
processo è lo sfruttamento della forza-lavoro, che, paradossalmente proprio nel momento in cui è stata decretata la morte del lavoro si è brutalmente intensificato. Dalla sconfitta della Fiat ad oggi è stato un susseguirsi di arretramenti e peggioramenti della condizione lavorativa. La responsabilità
delle organizzazioni sindacali e anche della Cgil, già a partire dalla linea dei sacrifici dell’Eur, è massima. Sul versante politico, con l’eccezione del Pci del periodo di Berlinguer che ha avuto il coraggio di recarsi ai cancelli della Fiat e di sostenere il referendum in difesa della scala mobile
nonostante Lama e metà partito fossero contrari, sul versante politico – dicevo – l’accettazione delle compatibilità e la subalternità al Psi di Craxi ha portato i lavoratori a una sconfitta storica.

Una sconfitta che prosegue anche per tutti gli anni 90 in conseguenza della scelta della concertazione da parte dei sindacati e di governi, anche di centro-sinistra, che hanno continuato a individuare nel costo del lavoro e in presunte rigidità del mercato del lavoro i punti su cui intervenire per rispettare i dettami dell’Europa di Maastricht e del Fondo Monetario Internazionale. Il risultato di questi venti anni di sacrifici è stato un ingente spostamento di ricchezza dai salari, stipendi e pensioni alla rendita, ai profitti, una riduzione drastica dei diritti nei luoghi di lavoro, il ribaltamento della modalità di assunzione che è passata dal contratto a tempo indeterminato al contratto a tempo indeterminato come eccezione. Insomma, un gigantesco processo di precarizzazione, di aumento dello sfruttamento, di riduzione del potere d’acquisto, di riduzione della capacità contrattuale delle organizzazioni sindacali.

Per le giovani generazioni ormai il lavoro precario diventa una normalità, con tutte le conseguenze che questo comporta: l’insicurezza, l’impossibilità di programmarsi un futuro e inoltre, in conseguenza delle ultime controriforme pensionistiche, l’impossibilità di avere una pensione che ti possa consentire di sopravvivere, a meno che tu non riesca a pagarti una pensione integrativa.

Per i migranti lo sfruttamento è ancora più bestiale, anche perché ad esso si associa la condizione di discriminazione nella società, di difficoltà ad ottenere permessi e regolarizzazioni, di difficoltà nel trovare oltre che un lavoro dignitoso e pagato regolarmente, un’abitazione a prezzo accessibile.
Insomma i migranti, che il governo con la Bossi-Fini e con la costruzione del Centri di Permanenza Temporanea cerca di gestire con lo sfruttamento e la repressione, sono sempre più parte integrante del nuovo proletariato con cui è decisivo costruire un’iniziativa politica e di lotta.

Nel Mezzogiorno, questa condizione complessiva è ancora più pesante poiché si inserisce in un contesto dove i governi che si sono succeduti dal dopoguerra non hanno fatto nulla per ridurre il divario con il Nord: quasi nulla è stato fatto per la realizzazione di quegli interventi basilari sulle
infrastrutture quali ferrovie, servizi, strade, ponti, senza i quali qualsiasi ipotesi di investimenti produttivi resta una pura utopia. In compenso il governo ha investito sull’Alta velocità – opera d’alto impatto ambientale che riduce di poco i tempi di percorrenza nel centro-nord, mentre al sud il
sistema ferroviario è in molti tratti a binario unico e non elettrificato. E oggi Berlusconi vorrebbe costruire il Ponte sullo Stretto, opera inutile e distruttiva dell’ambiente.

Ecco, rispetto a queste problematiche: lavoro, precariato, migranti, Mezzogiorno, ambiente, negli ultimi anni si sono sviluppate lotte importanti. In particolare, grazie alla nuova linea assunta dalla Fiom, a partire dal 2001 si sono realizzati scioperi, vertenze, contratti, che hanno ridato protagonismo ai lavoratori: Fincantieri e soprattutto Melfi, anche simbolicamente, hanno lasciato intravedere che non solo si può resistere all’offensiva padronale, ma si possono anche strappare risultati, così come il May Day di Milano e la manifestazione del 6 novembre a Roma ci dicono che il mondo del precariato si sta organizzando e le lotte di Scanzano, Acerra, Rapolla, Terlizzi, ma anche Melfi, Termini Imerese e Polti di Cosenza, ci parlano di un Sud che vuole riscattarsi.

IL NOSTRO PARTITO

Il nostro partito sconta un limite grave nel radicamento nei luoghi di lavoro, di presenza nelle organizzazioni sindacali. Da tutte le statistiche pubblicate che analizzano il nostro elettorato e i nostri iscritti emerge chiaramente che nel nostro partito i lavoratori non sono la componente più significativa.

Non dimentichiamoci che la mutazione genetica del Partito Comunista Italiano avvenne parallelamente alla fuoriuscita dai gruppi dirigenti e dalle istituzioni di quadri e militanti provenienti dal mondo del lavoro.

Noi riteniamo, e questo lo sottolineiamo con forza nella mozione, che il nostro partito debba rimettere al centro delle sue iniziative i temi del lavoro, della condizione dei lavoratori (non dimentichiamoci che nel nostro paese ci sono 1400 morti sul lavoro ogni anno) e quindi è grave che in questi anni i pochi circoli che erano presenti nei luoghi di lavoro si siano ulteriormente ridotti, così come è inspiegabile il fatto che i compagni di Rifondazione Comunista iscritti alla Cgil abbiano contribuito in modo determinante – nello scorso congresso della Cgil – al risultato della
componente di sinistra Lavoro Società/Cambiare Rotta e non abbiano potuto avere un loro rappresentante nella segreteria nazionale della stessa Cgil. A tutti questi limiti pensiamo si debba porre rimedio assumendo, già in questo congresso, la centralità del lavoro, ponendo di conseguenza al centro dell’iniziativa politica delle nostre strutture centrali e periferiche, una attenzione prioritaria su questi temi.

Ma i limiti del partito non sono riferibili esclusivamente al suo scarso radicamento nei luoghi di lavoro e alla sua scarsa presenza nelle organizzazioni sindacali, il problema è più generalizzato e investe una crisi seria di tutta la nostra struttura organizzata.

Da anni ormai registriamo un calo costante degli iscritti. Il dato preoccupante è che, mentre fino al 1998l’elevato turn over era compensato dall’ingresso di nuovi iscritti, dal 1999 ad oggi il saldo tra mancate iscrizioni e nuovi iscritti si chiude negativamente, portando il numero totale di adesioni al partito al punto più basso della sua storia. Ciò è ancora più grave e contraddittorio poiché avviene in concomitanza con una crescita di movimenti (no global, per la pace, sindacali), come non si vedeva da tempo e all’interno dei quali il nostro partito vi è stato molto di più di tanti altri.
Certo, non ci sfugge una difficoltà che riguarda tutti i partiti con basi di massa, in particolare della sinistra, ma la crisi della nostra organizzazione riteniamo sia una conseguenza di limiti soggettivi e soprattutto di scelte politiche e organizzative sbagliate.

A questo proposito è indicativo il fatto che nonostante gli iscritti calino sistematicamente da 5 anni, non si sia mai tenuta una riunione del Comitato politico nazionale o della Direzione per capirne le cause e trovare, se possibile, i rimedi. Sono state annunciate ripetutamente conferenze organizzative che non si sono mai tenute, ma soprattutto sono state introdotte pseudo-innovazioni allo scorso congresso che – di fronte ad un fallimento indiscutibile – dovrebbero essere riviste. In nome di una
vulgata, assunta anche da Rifondazione Comunista, che tendeva ad equiparare tutto quanto aveva a che fare con i partiti e con l’organizzazione come un fattore negativo, antidemocratico, burocratico, novecentesco, si è proceduto allo smantellamento del dipartimento nazionale dell’organizzazione, si sono diradate fino a scomparire le riunioni nazionali dei responsabili organizzativi delle federazioni, sono stati estromessi dagli esecutivi i tesorieri, determinando il fatto che l’importantissimo tema
dell’autofinanziamento diventasse marginale nel lavoro del partito. La stessa discussione collettiva sulla gestione nazionale delle risorse – che la nuova legge sul finanziamento pubblico rende assai più cospicue che in passato – avviene in ambienti sempre più ristretti e discrezionali.

Sono stati tolti dagli organismi dirigenti del partito, Comitati federali e Comitato politico nazionale, i segretari di circolo e di federazione; il tesseramento e la ricerca di nuovi iscritti non è quasi mai oggetto di discussione politica, la stessa scelta di posticiparne l’inizio da novembre a gennaio si è rivelata sbagliata e il tutto viene lasciato ai soliti pochi compagni, sempre meno purtroppo, che una volta all’anno fanno il giro degli iscritti per ritesserarli. Un esempio allarmante di come questo quadro non rappresenti una forzatura, ci è dato dalla scarsa partecipazione – la più bassa della nostra storia – alla manifestazione nazionale di settembre che abbiamo tenuto qui a Roma in piazza del Popolo.

Noi chiediamo che queste pseudo-innovazioni attuate allo scorso congresso vengano riviste. Già allora – ricorderete – noi presentammo un emendamento sul partito che denunciava questi pericoli, che chiedeva una maggiore attenzione alla nostra organizzazione, ci venne risposto che ci
attardavamo su modalità organizzative che ormai erano superate e che la sola presenza nei movimenti avrebbe consentito al nostro partito di crescere. Non è stato così. Anzi, al progressivo indebolimento delle nostre strutture organizzative si è affermata parallelamente una modalità sempre meno democratica di assunzione delle decisioni sia organizzative che politiche.

Questa autoriforma del partito che doveva aumentare il coinvolgimento dal basso, la collegialità – ricordate l’enfasi del “partito a rete”? – si è paradossalmente sostanziata nel suo opposto ed oggi ci troviamo a leggere sui giornali o ad ascoltare in trasmissioni televisive cambiamenti sostanziali
di linea politica.

Così come non possiamo non rilevare una pesante contraddizione, da parte dei compagni della maggioranza, tra il sostenere in tutte le sedi un distacco e una critica all’autoritarismo che avrebbe contraddistinto i comunisti del 900, e la decisione di commissariale il Comitato regionale della Calabria solo perché il nuovo segretario regionale aveva votato gli emendamenti.

Così come è contraddittorio parlare di democrazia, contaminazione, pluralità e poi costituire gruppi parlamentari che escludono le minoranze; e non c’è molta coerenza nel contrastare il sistema maggioritario all’esterno e praticarlo, teorizzandone la validità, all’interno del partito, per cui con il
51% si prende il 100%.

Noi riteniamo che alla base delle difficoltà e della crisi del nostro partito vi siano queste cause, queste scelte sbagliate. Il non coinvolgimento dei circoli determina la convinzione di non contare
nulla e ciò porta progressivamente al disorientamento, alla passività e alla disaffezione. Il partito si trasforma sempre più in partito leggero, mediatico, legato alle istituzioni dalle quali sempre più dipende economicamente; inoltre i militanti più attivi coincidono sempre più spesso con i compagni
inseriti nelle istituzioni ai vari livelli.

Noi proponiamo una riforma di questo partito in senso democratico e partecipativo. All’inizio di Rifondazione Comunista, ragionando sul nostro modello organizzativo, si parlava di “piramide rovesciata”. Facevamo questo ragionamento poiché avevamo visto – e in molti vissuto – la
degenerazione burocratica dell’ultimo Pci; forse erano parole d’ordine – la piramide rovesciata, il circolo come luogo prioritario della elaborazione della linea politica – un po’ ingenue, ma oggi siamo all’opposto e così si rischia il distacco tra base e vertice.

Proponiamo una vera e propria rigenerazione democratica del partito, che esalti il carattere collegiale e unitario della direzione politica.

Unità, collegialità, democrazia, rispetto delle diversità e ricerca della sintesi sono valori da affermare sia nella cultura che nella pratica del partito. Proponiamo una partecipazione effettiva del corpo attivo del partito all’elaborazione della sua linea. Proponiamo che i circoli ridiventino non
solo i luoghi principali dell’iniziativa politica sul territorio, ma anche la sede dove si discutono le decisioni principali che il partito assume.

E’ giusto criticare la cristallizzazione del nostro dibattito interno e una pericolosa deriva correntizia, ma occorre sapere che questo è il prodotto del rifiuto pregiudiziale della sintesi.

Per quanto ci riguarda, anche nello svolgimento di questo congresso, siamo stati l’unica mozione che ha proposto fino alla fine non un congresso a mozioni contrapposte, ma un congresso con documenti a tesi emendabili; rispetto a questa ipotesi è stato posto dalla maggioranza un sistematico
rifiuto.

Proponiamo, affinché il radicamento del partito nei territori, nei luoghi di lavoro e di studio, non resti uno slogan privo di riscontri, che si decida un cospicuo investimento in mezzi e in risorse perché ciò si realizzi. A questo proposito va stabilita una quota parte di finanziamento pubblico che, ogni anno, deve essere obbligatoriamente investita per il radicamento capillare del partito e delle sue sedi. Proponiamo che si riprenda la politica dell’acquisto delle sedi che negli anni passati ci aveva consentito di dotare numerose federazioni provinciali e anche circoli territoriali di un luogo di
proprietà, risparmiando sugli affitti e dotando il partito, nel suo insieme, di una robusta solidità finanziaria.

Proponiamo di investire nel lavoro di formazione – non si tratta di allestire corsi di “indottrinamento”, ma di considerare la crescita culturale e politica dei quadri un fattor decisivo per la capacità stessa dei circoli di fare politica in modo intelligente ed adeguato ai tempi. Una conoscenza non dogmatica delle opere dei dirigenti più importanti del movimento comunista e
socialista, nonché una adeguata preparazione al fare politica nella società e nelle istituzioni possono contribuire a formare i compagni e le compagne, a superare approcci pragmatici ed elettoralistici ancora troppo diffusi.

Proponiamo infine che il nostro giornale Liberazione – ne approfittiamo per formulare i migliori auguri di buon lavoro al nuovo direttore – pur nella giusta distinzione di ruoli e di autonomia rispetto al partito, diventi sempre più uno strumento nel quale ogni militante o simpatizzante possa
riconoscersi. Per realizzare ciò, la direzione deve tenere conto della pluralità di orientamento, di pensiero che sono presenti nel partito, ma anche nell’elettorato e quindi tra i lettori del giornale. A questo proposito ci sentiamo di suggerire maggior intervento e approfondimento (magari
riducendo le notizie un po’ banali legate alla quotidianità politica) sul mondo del lavoro, sulle questioni internazionali informandoci anche sulle forze rivoluzionarie e comuniste nel mondo. Faccio tre esempi per farmi capire e che potrebbero aiutare anche la nostra riflessione politica sul tema del governo.

In Brasile la vittoria di Lula è stata salutata giustamente come un fatto importante, oggi sta attraversando un momento di difficoltà ed è sottoposto ad una critica da sinistra da parte di importanti movimenti come i Sem Terra. Sappiamo che tra le forze di governo vi è anche il partito comunista brasiliano: sarebbe interessante sapere cosa dice, quali sono le sue difficoltà, qual è il suo dibattito interno.

Secondo esempio, in Sudafrica, paese importantissimo del continente africano con tassi di sviluppo elevati, vi è un forte partito comunista, presente nel governo: quali sono le sue posizioni, cosa sta facendo, quali le sue difficoltà? Non sappiamo quasi nulla.

Infine, terzo esempio, l’India. Oltre un miliardo di persone. Recente vittoria elettorale delle forze progressiste grazie ai voti dei due partiti comunisti che raccolgono circa il 15% dell’elettorato. Hanno scelto di appoggiare il governo dall’esterno: perché? Con quali risultati? Con quali
problemi? Sarebbero informazioni utili e, credo, non prive di interesse anche per i lettori di Liberazione.

L’IDENTITA’ E LA NOSTRA STORIA

L’ultimo punto che vorrei toccare, in questa mia illustrazione della mozione, riguarda il tema dell’identità e del rapporto con la nostra storia.

Su questa questione ci siamo trovati in questi ultimi anni a dover replicare non solo ad un’offensiva che ci veniva portata dai nostri avversari – dal Libro nero del comunismo agli attacchi continui di Berlusconi nei confronti dei comunisti – ma anche dall’interno della Sinistra. Basta ricordare le abiure avanzate a piene mani da Occhetto e da chi ha deciso nel 1989 di avviare il processo di scioglimento del Pci, passando per l’attacco alla Resistenza partigiana del “chi sa parli” di Otello Montanari, ai ragazzi di Salò di Violante e ai libri di Pansa, per arrivare al libro di Revelli “Oltre il Novecento” fino a dichiarazioni fatte anche dal nostro partito secondo le quali il Novecento sarebbe un cumulo di errori e di orrori, che avremmo “angelizzato” la Resistenza e che tutti i grandi pensatori del Novecento sono morti non solo fisicamente, ma politicamente.

Non ci riconosciamo in questi bilanci che riteniamo storicamente e politicamente errati.

Il movimento comunista ha dato forza alla rivendicazione dei diritti fondamentali delle masse lavoratrici e si è sempre schierato contro la guerra. L’insegnamento dei suoi più grandi dirigenti del Novecento – da Lenin a Gramsci – è ancora un contributo prezioso per la analisi critica della società capitalistica.

Le grandi rivoluzioni che si sono susseguite dopo il 1917 hanno liberato sterminate masse di popolo e inaugurato una nuova epoca storica, nella quale si colloca la nostra esperienza di comunisti. La Resistenza antifascista – nella quale furono in prima fila i partigiani comunisti – e a questo proposito siamo orgogliosi di avere come primo firmatario della nostra mozione il comandante Giovanni Pesce, Medaglia d’Oro alla Resistenza; la Resistenza antifascista, dicevo, ha permesso al nostro paese di riacquistare dignità, libertà e democrazia dopo l’infame vicenda del fascismo, delle sue leggi razziste e della guerra al fianco di Hitler.

Insomma, crediamo di non fare una forzatura nel sostenere che la storia dell’umanità si troverebbe ad uno stadio ben più arretrato se non ci fossero state le grandi rivoluzioni socialiste del Novecento.

Di questa storia siamo orgogliosi e non ne dimentichiamo i limiti e le pagine buie, ma non condividiamo atteggiamenti liquidatori. La critica netta degli errori e dei processi degenerativi che hanno macchiato alcuni momenti della storia del movimento comunista e del “socialismo reale” fa
irreversibilmente parte del nostro patrimonio culturale, politico e morale. Siamo consapevoli della loro portata e delle gravi conseguenze che ne sono derivate per chi non ha disertato la lotta nel nome del comunismo. Avvertiamo ogni giorno l’esigenza di capire meglio ciò che ha determinato
la sconfitta di grandi esperienze storiche.

Ma il necessario riconoscimento delle pagine buie della storia del movimento operaio e comunista non ci impedisce di comprendere che oggi il pericolo maggiore è di fuoriuscire da questa storia. Siamo quindi interessati ad un bilancio critico non ad una abiura. Siamo interessati a riflettere sulla nostra storia, ma non a tirarci una riga sopra. Rivisitare la storia non significa rimuoverla. Insomma, siamo per la rifondazione comunista, non per la rimozione comunista.

Per quanto riguarda la nostra nuova identità, proposta recentemente in alcuni convegni ed interviste, non condividiamo la assunzione della teoria della nonviolenza come nuovo tratto identitario di Rifondazione Comunista. La violenza purtroppo è insita nel sistema di dominio capitalistico. E’ insita in un sistema che si regge sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, quindi sosteniamo che le forme di lotta dipendono dal contesto in cui si praticano. Oggi in Italia è possibile praticare la lotta
pacifica anche perché ieri i partigiani, con le armi in pugno, hanno sconfitto il fascismo; per contro in Iraq – dopo una guerra e una occupazione illegittime – il popolo iracheno è costretto a dare vita ad una Resistenza anche armata per sconfiggere gli invasori.

Così come non condividiamo il concetto secondo il quale i comunisti non lottano per conquistare il potere. Questa tesi ci pare non solo estranea alla nostra storia, ma incomprensibile. Cercare di entrare in un governo e chiedere ministri non significa lottare per avere un potere? Non c’è mai
nella realtà un vuoto di potere. Perdere di vista questo terreno significherebbe rinunciare alla lotta politica e renderebbe nei fatti impraticabile l’obiettivo della trasformazione in senso socialista della
società.

Tra l’altro, come è facile dimostrare, queste due proposte – la nonviolenza e il rifiuto del potere – che ci vengono presentate come due proposte innovative sono in realtà teorie assai datate, sostenute dai movimenti anarchici o cristiani contro i quali hanno scritto pagine straordinariamente efficaci già Marx, Gramsci e tanti altri. Quindi non di innovazioni si tratta, ma di riesumazioni di vecchie e consunte ideologie.

Abbiamo e proponiamo una concezione diversa della innovazione. Essa non prescrive soluzioni calandole dall’alto, ma vive di uno stile di lavoro partecipato e collettivo. Non comporta il rigetto dell’esperienza storica del movimento comunista, ma quel continuo rinnovamento che ha consentito
ai comunisti di fornire un contributo decisivo alle lotte del proletariato di tutto il mondo. La vera innovazione consiste nella difficile impresa di confrontarsi con i nuovi orientamenti teorici e culturali senza smarrire il filo della lotta di classe contro il capitalismo e della solidarietà con le lotte di resistenza e di liberazione dei popoli; nel vivere col massimo impegno le esperienze di movimento perseguendo al tempo stesso l’obiettivo della ricomposizione di classe; nel saper valorizzare, senza settarismi, ogni contributo di idee e di esperienza che possa aiutare la costruzione di un “nuovo mondo possibile”.

Abbiamo chiamato la nostra mozione ESSERE COMUNISTI, non per un fatto nostalgico, perché siamo legati ad un passato pur glorioso, ma perché riteniamo che oggi nel nuovo millennio, di fronte alle ingiustizie del mondo, alle guerre, alla distruzione dell’ambiente, alle persone che
muoiono di fame, di sete, di malattie curabili mentre si bruciano risorse incalcolabili in armamenti, non ci sia nulla di più moderno del comunismo, di una società liberata dallo sfruttamento e dalla guerra.

Siamo consapevoli che è una battaglia di lunga lena e che non sempre ci è concesso di scegliere i modi con cui combatterla. Ma noi intendiamo perseguire questa prospettiva storica di liberazione dell’umanità che rappresenta il fondamento irrinunciabile del nostro essere comunisti.

Con questo congresso e, raccogliendo un consenso significativo attorno alla nostra mozione, noi possiamo dare un grande contributo in questa direzione.

Ce ne sono tutte le condizioni, compagne e compagni, le richieste di adesione alla nostra mozione aumentano di giorno in giorno e la nostra presenza è ormai radicata su tutto il territorio nazionale, in tutte le federazioni.

Come sempre dobbiamo associare la passione – che non ci manca – all’impegno e al lavoro sistematico e quotidiano già da domani con la consapevolezza che il progetto per rafforzare in questo paese un partito comunista con basi di massa passa attraverso un buon risultato della nostra
mozione. A tutti noi un buon lavoro.