Presentato il ddl delega per lo «Statuto dei lavori», un far west dove si può fare tutto

Meno male che questo governo ha le ore contate. Perlomeno dal punto di vista di un lavoratore. Nonostante la spina stia per essere staccata, infatti, avanza come un panzer su una sola materia: la distruzione del diritto del lavoro. Ieri il ministro apposito, Maurizio Sacconi, ha presentato il suo ultimo capolavoro: lo «statuto dei lavori», o almeno la sua «filosofia». Pensato per sostituire quello vigente, «dei lavoratori », ha tutto l’aspetto dell’«arma di distruzione di massa».
Un disegno di legge che delega il governo a «emanare entro 12 mesi» dall’ approvazione dello stesso ddl «uno o più decreti legislativi » per arrivare a un nuovo «testo unico della normativa». Insomma, c’è il tempo per opporsi e probabilmente altri governi con cui discuterne o affossarlo. Ma il tentativo c’ è.
L’idea è di una semplicità feroce: in materia di lavoro è permesso tutto. Il ddl consta di un solo articolo e appena cinque commi. Si parte con la «razionalizzazione e semplificazione» della normativa vigente «con l’obiettivo di ridurla almeno del 50%», per passare subito dopo all’«identificazione di un nucleo di diritti universali e indisponibili», in pratica quelli sanciti dalla Carta di Nizza e recepiti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Ovvero il diritto di associazione sindacale, di sciopero, sicurezza sul lavoro, ecc, che pur essendo teoricamente intoccabili vengono già oggi «disciplinati» in modo tale da essere difficilmente esigibili (basta guardare
il lavorio della cosiddetta «commissione di garanzia» sui servizi pubblici o il nuovo Testo unico sulla sicurezza). Unica novità: l’equiparazione tra dipendenti a tempo indeterminato e «partite Iva» o co.co. pro. con «monocommittenza». Ma senza riconoscere loro gli stessi diritti di un dipendente.
Dopo di che basta parlare di diritti e tutele. Come? La «rimanente area di tutele» viene infatti affidata alla «contrattazione collettiva», che potrà andare «anche in deroga alle norme di legge». Alla nostra domanda sul punto specifico, il ministro ha specificato che la deroga potrà essere «in ogni direzione», e quindi anche in senso peggiorativo della stessa legge. Che fin qui – nella storia umana, andrebbe ricordato – ha sempre segnato il «livello sotto cui non si può andare». Insomma: oggi non è possibile fare un accordo o un contratto che non rispetti i requisiti minimi previsti da una serie di leggi.
Domani, se passerà questa visione, si potrà invece derogare ad libitum. L’ unico limite sarà costituito – nella fase di preparazione del testo finale – dagli «avvisi comuni» tra le parti sociali (Confindustria e sindacati, per semplificare); per i quali, precisa ancora il ministro, «non è necessaria l’ unanimità». Se la Cgil (o qualcun altro) non ci sta, non fa niente; l’accordo è valido e lo si potrà applicare.
Persino il sistema degli «ammortizzatori sociali» deve essere «esteso» (e chi potrebbe mai sostenere il contrario?), ma «senza oneri aggiuntivi di finanza pubblica». Giustamente c’è chi chiede perché si concedano «contratti di solidarietà» a società come Telecom che hanno solo la necessità di aumentare «il dividendo». Sacconi se ne lava le mani, «se c’è l’accordo tra le parti…». E tanto basta per illuminare cosa può significare la generalizzazione di questo criterio «al posto della legge» (che dovrebbe difendere l’«interesse comune»).
Il concetto chiave è esplicito: il «contratto», da chiunque e comunque siglato, prevale sulla «legge». Con gusto della provocazione, Sacconi ricorda che questa era anche la posizione della Cisl e, in parte, della Cgil durante l’ «autunno caldo», quando la spinta operaia era talmente forte che la formulazione di una «legge» – per quanto progressiva come lo Statuto dei lavoratori – sembrava un «freno» alla possibilità di conquiste maggiori. Dopo 40 anni in cui quella legge, a rapporti di forza sociali rovesciati, ha funzionato come difesa dei lavoratori e oggettivo limite alla volontà dell’ impresa, ecco che lo Stato riaffida tutta intera la regolazione dei rapporti tra capitale e lavoro ai puri «rapporti di forza» (facendo conto, più concretamente, sull’esistenza di sindacati «complici» pronti a sottoscrivere qualsiasi «accordo separato»).
Naturalmente, un’idea reazionaria come questa «deve» essere condita con grande esibizione di termini positivi come «innovazione» e condanne per il «centralismo regolatorio e statalista», tipici della «vecchia economia». Il «modo di produrre» è cambiato, e quindi avanti con la flessibilità delle regole. Unico totem indiscutibile resta quindi la «competitività delle imprese e la loro propensione (!?, ndr) ad assumere». Tutto deve essere piegato a queste esigenze. Ma voi, siete d’accordo?

* da Il Manifesto del 12 novembre