Premier pigliatutto, camere nel caos

Con il metodo dell’articolo 138, previsto dai costituenti per limitate revisioni, la maggioranza ha cambiato una cinquantina di articoli della Carta del `48. Quella che viene presentata come la Costituzione della seconda (o terza) Repubblica assomiglia sinistramente a un regolamento di condominio, piena com’è di rimandi da un articolo a un altro moltissimi con una messe di commi in luogo della solennità degli enunciati della vecchia Carta. Le modifiche sostanziali sono molte, quelle essenziali sono racchiuse in tre parole chiave. Premierato. Il presidente del Consiglio diventa «primo ministro». E’ eletto direttamente, mediante il collegamento con una o più liste di candidati. Non ha bisogno della fiducia del parlamento, ma solo che la camera voti sul suo programma. Nomina e revoca i ministri (potere strappato al capo dello stato). «Determina» (e non più «dirige») la politica del governo, in ogni momento può porre la questione di fiducia o chiedere che la camera si esprima in maniera conforme alle indicazioni del governo. In caso di bocciatura dovrà dimettersi, ma provocando lo scioglimento della camera. La quale può in qualsiasi momento costringere alle dimissioni il primo ministro, ma condannandosi al suicidio, sia in caso di approvazione della mozione di sfiducia si in caso di bocciatura col voto determinante dei deputati della minoranza uscita dalle elezioni (norma «antiribaltone»). E’ prevista la sfiducia costruttiva, ma anche in questo caso i deputati della minoranza elettorale sono esclusi del tutto dai giochi, pena ancora lo scioglimento.

Devolution. Si è molto discusso se il federalismo previsto da questa riforma sia più o meno spinto di quello introdotto dal centrosinistra con la riforma del Titolo V. L’unica certezza è la confusione che deriva da due spinte contrapposte. Da un lato le regioni avranno potestà legislativa esclusiva su assistenza e organizzazione sanitaria e organizzazione scolastica (e i sindacati ne temono gli effetti sul contratto nazionale della pubblica amministrazione), così come sarà riservata alle regioni «ogni altra materia non espressamente riservata alla legislazione dello stato» e nascerà dal nulla una nuova polizia «amministrativa regionale». Dall’altro An per contraltare alle richieste leghiste ha chiesto e ottenuto le clausole «di interesse nazionale» e «di supremazia». In base alla prima il governo può bloccare una legge regionale eventualmente chiamando il parlamento in seduta comune ad annullarla. In base alla seconda lo stato può sostituirsi alle regioni (ma anche alle province, ai comuni e alle città metropolitane) nel caso di mancato rispetto di norme e trattai internazionali oppure di pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica. Oppure quando lo richiedano la tutela dell’unità giuridica o economica e i livelli essenziali delle prestazioni relative all’esercizio dei diritti civili e sociali. A ben vedere è un campo di intervento in grado di smentire qualunque «devolution».

Senato federale. E’ la novità più appariscente della riforma. I senatori diminuiscono (252 in luogo di 315), sono eletti contemporaneamente ai consigli regionali, sono integrati da 42 delegati regionali senza diritto di voto. I deputati diminuiscono da 630 a 518, sono eleggibili già a 21 anni (i senatori a 25). Con l’intenzione di superare il bicameralismo perfetto, la riforma moltiplica e confonde il processo di formazione delle leggi. Ci sono leggi di competenza della camera (quelle relative alle competenze esclusiva dello stato: politica estera, difesa, giustizia…) per le quali il senato federale ha però facoltà di proporre modifiche. Leggi di competenza del senato federale (quelle che trattano materie che rientrano nella competenza concorrente di stato e regioni) sulle quali la camera può ugualmente proporre modifiche. Ci sono poi leggi di competenza bicamerale (quelle che riguardano la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti diritti civili e sociali e le leggi elettorali). Se camera e senato federale non approvano il medesimo testo, i presidenti delle assemblee nominano una terza piccola camera: 60 tra senatori e deputati che preparano un nuovo testo che dovrà essere votato dai due rami del parlamento. Il primo ministro poi può proporre delle modifiche a una legge in discussione al senato, se il senato si rifiuta la legge si sposta di autorità alla camera. Soluzione di autorità, infine, anche per risolvere dispute (inevitabili) di attribuzione delle leggi tra camere. Decide insindacabilmente un comitato di 4 senatori e 4 deputati nominato dai presidenti delle due assemblee.