«Premete sugli Usa per avere di più»

Nel secondo rapporto sul valore economico della guerra all’Iraq, dopo quello del 2003, la raccomandazione a partecipare «all’intero processo di ricostruzione e ammodernamento, che vale almeno 200 miliardi di dollari in circa dieci anni» e l’illustrazione dei «vantaggi della presenza in loco»

Non è l’unico rapporto sulla convenienza economica della permanenza in Iraq, quello reso pubblico ieri da Rai news 24 e datato 22 febbraio 2003 (il 20 marzo cominceranno i bombardamenti) che dimostra come la difesa del giacimento di Nassiriya fosse la prima preoccupazione italiana. Anzi, con molta probabilità il governo ha continuato a valutare mese dopo mese quanto e come partecipare al conflitto sulla base delle valutazioni economiche del momento. Di certo, più di un anno dopo l’inizio dei bombardamenti, il 5 aprile 2004, il presidente del consiglio aveva sul tavolo un altro documento, firmato dallo stesso docente universitario che nel 2003 aveva valutato quanto avrebbe potuto fruttare all’Italia mandare i propri soldati a Nassiriya. Sta volta però la valutazione di Giuseppe Cassano (docente di Statistica economica a Teramo) è negativa e l’invito al consiglio dei ministri è di premere di più: «E’ essenziale che il governo italiano metta in essere una strategia politica di forte pressione sul governo degli Stati uniti, pressione che fin ora non sembra essere stata così intensa come forse sarebbe stato opportuno», scrive il consulente a pagina 49 del documento. E nella pagina successiva: «L’obiettivo, è stato più volte sottolineato nel presente Rapporto, è di partecipare all’intero processo di ricostruzione e ammodernamento, che vale almeno 200 miliardi di dollari in circa dieci anni e partecipare alla crescita del mercato interno iracheno, che potrà offrire prospettive anche migliori».

La storia delle valutazioni mano al portafoglio parte il 22 febbraio 2003, con il rapporto mostrato da Sigfrido Ranucci, nell’inchiesta per Rainews 24. Il professor Cassano, prevedendo «una elevata possibilità che entro la metà dell’anno venga rovesciato da una azione militare guidata dagli Usa, il regime di Saddam Hussein», consiglia in un documento del Ministero delle attività produttive di impegnarsi nel conflitto nonostante ci sia già un accordo con Saddam per lo sfruttamento dei giacimenti di Nassiriya e Halfaya: «la contromossa americana sembra consista nel garantire il mantenimento degli accordi sottoscritti, anche nel caso di un “dopo Saddam”. Con tale sistema la “polizza” cambierebbe beneficiario […]. Forse anche l’Italia potrebbe giocare la stessa carta per le iniziative dell’Eni circa i giacimenti di Halfaya e Nassiriya». Il riferimento, dicevamo, è agli accordi sottoscritti da Eni-Agip nel 1998, riportati in una tabella che il docente allega. A guerra iniziata l’Italia ottiene dagli Usa di andare a presidiare proprio la zona di Nassiriya. L’estrazione, però, fanno sapere oggi fonti Eni non è mai cominciata perché la zona è troppo pericolosa.

Di certo, però, il giacimento è la ragione della presenza italiana in zona. La pensavano così anche gli attentatori iracheni che il 12 novembre 2003, attaccarono la base dei Carabinieri di Nassiriya, almeno secondo quanto riferiva il 13 l’inviato del Sole 24 ore a New York Roberto Gatti citando «fonti dei servizi americani». «Colpendo i carabinieri si è per esempio mandato, indirettamente, un messaggio anche all’Eni», scrive il giornalista aggiungendo che a giugno i tecnici dell’azienda avevano già fatto una ricognizione aerea sulla zona (denunciata anche da Un ponte per…). Sul giacimento di Nassiriya hanno interesse anche gli spagnoli. E una carta in più: il 14 marzo 2004, tre giorni dopo le bombe a Madrid, la Repsol ha ricominciato ad esportare greggio dall’Iraq, come scriverà in seguito il consulente del governo.

A più di un anno di distanza dal primo documento, infatti, c’è un nuovo testo. E’ datato 5 aprile del 2004. Qualche giorno dopo il governo italiano incontrerà il viceministro della difesa Usa Paul Wolfowitz insieme all’ambasciatore a Roma Mel Sembler. Il nuovo rapporto è soprattutto la cronaca di un fallimento economico, di un investimento, quello della presa di Nassiriya, andato maluccio. «I sette contratti di gestione (per il settore petrolifero ndr) sono stati appena assegnati a gruppi americani e a due britannici», si legge a pagina 45 e «la partecipazione italiana non è stata quantitativamente molto forte» nei contratti «finanziati dai “grants” americani» (pag. 48). Insomma, niente di che. Al punto che il rapporto dedica un paragrafo a «Le ragioni di un non esaltante raccolto». Ma invita a non mollare la presa, soprattutto sulla presenza in loco: «Si apre per gli imprenditori italiani una grande opportunità: quella di partecipare sia allo sviluppo del paese, sia alla sua ricostruzione “dall’interno”, con tutti i vantaggi che normalmentevengono riconosciute alle società locali»(pg. 50). Un’altra fetta interessante saranno le privatizzazioni delle società pubbliche «che ben gestite e con l’ampio mercato che il nuovo Iraq potrà costruire, esse potranno portare agli antichi successi. E’ questa una importante opportunità addizionale per gli imprenditori del nostro Paese». Di tutti questi interessi e di quanto abbiano fruttato e a quale prezzo il governo non ha mai parlato.