Precarietà nel lavoro è precarietà nella vita, i giovani francesi lo hanno capito

La protesta che da giorni sta investendo la Francia ha un tratto inedito. La stravaganza non sta nel fatto che un movimento di studenti contesti una legge emanata dal governo, ma nel fatto che una mobilitazione partita dalle università si opponga con tanta determinazione a quella legge che sancisce la possibilità di licenziare senza giusta causa un giovane sotto i 26 anni assunto con contratti a termine e in prova per due anni.
Dalle università che formano la futura classe dirigente del paese è partita l’opposizione alla precarietà. Gli studenti francesi hanno capito ciò che da noi i lavoratori hanno compreso: che la precarietà di oggi non è precarietà nel lavoro, ma precarietà nella vita.

E’ questo che ha colto tutti di sorpresa.

Non voglio minimizzare le grandi manifestazioni di studenti e insegnanti che si sono battuti e continuano a battersi contro la scuola di classe imposta dalla riforma Moratti. Il nostro paese, in questi ultimi anni, è stato percorso da mobilitazioni straordinarie, da lotte tenaci che hanno visto protagonisti soprattutto i giovani. Erano tanti, determinati, i ragazzi e le ragazze che hanno manifestato contro la guerra e per rivendicare un mondo migliore. Hanno meno di trent’anni gli operai di Melfi che hanno osato opporsi alla Fiat e hanno vinto. Una nuova generazione di metalmeccanici ha scioperato, è scesa in piazza per rivendicare un giusto contratto, per opporsi alla precarietà. Sono stati i giovani che a Locri hanno sfidato la mafia. C’erano i giovani a Scanzano contro la discarica di scorie radioattive e in Val di Susa.

Ma queste pratiche, queste esperienze che hanno come denominatore comune la difesa dei diritti (alla pace; al sapere; a un lavoro dai ritmi umani, a un’occupazione certa e a un salario dignitoso; a un’esistenza senza paura; a un ambiente non inquinato, non devastato) hanno faticato e faticano a entrare in contatto, a comporsi. E’ come se ogni vicenda, particolare ma dalla valenza generale, faticasse a parlare a tutti.

E qui ritorna, prepotentemente, il nodo di fondo. In questi anni due tendenze si sono opposte: la spinta alla frammentazione e quella all’unificazione. Le forze in campo erano impari, così come diversa era la scala: il liberismo ha imposto le sue leggi al mondo; chi vi si opponeva ha tentato di resistere, di mettere degli argini al suo violento dilagare e a volte ci è riuscito, in qualche settore, in qualche spicchio di mondo. Abbiamo combattuto, ognuno nel suo campo ed entro confini che si sono rivelati angusti.

La fase, oggi, è cambiata: il modello che ha vinto non riesce più a mantenere le sue promesse. Questa crisi può trasformarsi in una occasione a patto, però, che si ricostruisca, a livello almeno europeo, la catena che unisce le diverse, positive esperienze.

La Fiom ci ha provato in questi ultimi anni, è faticosamente uscita dal suo recinto, ha cercato di costruire un rapporto vero anche con chi metalmeccanico non era e non è, con chi non parlava e non parla di lavoro. Quella pratica nasce da una consapevolezza: che in realtà è proprio il lavoro la parola chiave per unire ciò che è stato frammentato. Come deve essere il lavoro, come deve essere considerato, quanto deve essere pagato, cosa serve produrre, come va prodotto, che rapporto ci deve essere tra lavoro e sapere? Rispondere a queste domande significa, anche, parlare di pace, di istruzione, di salute, di ambiente, di sicurezza.

Gli studenti francesi hanno fatto un passo in questa direzione. Così come in questa direzione si sta muovendo chi ha scelto di costituire una forza politica della sinistra europea dai tratti inediti.