Precari, o mobbizzati, nelle cooperative, sfruttati nei centri agroalimentari

“Mi chiamo Marta, ho 36 anni e 4 esami per finire una laurea che non prenderò mai, visto il lavoro che faccio”: testimonianza dalla Coop di Pontedera, dove alla faccia dello slogan, il lavoratore non si affeziona così tanto al posto di lavoro. Non potrebbe essere altrimenti, a sentire quello che raccontano i Cobas della Toscana: migliaia di contratti a tempo a 3 mesi, spesso prolungati di altri 2 o 3 mesi di cui le lavoratrici verrebbero messe a conoscenza di regola solo il giorno prima la scadenza del contratto precedente. E ancora, cinque o sei mesi in attesa di essere richiamate – e anche qua l’annuncio arriverebbe solo all’ultimo momento – con la consapevolezza che ad ogni nuovo contratto si dovranno comunque fare fino ad altri 45 giorni di apprendistato, nonostante possa essere l’ennesima volta che si firma per iniziare a fare la cassiera o stare dietro al banco del pesce della Coop. Usiamo il femminile perché la stragrande maggioranza dei dipendenti dei tutti i supermercati Coop in Italia è donna, sempre secondo quanto riportano i Cobas che denunciano la mancanza di un censimento anche per colpa dei sindacati confederali: “Cgil, Cisl e Uil non si sono mai poste l’obiettivo di censirle e di ridurne il numero, attraverso un piano delle assunzioni finalizzato a trasformare buona parte dei contratti a tempo determinato in contratti a tempo pieno” scrivono nel loro comunicato stampa. Che le precarie siano un po’ trascurate dai sindacati sono loro stesse a confermarlo: “Sono al quarto contratto in tre anni – continua Marta – ho girato ogni reparto e mi aspetto un contratto a tempo indeterminato. Ho chiesto alla Filcams di promuovere una assemblea dei precari prima del 4 Novembre ma attendo, dopo un mese, ancora risposta”. Un’altra testimonianza arriva da Anna, anche lei dipendente della Coop di Pontedera (sia Anna che Marta sono nomi inventati): “Un anno fa si è fatta una riunione per discutere del contratto nazionale commercio ma noi precarie non abbiamo potuto partecipare. Perché? neppure i sindacalisti lo hanno saputo spiegare”. Un’altra cosa che i Cobas vorrebbero chiarire è il meccanismo di assunzione e/o di conferma: “Alla Coop capita che la lavoratrice a tempo determinato, alla fine del periodo, si veda giudicata con una scheda di valutazione della quale non conosce né i criteri di compilazione, né tanto meno il contenuto che poi è vincolante ai fini delle nuove assunzioni a termine” scrivono.

Anche alla Coop Prenestina, a Roma, le cose non vanno bene né per chi ha un contratto a tempo indeterminato né per chi ha la “scadenza”. Ieri erano tutti incatenati ad un albero davanti al supermercato per protestare contro la decisione dei dirigenti di chiudere il punto vendita con il risultato che molti dei 26 fissi saranno trasferiti al punto vendita del Laurentino senza nessun rispetto per le esigenze personali e familiari. Per i 24 stagionali invece c’è solo il mancato rinnovo del contratto.

Altra storia che non è precarietà in senso stretto, ma c’entrano sia la legge 30 che la Bossi-Fini, due delle manovre dello stesso governo che saranno oggetto della contestazione, e della conseguente richiesta di cancellazione, nella manifestazione “Stop precarietà ora! ” in programma il prossimo 4 novembre, è quella del centro agroalimentare di Guidonia, alle porte di Roma. Ieri i carabinieri della capitale hanno concluso il lavoro di indagine, avviato circa un mese fa, sul Car portando alla luce un diffuso e ben radicato sistema di caporalato e di sfruttamento dei lavoratori migranti, alcuni dei quali sono stati arrestati e altri senza permesso di soggiorno si sono visti sventolare il foglio di via. Un’ulteriore aggravante dell’accaduto è che nell’assetto azionario del Car c’è una fetta pubblica molto consistente: il 31% è detenuto dal Comune di Roma, il 20% dalla Regione Lazio. Non tarda quindi ad arrivare la reazione di Alessio D’Amato, vicepresidente della Commissione bilancio della Regione: “Quella del Car non è l’unica situazione nel Lazio, ai mercati ortofrutticoli di Fondi, per esempio, il caporalato e l’usura sono molto diffusi. La novità è che il fenomeno si sta avvicinando a Roma. Non è neanche giusto però che a pagare siano sempre e solo i lavoratori mentre per le imprese spesso non si fa niente. Per questo sarebbe opportuno un intervento del Comune e della Regione, anche seguendo il modello della Puglia”. Sull’accaduto è intervenuto anche Massimiliano Smeriglio, segretario romano del Prc: “E’ inaccettabile che in una struttura, per giunta a capitale prevalentemente pubblico, si tolleri la presenza di società commerciali che sfruttano il lavoro nero, speculando sulla condizione di estremo disagio di lavoratori migranti”. Lavoro nero e precarietà, ottimi motivi per essere in piazza il 4 novembre.