Precari: la legge 30 non ha funzionato

E’ stata presentata oggi a Roma una ricerca dell’Ires Cgil sul popolo dei collaboratori a due anni dall’entrata in vigore della Legge 30 (la cosiddetta legge Biagi) di riforma del mercato del lavoro. L’identikit del collaboratore medio è: trentenne, con buona istruzione, con un orario lavorativo lungo, contrattualmente precario. Una riforma – secondo la ricerca – che non ha trasformato in lavoratori stabili i ‘falsi collaboratori’ (soltanto il 6,5 per cento degli ex collaboratori ha oggi un contratto a tempo indeterminato), non ha creato nuovi posti di lavoro (il 7,3 per cento degli ex co.co.co oggi non lavora più o lavora senza alcun tipo di contratto), non dà prospettive (solo il 6 per cento degli attuali collaboratori pensa che allo scadere dell’attuale contratto verrà assunto), non ha migliorato le tutele (dalla maternità ai diritti sindacali, alla malattia).

‘In buona sostanza – è scritto nella ricerca – l’effetto della legge 30 sul mondo dei collaboratori non è stato altro che un passaggio più formale che sostanziale da una forma di collaborazione a un’altra’. Nel dettaglio l’indagine (condotta nel giugno scorso su 640 lavoratori che nel giugno 2004 avevano un contratto flessibile) mostra che, a due anni dalla legge 30, quasi la metà (46 per cento) dei collaboratori coordinati e continuativi, i cosiddetti co.co.co., è oggi un lavoratore a progetto; della restante parte, il 23 per cento è rimasto un co.co.co nel pubblico impiego, dove negli ultimi anni la pratica di attivare questo tipo di contratti, soprattutto a livello locale, si è ampiamente diffusa. Il 5,8 per cento, invece, ‘è stato indotto dal proprio committente ad aprire la partita Iva, con un aggravio di costi, rischi e, in generale, con un aumento dell’incertezza’. Il paradosso, osserva ancora la ricerca, è che nella stragrande maggioranza dei casi, quale che sia la formula del contratto, questi lavoratori non sono affatto autonomi: non solo, infatti, il 76 per cento degli intervistati lavora per un unico datore di lavoro, ma il 76,7 di essi lavora presso l’azienda, l’80 è tenuto a rispettare un orario di lavoro, e al 74 è richiesta una presenza quotidiana sul luogo di lavoro.

‘Colpisce inoltre il fatto – si legge nell’indagine – che oltre la metà dei collaboratori svolga un orario superiore a quello standard, ossia più di 38 ore a settimana, soprattutto nel privato. E che, nonostante gli orari lavorativi lunghi, ben il 46% ha una retribuzione inferiore a 1.000 euro al mese’. Quanto al profilo di tali lavoratori flessibili, ‘si tratta di un popolazione molto istruita, con un’elevata presenza di figure professionali medio-alte: tra gli intervistati, ben i due terzi svolgono una professione cosiddetta ‘intellettuale’ o ‘tecnica”. Mentre, riguardo all’ età, dalla ricerca emerge che una buona parte dei collaboratori appartiene alla ‘generazione dei trentenni, quella degli ‘adulti-giovani’, tutt’altro che al primo ingresso nel mercato del lavoro’. Poco o nulla soddisfatti della propria situazione nell’80 per cento dei casi, tra i motivi di malcontento indicano la retribuzione, la mancata possibilità di crescita professionale, il mancato coinvolgimento nelle decisioni aziendali, le inesistenti tutele sociali. L’ambizione maggiore (41 per cento) è quindi la stabilizzazione della propria posizione lavorativa, ma c’é una buona fetta (20 per cento, che sale al 40 tra quanti hanno più di 40 anni) per la quale la questione previdenziale è la priorità: ma per quasi la metà dei lavoratori flessibili (41,4) il reddito percepito é troppo basso perché possa permettersi versamenti più alti.

(www.rassegna.it, 21 ottobre 2005)