Precari, Cgil appiattita sull’Unione

Il programma dell’Unione ha fatto il suo effetto: giudicato «positivo» da Guglielmo Epifani in apertura del Congresso, ha attirato come una calamita temi forti della Cgil, e li ha diluiti. Prendiamo ad esempio il tema del lavoro precario, che riguarda ormai più di quattro milioni e mezzo di persone in Italia, di cui almeno un milione e mezzo cococò e a progetto: utilizzati come dipendenti ma con diritti, tutele e compensi dimezzati. Ebbene, rileggendo attentamente la relazione introduttiva di Epifani, si vedono sparire alcune parole chiave contenute nelle tesi in discussione allo stesso Congresso, sulle quali hanno votato – lo ha ricordato il segretario generale – più di 1 milione e 600 mila iscritti, approvandole a larga maggioranza. Ci riferiamo in particolare alla tesi 5, «Un’occupazione solida e stabile», quella che offre appunto delle proposte per riqualificare il lavoro. Tenuto conto che Epifani non poteva certo recitare interamente le tesi, e che ha necessariamente sintetizzato nella sua relazione, ci è sembrato però di vedere un avvicinamento alla versione «al ribasso» offerta dall’Unione sui temi della precarietà. Un peccato, perché invece le tesi congressuali della Cgil, e le quattro proposte di legge votate nel 2002 (l’anno dell’articolo 18) da cinque milioni e mezzo di persone sono molto più avanzate e condivisibili rispetto al programma del centrosinistra.

Ci spieghiamo. Innanzitutto è scomparsa la richiesta della cancellazione della legge 30. Nella tesi 5 è vero che si usa la formula ripresa fedelmente due giorni fa dalla relazione: «andare oltre la legge 30, ribaltandone la filosofia: vanno cancellate le norme che precarizzano il rapporto di lavoro». Ma poco più avanti, sempre nella tesi 5, si dice anche: «questo significa per noi cancellare la legge 30 e sostituirla con un sistema di norme e diritti complessivamente alternativo». Certo il futuro governo di centrosinistra – se ci sarà – non si può bloccare sulle dispute nominalistiche, «cancellare tutto» o «superare cancellando parti», ma bisogna capire la sostanza delle modifiche richieste, altrimenti rinunciare alla cancellazione tout court di una legge che ha aggravato la precarietà può essere deleterio.

E qui passiamo al secondo corno del problema, più sostanziale. Che ne sarà dei cococò e cocoprò? Nella tesi 5 la Cgil propone «un concetto allargato della dipendenza economica come fondamento dei diritti, delle tutele e dei costi cui deve far fronte l’impresa, attraverso una ridefinizione di “lavoratore economicamente dipendente” cui far corrispondere l’equiparazione dei diritti e dei costi». E’, in pratica, una delle quattro proposte di legge Cgil: riformare l’articolo 2094 del codice civile, separando nettamente gli economicamente dipendenti dagli economicamente autonomi, e sopprimendo così l’area grigia dei «parasubordinati» (i cococò e cocoprò). Nella relazione di apertura del Congresso, di questo prezioso progetto non si fa menzione: si dice che «bisogna tornare a fare del contratto a tempo indeterminato la normale forma di lavoro, limitando altre forme di contratto all’eccezione», aggiungendo poi che «non si dovranno più avere costi diversi e più bassi per le forme di lavoro flessibili». Dunque si è preso in pieno quello che propone l’Unione: 1) Non si chiede l’eliminazione dei cocoprò; 2) Ci si accontenta di una equiparazione dei costi (il «non devono costare meno» del testo del centrosinistra), dimenticando purtroppo l’equiparazione dei diritti, sicuramente un grosso risparmio per le aziende.