Prc nel guado. Sul governo sente la base e forse rinvia il congresso

Se stare al governo o no lo deciderà la base con un referendum. In una direzione malpancista ma più rassegnata che drammatica, ieri Rifondazione ha posto le basi per la road map di quella «fase nuova» che si è aperta con il voto di fiducia sul welfare e che probabilmente porterà il partito a rimandare il congresso previsto per la prima settimana di marzo. Al primo posto la verifica chiesta al governo – a cui Giordano ha dedicato una critica serrata – che verrà portata avanti con una doppia consultazione. Il Prc chiederà agli iscritti a gennaio un mandato sulle priorità da sottoporre all’esecutivo (per «ricontrattare il programma dell’ Unione che non c’è più», constata il segretario) e in primavera lancerà un referendum sugli esiti della verifica. Con una ricaduta politica evidente sulla scelta di stare o meno al governo. Punto due: avanti tutta con «il soggetto unitario e plurale» a cui peraltro estendere al proposta della doppia consultazione. Gli stati generali della Cosa rossa sono a fine settimana, Giordano spinge sull’acceleratore: per costruire l’alternativa a sinistra al Pd all’americana e al Pdl populista di Berlusconi non c’è altra strada e allora sì alla carta dei valori e al simbolo comune da usare fin dalle amministrative di primavera a partire dalle regionali in Friuli e dalle provinciali in Sicilia a Roma. La terza questione, che si intreccia con la verifica, è la legge elettorale. Dopo la pronuncia della Corte costituzionale a gennaio si entrerà nel vivo e Giordano vuole starci dentro: «Le acque si stanno muovendo. Grazie alla relazione con Veltroni si è messa in moto una dinamica positiva» per arrivare a una legge ed evitare il referendum. «Ora che la discussione si sposta in parlamento la base è ormai quella del tedesco, cioè quello che noi volevamo».
Sommandosi a questo mix il congresso fissato per i primi di marzo rischia insieme di sovraccaricare il partito e di arrivare troppo in anticipo rispetto ai tempi di maturazione delle cose (e della verifica) . Da qui l’ipotesi di far slittare le assise «ma se qualcuno agita lo spettro di un deficit di democrazia nel partito, sono pronto a tenere in piedi il congresso». Ipotesi che pei la verità non provoca grande sconcerto se non fra i dirigenti locali some Smeriglio che temono un’ondata di malcontento nella base. E che scompagina anche un po’ le posizioni. Uno come Mantovani, per esempio, bertinottiano da qualche tempo critico nei confronti della maggioranza, non è contrario purché il referendum (da estendere alla Cosa rossa) sia secco sullo stare dentro o fuori dal governo «La verifica per essere tale deve essere vera e prevedere la rottura come esito possibile». Alle minoranze antigoverniste (ieri sottorappresentate), la cosa non piacerà, ma l’ala “che governa”, quella vicina a Ferrero abbozza e preferirebbe che il congresso di facesse a marzo anche se non si mette di traverso. C’è chi, come Nicotra, vicino ai movimenti, avverte: «Si può discutere sui tempi, ma non si può dare via a un soggetto unitario e plurale della sinistra senza passare per il congresso». Mentre Gianni, sottosegretario allo sviluppo economico ha in qualche modo il timore opposto: «Quella sul governo è una classica discussione congressuale, non possiamo sfilarla con un referendum». Sullo slittamento Giordano consulterà i dirigenti locali ma lultima decisione spetterà al comitato politico nazionale – dove le minoranze si faranno sentire – fissato per il 16 dicembre.