Prc, le spine di Bertinotti

Il congresso dell’apertura al movimento, della svolta a sinistra e dell’innovazione è cominciato con la sconfitta di Bertinotti e degli innovatori. Sulla rappresentanza femminile alle prossime assise hanno vinto, a sorpresa, i “conservatori”: l’innalzamento dal 30 al 40 per cento della quota minima di delegate donne è stata bocciata, con 104 voti contro 103, da un’insolita alleanza tra l’estrema sinistra del trotzkista Marco Ferrando e l’ala neotogliattiana di Fausto Sorini e del tesoriere Claudio Grassi. E’ un risultato causale, dovuto a una manciata di assenza. Ma la dice lunga sulle resistenze alla svolta.
Ieri il comitato nazionale del Prc ha iniziato a discutere le tesi del quinto congresso. Un congresso che, fin dalle forme, nasce all’insegna della discontinuità: per la prima volta da quando Bertinotti è segretario entrambi i documenti, quello di maggioranza e quello della minoranza di Ferrando, sono emendabili. Tutte le componenti di Rifondazione possono manifestarsi e dare battaglia.
Non a caso, sempre per la prima volta, l’area che fa capo a Sorini e Grassi è uscita allo scoperto. In commissione politica si sono astenuti sulle tesi, dando il via a una battaglia alla luce del sole. E lo stesso sullo statuto: sui riferimenti alla rivoluzione d’ottobre, sulle donne e sul peso dei segretari di federazione non c’è ancora un accordo. E il fermento coinvolge anche dirigenti schierati con il segretario.
Si va dal milanese Saverio Ferrari, che chiede maggiore attenzione a quanto avviene nella Cgil e nei Ds e individua interlocutori anche al di là del movimento “no global”, ai Giovani comunisti, chiamati già ieri a respingere gli attacchi sui temi della disobbedienza sociale e della presunta subalternità a Luca Casarini. Il congresso, insomma, si annuncia articolato, con il segretario in mezzo e tanti, attorno, a tirarlo per la giacca nell’una o nell’altra direzione, magari solo per chiedere più coraggio nell’innovazione come fa Gigi Malabarba. Oggi parlerà Bertinotti, a metà dicembre le tesi saranno approvate, poi si apriranno i congressi locali e a marzo quello nazionale.
Le 62 tesi di maggioranza sono state illustrate ieri mattina da Paolo Ferrero. Il testo analizza la globalizzazione come “rivoluzione capitalistica conservatrice”, che integra stabilmente la guerra come “nuova dimensione della politica internazionale” e scatena una “crisi di civiltà”. Ma il cuore del documento è “il movimento dei movimenti”: “La nascita dei popoli di Seattle costituisce l’evento del nostro tempo, il primo movimento dopo la lunga fase della sconfitta, dopo anni in cui l’egemonia del pensiero unico aveva operato una gigantesca campagna ideologica di occultamento dei meccanismi di sfruttamenti”. La proposta politica, archiviato il fallimento del sindacato concertativo e dei governi di centrosinistra, è la costruzione di una sinistra plurale di alternativa, qualificata da una nuova politica economica. Le linee entro cui realizzarla sono due: da un lato l’impegno per la crescita e l’allargamento del movimento; dall’altro, in evidente connessione, l’autoriforma del partito, che passa per la rottura con le forme storiche del comunismo novecentesco, ben al di là dell’ovvio rifiuto dello stalinismo.
Il dissenso di Ferrando e Grassi è inevitabile. Il leader della minoranza trotzkista, uscito dall’ultimo congresso con un 16 per cento che sarà difficile ripetere, ha presentato ieri il suo documento (“Un progetto comunista rivoluzionario nella nuova fase”). A chi parla di “nuovo capitalismo” e di “rivoluzione capitalistica”, Ferrando contrappone l’attualità della categoria di imperialismo; alla “contaminazione nei movimenti” replica con la battaglia per l’egemonia, con il ritorno alla concezione leninista del partito e alla sua “funzione d’avanguardia”. Grassi attacca proprio sugli stessi temi, l’imperialismo e il partito: i suoi, che rifiutano le etichette di ex cossuttiani e di destra del partito, spingono per un recupero delle concezioni togliattiane. Rinunciano però ad esporsi sul terreno dei rapporti a sinistra e del dialogo con i Ds e la maggioranza della Cgil. E così, sull’ipotesi di una federazione dell’intera sinistra, nel Prc nessuno dice nulla.
Tocca a Bertinotti, incalzato dai cronisti su Cofferati o sul correntone Ds, ribadire che “parlare di contenitori definitivi è una stupidaggine, partito unico e federazione appartengono a un modo vecchissimo di discutere. Bisogna assumere la lezione del movimento, la sua capacità di aggregazione plurale. Ma c’è spazio per istanze di sinistra che noi non rappresentiamo, capaci di dialogare con noi e con il movimento. Se emergeranno valuteremo chi le promuove”. Come ha già detto, lui il partito ce l’ha già.