Prc, che cosa c’è dopo il diluvio

Con la proposta di affidare la direzione di Liberazione «al signor Dino Greco» (come si leggeva ieri sul sito dell’Unità) si assiste al più evidente atto di rottura con il bertinottismo.
Paolo Ferrero chiama infatti un sindacalista, il bresciano Dino Greco, (che si è riservato di accettare) a dirigere il quotidiano del partito al posto dell’eterodosso Sansonetti, che verrà formalmente sollevato lunedì dalla direzione del partito. Il futuro del quotdiano resta incerto e grande è la preoccupazione dei giornalisti.
Mistero ancora sulla proprietà che verrà in campo e non è neppure chiaro se al sindacalista verrà affiancato un giornalista “vero”.
Dino Greco è un cigiellino di sinistra, già segretario della camera del lavoro di Brescia, realtà dura, “culla” di una cultura operaista – humus delle idee di Cremaschi – che resiste alle innovazioni ideologiche che hanno attraversato il mondo comunista, da ultimo, appunto, con il bertinottismo, impasto incompiuto e infine sconfitto di ispirazioni diverse, dal pacifismo al post-femminismo, dalla nonviolenza all’altermondismo.
La scelta del segretario del Prc, dunque, va intesa come la replica “ortodossa” a “rinnovatori” come Vendola e Giordano, ultimi seguaci di Bertinotti anche al di là delle ultime indicazioni del loro maestro, che di recente aveva cercato di dissuaderli dai propositi scissionisti.
Ma com’era chiaro da mesi i vendoliani non resistono più.
Anche se Franco Giordano ha detto che «se cacciano Sansonetti, un minuto dopo ci alziamo e ce ne andiamo anche noi», non si deve pensare che la scissione avviene sulla questione Liberazione-Sansonetti, peraltro invischiata nel poco esaltante dibattito sul “fagiolismo”: quella semmai è la goccia che fa traboccare il vaso.
I vendoliani escono per ragioni più forti, perché il loro impianto ideologico e culturale non è compatibile con l’ortodossia d’antan di Ferrero che infatti a mescolarsi con altre culture che non siano quelle che residuano dall’antico bagaglio comunista (ma di quello germogliato in tutt’altro contesto storico e ideologico) non ci pensa proprio. È come se ai problemi posti dalla globalizzazione si rispondesse con la cultura della catena di montaggio, se alla storia si replicasse con la mitologia, se a Porto Alegre si contrapponesse Cipputi.
Cosa succederà adesso è al tempo stesso facile e difficile da prevedere.
Facile, perché è noto che fra poche settimane Vendola, Giordano, Sentinelli, Gianni – per citare i più noti – lasceranno il Prc, anche se non tutti gli aderenti alla loro area li seguiranno, dato che esponenti come Caprili, Rocchi, l’ex sottosegretario al lavoro Rinaldi, malgrado il dissenso con Ferrero scelgono di “stare dentro”, per ora. A fine gennaio c’è una riunione dell’area che formalizzerà l’uscita dal partito e poi a febbraio si terrà il secondo incontro con Sd, Verdi, minoranza Pdci, ex girotondini: il progetto della «Sinistra».
Più difficile però è capire se questa ennesima formazione riuscirà a conquistare uno spazio politico ed elettorale significativo. Possibile che alle europee ottenga uno, due seggi, ma è sulla prospettiva più di lungo periodo che il buio è fitto. Non dipende solo da loro.
La scommessa su cui Bertinotti puntava qualche mese fa era quella della scissione del Pd, con la nascita di un partito neo-socialdemocratico a cui contendere l’egemonia della sinistra (ma non è anch’esso uno schema antico?): è una scommessa che sta riprendendo quota, da quelle parti. Per il momento c’è una sola certezza: i vendoliani non vogliono fare la “corrente di sinistra” del Pd. Così dicono.