Powell in missione d’affari

Oggi In Turchia. Domani a Bruxelles per ricucire lo strappo con Francia e Germania e discutere di un ruolo Nato nel dopoguerra

Rimettere insieme i cocci cominciando a discutere del dopo Saddam. Ritrovare i toni morbidi con Francia e Germania nonostante lo schiaffo all’Onu che l’asse francotedesco aveva raccomandato in ogni modo di evitare.
Discutere del ruolo della Nato nell’Iraq del dopoguerra. Assicurare ai riottosi europei che nella ricostruzione irachena ci sarà posto anche per loro. Riannodare le buone relazioni d’un tempo con la Russia di Putin. Convincere gli alleati turchi a non esagerare con le scorrazzate nel Kurdistan iracheno.

Agenda pesantuccia per il viaggio europeo del segretario di Stato statunitense. Colin Powell, la faccia meno impresentabile dell’Amministrazione Bush, il conservatore messo in disparte dai fondamentalisti della guerra preventiva, esce dall’angolo in cui l’avevano relegato i superfalchi ora un po’ spiumati dalle prime body bags e si imbarca per un tour de force diplomatico al dodicesimo giorno di bombardamenti su Bagdad.

Oggi incontra ad Ankara il premier Erdogan con annesso capo di stato maggiore delle forze armate, l’assai influente Hilmi Ozkok che al momento conta ben più del comunque presente ministro degli esteri Abdullah Gul. Il capo del governo dice di aspettarsi «nuove richieste» da Washington. Powell preannuncia un’insistenza sulla solita vecchia, spinosa, questione: l’inopportunità della presenza turca nel territorio amministrato dai kurdi nel nord Iraq.

Giovedì mattina il segretario di stato statunitense volerà a Bruxelles.

Ha un appuntamento nella sede della Nato con la Troika europea (l’alto rappresentante per la politica estera e sicurezza comune Javier Solana, il commissiario europeo per le relazioni esterne Chris Patten e il ministro degli Esteri greco George Papandreou). Sarà al vertice del Consiglio dei ministri Nato che poi incontrerà a pranzo insieme ai ministri degli Esteri della Ue (ci sarà anche il capo della Farnesina in era Berlusconi, Franco Frattini).

Sempre giovedì, alla vigilia da un vertice a tre fissato a Parigi fra i ministri degli esteri del fronte anti-interventista (Francia, Russia e Germania), Powell ha fissato un faccia a faccia con il responsabile della diplomazia di Mosca, Igor Ivanov.

Sarà il primo colloquio non telefonico tra Washington e Mosca dall’inizio dei bombardamenti su Bagdad e dalle accuse statunitensi sulla fornitura di armi russe all’esercito iracheno. L’annuncio dell’appuntamento segue a ruota l’appello dalla Russia alla «fine della guerra in Iraq il più presto possibile e con il minimo di perdite umane» e la dichiarazione in materia di disarmo del vice capo di stato maggiore, Iuri Baluievsky. La ratifica del trattato del 2002 per la riduzione delle testate nucleari strategiche offensive resta «negli interessi russi», assicura il generale, anche se la Duma l’ha significativamente rinviata al termine delle operazioni militari in Iraq.

Proprio ieri il ministro della difesa russo, Serghiei Ivanov, ha avuto modo di sottolineare in una lunga intervista che la contrarietà di Mosca alla guerra non dipende dai rapporti con l’Iraq («Saddam non ci è né amico né fratello e gli 8 miliardi di dollari di debiti non ce li restituirà mai»), dice il generale, ma dal grave scavalcamento delle Nazioni Unite che «rende poco probabile» una loro resurrezione. Non si risparmia la battuta velenosa: «Non posso escludere che gli Usa rispolverino le critiche sul conflitto ceceno, ma dopo le immagini sulle loro prodezze in Iraq credo ci penseranno due volte».

Il viaggio di Powell cade nel bel mezzo dello scontro tra Pentagono e dipartimento di Stato americano anche sul dopo Saddam. Dopo le divergenze che hanno segnato tutta la fase diplomatica della crisi irachena, pare difficile un accordo su chi dovrà entrare a far parte dell’amministrazione irachena a conflitto finito. Secondo il Washington Post, il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld ha respinto una lista di nomi presentata dal dipartimento di Stato americano, confermando che il Pentagono vuole controllare ogni aspetto della ricostruzione del Paese e della formazione del governo.

Contemporaneamente al veto a otto funzionari del dipartimento di Stato (alcuni ex altri ancora in servizio), tra cui alcuni ambasciatori in Paesi arabi, la leadership civile del Pentagono sta spianando la strada nell’amministrazione del dopoguerra all’ex capo della Cia, James Woolsey, che sarebbe candidato a fare il ministro dell’Informazione.

La furiosa lite, sostiene il quotidiano statunitense, riguarda le personalità che dovranno occupare i ministeri del governo iracheno guidato dal generale Jay Garner, nominato dal Pentagono a capo dell’Ufficio per la ricostruzione e l’assistenza umanitaria.

Secondo un accordo tra i due dipartimenti, ministeri come quello del Commercio e dell’Educazione dovrebbero andare a personalità scelte dal dipartimento di Stato, mentre al Pentagono spetterebbe l’incarico di scegliere i «consiglieri civili» degli altri ministeri. Secondo alcune fonti, per il posto di ministro della Difesa sarebbe candidato Walter Slocum, già sottosegretario al Pentagono durante l’amministrazione Clinton, mentre Woolsey sarebbe candidato al ministero dell’Informazione, scelta sgraditaalla Casa Bianca, che sottolinea l’inopportunità di affidare tale incarico a un ex direttore della Cia. Woolsey, comunque, dovrebbe entrare in ogni caso nel governo del dopo Saddam.

I funzionari scelti dal dipartimento di Stato erano già pronti a partire la settimana scorsa per il Kuwait, dove si sta svolgendo tutta la fase di preparazione della nuova amministrazione, quando all’ultimo minuto la partenza è scivolta a data da definire. «Ci è stato detto che c’era un grande disaccordo tra dipartimento di Stato e della difesa su chi deve controllare il personale di Garner», ha detto al Washington Post un funzionario. Secondo alcune fonti, Rumsfeld avrebbe definito le otto personalità proposte dal dipartimento di Stato «troppo di basso profilo e burocratiche».

La vera disputa non sembra però riguardare tanto i nomi delle persone che dovrebbero entrare nel governo, quanto i piani generali per l’Iraq del dopoguerra.

Mentre il dipartimento di Stato chiede un ruolo militare americano meno visibile e il trasferimento dei poteri il più velocemente possibile a un’amministrazione dell’Onu, Rumsfeld e il suo vice Paul Wolfowitz, sostenuti dal vice presidente Dick Cheney, sono contrari a un coinvolgimento delle Nazioni Unite.

Secondo il progetto del sottosegretario alla Difesa Douglas Feith, i militari dovrebbero mantenere il controllo del Paese fino alla nascita di nuove istituzioni, mentre all’Onu verrebbe affidato l’incarico di coordinare l’assistenza umanitaria, sotto la supervisione degli Stati Uniti.

Proprio sugli aiuti umanitari è sorta l’ennesima contesa. Nella lettera che Powell ha inviato a Rumsfeld il 26 marzo scorso, il segretario di Stato afferma che dovrebbero essere le autorità civili e non il Pentagono a occuparsi della distribuzione degli aiuti.