«Possiamo far cadere il governo in poche ore»

Grandi bulldozer, messisi al lavoro in piena notte, hanno riaperto ieri all’alba la strada per l’aeroporto di Beirut, riportando nella vicina discarica di Ouzai le tonnellate e tonnellate di macerie dei bombardamenti israeliani di questa estate con le quali era stata bloccata durante lo sciopero generale di martedì. L’aeroporto ha ripreso a funzionare e il primo ministro libanese Fouad Siniora ha potuto così lasciare i suoi uffici al serraglio, dove vive asserragliato dal primo dicembre, per volare a Parigi per la conferenza dei suoi sponsor occidentali. Gli uffici e i negozi hanno riaperto i battenti e il traffico è ripreso a scorrere ma difficilmente la città e tutto il Libano potranno dimenticare l’immensa mobilitazione del Fronte unito dell’opposizione che martedì ha bloccato l’intero paese per chiedere le dimissioni del governo «incostituzionale» di Fouad Siniora e la formazione di un esecutivo di unità nazionale. L’opposizione, costituita dai partiti sciiti Amal e Hezbollah, dal leader cristiano maronita Michel Aoun, dai sunniti nasseriani e da quelli filo-siriani e dai settori progressisti, sostiene infatti che il premier avrebbe rotto il patto di governo emarginando i ministri sciiti e quelli anti-Usa e lavorando per dare agli Usa, alla Francia e all’Arabia saudita una sorta di mandato coloniale sul paese. Ciò allo scopo di normalizzare i rapporti con Israele senza un ritiro dello stato ebraico dai territori occupati palestinesi, libanesi e siriani, di destabilizzare la Siria a partire dal Libano ed infine di mantenere al potere la lobby vicina alla famiglia Hariri con i suoi alleati, i signori della guerra falangisti e quello druso Walid Jumblatt. In altri termini dopo il ritiro dal governo dei cinque ministri sciiti e di uno greco-ortodosso, secondo l’opposizione, il governo Siniora non sarebbe più legittimo in quanto sia la costituzione del paese, sia gli accordi di Taif che misero fine alla guerra civile, stabiliscono che in tutte le istituzioni, a cominciare dal governo, siano presenti su un piano di parità tutte le principali comunità libanesi. Fouad Siniora però – forte del sostegno di Usa, Francia e Arabia saudita – ancora ieri ha rifiutato qualsiasi soluzione compromesso.
Al governo Siniora e ai suoi sponsor hanno risposto ieri i leader dell’opposizione libanese, il segretario Hezbollah, Hassan Nasrallah e l’ex generale cristiano-maronita Michel Aoun i quali hanno ribadito di aver sospeso lo sciopero per senso di responsabilità di fronte agli attacchi anche armati delle milizie filo-governative e falangiste contro i dimostranti, soprattutto nelle zone cristiane, ma di essere pronti ad una nuova ulteriore escalation – forse già la prossima settimana – se non si arriverà ad un governo di unità nazionale o a nuove elezioni.
Il segretario Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, ha parlato ieri ad una grande folla nella periferia sud di Beirut, nel giorno dell’Ashura, la principale ricorrenza religiosa sciita che ricorda il sacrificio di Hussein. «L’ opposizione – ha sostenuto Nasrallah il cui discorso è stato trasmesso in diretta in tutto il paese dalla televisione al Manar – ha la forza politica, popolare e organizzativa per far cadere il governo anticostituzionale nel giro di 24 o 48 ore. Se fino ad ora non l’ha fatto è per il suo senso di responsabilità e il suo carattere patriottico». Rispondendo poi alle critiche americane e francesi Nasrallah si è poi chiesto: «Cosa ci sarebbe di non democratico nel chiedere, di fronte ad una crisi postbellica così grave come l’attuale nuove elezioni anticipate e l’unità nazionale? Non lo ha fatto anche in passato lo stesso presidente francese Chirac, guida spirituale di Fouad Siniora?». Il segretario Hezbollah ha poi criticato la politica economica del governo e la ricerca di sempre nuovi prestiti che impoveriscono il paese e ingrassano le banche, in gran parte controllate dalla famiglia Hariri e dalle sue società amministrate dallo stesso Fouad Siniora.
Intanto dopo i tre morti negli scontri di martedì la tensione resta alta in tutto il paese ma soprattutto a Tripoli, nel nord, dove anche ieri si sono affrontati armi alla mano i seguaci di Hariri – sostenuti dai fondamentalisti sunniti – e quelli dell’opposizione facenti riferimento alla famiglia (sunnita) di Omar Karame e alla comunità alawita (sciita) del quartiere di Habal Mohsen.