Possiamo ancora fermare il nuovo aereo da guerra

Il movimento “no-war” lo ripete ormai da anni: la guerra è molto più vicina a noi di quanto non si possa pensare. Lo dimostrano le vicende delle basi militari Nato, la vicenda dell’aereoporto Dal Molin di Vicenza e, negli ultimi mesi lo sta dimostrando la vicenda di Cameri, un paese del novarese scelto come sede di assemblaggio di potenti cacciabombardieri da guerra. A Cameri, si dice, con un investimento di 250 milioni di euro si dovrebbe costruire uno stabilimento di assemblaggio per costruire in un decennio 131 Join Strike Fighters.
La popolazione locale ha cominciato a mobilitarsi: nonostante le vaghe promesse di posti di lavoro (si sa, ogni Grande Opera ha un po’ di precarietà da vendere) movimenti, associazioni, gruppi indipendenti non vogliono lasciarsi convincere della bontà dell’investimento, soprattutto per il loro territorio. Si è formato addirittura un Tavolo di Lavoro (“Cacciabombardieri a Cameri: quale futuro? ”) che mette insieme chi non è convinto del progetto che il governo intende perseguire. Molte le motivazioni che spingono ad essere dubbiosi, e oltre alle valutazioni di ordine etico, la contrarietà di molti nasce soprattutto dal fatto che il rischio non varrebbe la candela: un territorio su cui avesse luogo una produzione militarmente così importante diverrebbe un obiettivo molto più “sensibile” di altri.

La mobilitazione si sta allargando e punta molto sulla possibilità di bloccare un accordo, da siglare entro la fine del 2006, tra Italia e Stati Uniti. Questo “Memorandum d’intesa “darebbe il via alla costruzione delle potenti macchine da guerra facendo vivere il progetto Joint Strike Fighters in cui l’Italia è inserita dal 2002.

Cos’è il progetto JSF? Molto semplicemente un nuovo aereo da guerra progettato dalla Locked Martin (micidiale corporation statunitense) col nome di “F35”. Eccone la definizione “tecnica”: il JSF è un velivolo multiruolo, “stealth”, in grado cioè di sfuggire all’identificazione radar, espressamente progettato per il “fuori area”, con sistemi di comunicazione/informazione molto avanzati e un sofisticatissimo armamento di precisione; [… ] il JSF racchiude in sé l’eccellenza tecnologica e costituirà, a partire dal 2011, il sistema d’arma e lo standard operativo di riferimento “sul campo” delle forze aeree più evolute.

Una presentazione di tutto rispetto per un micidiale velivolo di morte su cui gli Stati Uniti hanno puntato e che, l’Italia, assieme a importanti partner Europei (Gran Bretagna, Olanda, Danimarca e Norvegia), si è impegnata a costruire.

Un progetto di costruzione di 2700 velivoli, di cui 131 destinati all’Italia per una spesa che si aggira intorno ai 150-250 milioni di euro per ogni aereo, spese già iniziate nel 2002 e destinate a protrarsi fino al 2017.

Dal punto di vista Statunitense l’impresa JSF rappresenta un investimento sul mercato europeo, messo in difficoltà da progetti europei come l’Eurofighter. Il DoD (Department of Defense) statunitense a più riprese ha evidenziato i vantaggi economici, commerciali, industriali e che gli Stati Uniti trarrebbero dal progetto Jsf. Il Direttore della Cooperazione Internazionale al OSD sottolineò che, grazie a questa collaborazione con i paesi del vecchio continente, gli Stati Uniti avrebbero penetrato il mercato dei partner stranieri ed indebolito i programmi concorrenti esistenti. Dal punto di vista commerciale una strategia che non fa una piega! Così come la contromossa “commerciale” del nostro paese che, siglando un accordo con l’Olanda per i 200 aerei previsti nei piani di acquisizione dei 2 paesi. L’Italia si è accaparrata l’esclusiva per il Final Assy & Check Out – FACO” (Linea di Assemblaggio Finale e Verifica) dei velivoli, assumendo, quindi, il compito costruire e verificare a terra ed in volo i velivoli JSF che saranno acquistati dal nostro paese e dall’Olanda. Ecco come si combatte una silenziosa lotta per conquistare una fetta di “mercato militare”.

Un grosso investimento, quindi, sul quale il ministero della difesa sembra fermamente deciso ad andare fino in fondo e cui, probabilmente sono destinati parte dei famosi 4 miliardi e mezzo destinati all’industria bellica. Miliardi che fanno discutere: è evidente la discrasia tra una finanziaria cui ormai familiarmente si associa la parola “rigore” ed un investimento sul comparto difesa nettamente superiore al precedente governo Berlusconi. Due miliardi e cento in più, sembra essere la cifra che distanzia le scelte del governo Prodi da quello precedente. Certo, non si può guardare solo alle mere cifre, bisognerebbe analizzarle, passarle al setaccio per capire se questi soldi siano realmente segno di una politica particolarmente benevola verso le lobbies della guerra. Certo, il ministro Parisi si è affrettato a precisare che gran parte di quei soldi sono destinati a coprire commesse del precedente governo. Ma questa risposta non può bastarci perché, volendo essere puntigliosi, il capitolo dedicato a “Le nuove politiche di difesa” del programma dell’Unione si conclude con una frase molto eloquente: «L’Unione si impegna, nell’ambito della cooperazione europea, a sostenere una politica che consenta la riduzione delle spese per armamenti». Sarebbe stato giusto aspettarsi un investimento nella riconversione dell’industria militare, un percorso lungo e complesso, certo, ma necessario.

Sarebbe l’occasione giusta, per questo governo, per dimostrare di essere in grado di cambiare rotta rispetto al precedente Berlusconi&Co.. Per dimostrare la volontà di dare attenzione a quelle popolazioni preoccupate per l’uso che si fa del loro territorio e, nel contempo, manifestare una fondamentale coerenza rispetto al proprio programma di Governo e fare un passo decisivo verso quel “modello alternativo di difesa europeo” citato nel programma dell’Unione.

Si può fermare il progetto Jsf soprattutto perché il Memorandum d’intesa tra Usa e Italia non è ancora stato firmato. Si può fermare perché la fase denominata PSFD (Produzione Supporto e sviluppo successivo), quella in cui il nostro paese sarebbe direttamente chiamato in causa, non è ancora cominciata.

Si può fermare per dimostrare che l’Italia è un paese costruttore di pace!