Porto Torres, la beffa del contratto d’area dopo le distruzioni del petrolchimico

In Sardegna, nel triangolo della chimica industriale di Sassari-Alghero-Porto Torres, il territorio è stato fortemente condizionato nel suo sviluppo economico e nell’impatto ambientale dalla monocultura petrolchimica. Qui approdò negli anni ’60 il capitano d’industria Rovelli, utilizzando gran parte dei finanziamenti del primo Piano di rinascita della Sardegna. Si faceva soprattutto chimica di base a partire dal greggio, con movimentazione di diversi milioni di tonnellate di petrolio l’anno. Si producevano benzine pesanti e idrogenate, virgin nafta e prodotti come xilene, propilene, acetone, fenolo e benzene, acido fosforico e solforico. Al passaggio di proprietà dalla Sir di Rovelli all’Enichem, nei primi anni ’80, si deve il ridimensionamento del polo chimico di Porto Torres in favore di Marghera e Gela e, di fatto, la dismissione di tutti gli impianti della chimica di base. Oggi una parte delle linee di produzione sono state cedute da Enichem alla Evc, che produce Cvm (Cloruro di vinile monomero) e Pvc (Poli cloruro di vinile) e alla Sasol, che produce detergenti. Nel frattempo all’Enichem è subentrata Syndial.
Soprattutto sulla salute dei lavoratori dell’area industriale di Porto Torres è precipitata con drammaticità l’eredità di quelle produzioni, vale a dire un tasso di crescita dei tumori maligni della pleura superiore del 16% rispetto al dato provinciale, secondo uno studio della Ausl 1 di Sassari e dell’Istituto di Anatomia Patologica dell’università. La cosa paradossale, denunciano medici, sindacalisti e Legambiente, è che non esistono informazioni sull’inquinamento dell’aria, dell’acqua e dei suoli industriali. L’Agenzia Regionale di Protezione Ambientale della Sardegna registra un ritardo di interventi sul territorio che non consente sistemi adeguati di monitoraggio.

E pensare che il contratto d’area di Porto Torres doveva partire dopo un accurato programma di bonifica, che viceversa non sembra a tutt’oggi presentare dati definitivi. Il sito è stato inserito nel Programma nazionale di bonifica e l’area inquinata è stata perimetrata: «Nell’area – dice Legambiente – sono presenti stabilimenti per la produzione di dicloroetano, Cvm, Pvc e altri prodotti chimici, aree industriali dimesse, una centrale termoelettrica», ma abbiamo anche depositi petroliferi, presenza di amianto – dice un rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità – discariche, sversamenti della centrale termoelettrica, acque marine antistanti contaminate da reflui industriali. In questo scenario poco rassicurante il contratto d’area del triangolo Sassari-Porto Torres-Alghero, che comprende quasi 36 comuni situati quasi tutti lungo la fascia costiera che va da Alghero a Castelsardo, si delineava come un parziale risarcimento per le comunità sarde, investite in pieno dalla scelta della chimica di mezzo secolo fa. Ma i dati che snocciola Piero Cossu della Cgil di Sassari sono a dir poco imbarazzanti, se solo si pensa alla campagna mediatica apologetica che all’inizio del 2000 ha accompagnato l’avvio del contratto d’area. Vale a dire 132 milioni di euro di contributi assegnati per 520 posti di lavoro nominali: «Sì, perché – precisa Cossu – realmente non sono neanche 250, in quanto avevamo già prima dell’avvio del contratto d’area personale e aziende con varie produzioni e grandezza che hanno subito un improvviso processo di ammodernamento, soprattutto dopo il primo protocollo aggiuntivo». Le 520 unità lavorative del contratto d’area, quindi, contengono i posti di lavoro esistenti. Si ha l’impressione di assistere a un film già visto, mentre Piero Cossu illustra le rinunce e le revoche di tante aziende calate frettolosamente dal centro-nord di fronte a forti incentivi finanziari e sgravi fiscali, per una perdita secca di 20 milioni di euro, visto che i finanziamenti non investiti sono ritornati al Cipe. Ma è anche un film che lega questo territorio agli esiti discutibili dei contratti d’area in altre aree del Mezzogiorno. Le aziende insediate si attestano sulle 40 unità, a fronte delle 85 previste. Gli occupati a regime dovevano essere 1.866, mentre di posti di lavoro se ne son persi quasi 1.200 dopo la decisione di tanti imprenditori di abbandonare l’area. «Qui un posto di lavoro è costato 500mila euro, che sono soldi pubblici, e non meno del 40% delle aziende insediate non sono di questa regione» commenta Cossu, che aggiunge: «Il contratto d’area è stato firmato nel 1996, quindi è durato 10 anni, il che dimostra che i tempi della politica e quelli dell’impresa non coincidono, coi risultati fallimentari che abbiamo di fronte». Sicché diverse aziende, come la lombarda CMU (macchine utensili), hanno chiuso i cancelli e hanno licenziato tutti gli addetti dopo tre anni, che poi – guarda caso – è il tempo imposto dal contratto d’area per mantenere l’occupazione dalla messa a regime. Altre hanno intascato i finanziamenti, ma la verifica degli stati di avanzamento ha messo in luce inadempienze – come alla Catadisk e alla Icnotech, entrambe del nord, con 30 anziché 92 occupati – tempi non rispettati, addirittura piani industriali diversi, così la revoca ne ha fatte tornare molte al nord. Senza parlare della girandola di corsi di formazione prospettati dal contratto d’area, che qui non si sono neanche visti: «Il secondo protocollo, poi, prevedeva 500 occupati e ne ha prodotti, invece, solo 11». L’obiettivo del contratto d’area era quello di un modello di sviluppo diverso dalla scelta petrolchimica, cioè i settori dell’agro-alimentare, i servizi, l’informatica, ma «non poche aziende finanziate erano già fuori mercato dopo sei mesi dalla presentazione del progetto, le produzioni venivano fatte altrove, gli strumenti erano inadeguati» commentano con amarezza alla Cgil di Sassari.

Nonostante le buone intenzioni del contratto d’area, qui il processo di deindustrializzazione è ancora in corso, tra chiusure, fallimenti e una crisi economica e occupazionale che nell’ultimo triennio ha lasciato per strada un paio di migliaia di posti di lavoro. Ma ci sono anche aree industriali, come quella di Truncu Reale, mai decollate o quella di San Marco ad Alghero, che restano inutilizzate e che accentuano l’impoverimento del territorio, spesso infarcito da grandi impianti lasciati abbandonati. «Qui sono giunti in tanti – dice significativamente un lavoratore di Porto Torres, che incontriamo, uscendo dal sindacato – ma poi sono scappati tutti coi nostri soldi. E qui siamo rimasti col morto in casa».

L’unica certezza che il territorio può registrare oggi è, infatti, la politica industriale di rapina di tante aziende del nord, che hanno intascato risorse, che potevano altrimenti essere destinate a potenziare le ricchezze locali. Per esempio il turismo, dicono un po’ tutti, è quello che perde di fronte allo sfascio del contratto d’area.