“Portiamo via dall´Iraq il processo a Saddam”

Riaperto dopo una sosta di due settimane e immediatamente riaggiornato, il processo contro Saddam Hussein, che domenica non si è nemmeno presentato in aula, continua. Curtis Doebbler, uno dei due avvocati americani del raìs (l´altro è l´ex l´ministro della Giustizia del presidente Lyndon Johnson, Ramsey Clark), era anche lui assente. E non per sua scelta.
Avvocato, perché non ha assistito alla seduta del processo?
«Perché il giudice ha deciso di non ammettermi».
Il motivo?
«Non mi è dato di saperlo. Si parla di “carte non in regola” per me e per un altro avvocato difensore (il giordano Saleh Armouti, ndr). La verità e che dal tribunale non riceviamo mai risposte, non riceviamo un pezzo di carta né una e-mail. Nessuno ci spiega se e perché non siamo ammessi ad entrare in tribunale, se e perché non siamo autorizzati a vedere Saddam Hussein. E questo la dice lunga sulla legittimità di questo processo, in cui non c´è alcuna possibilità di stabilire un normale rapporto tra un avvocato difensore e il proprio assistito».
L´ultima volta che ha parlato, però, Saddam Hussein ha ammesso di essere il responsabile della strage di Dujahil nel 1982, quando vennero brutalmente assassinati 148 sciiti. Non crede sia un colpo decisivo per l´accusa?
«Guardi che Saddam non ha ammesso di essere colpevole. Ha detto di prendersi le responsabilità di quello che era successo in quanto presidente dell´Iraq. Esattamente come George Bush ha la responsabilità come presidente degli Stati Uniti dei comportamenti dei soldati americani in Iraq».
Lei sostiene che quello di Bagdad non è un processo giusto, perché?
«Questo tribunale non è indipendente, per il semplice fatto che è stato creato ad hoc da una forza di occupazione, e perché i giudici non sono stati scelti sulla base delle loro capacità professionali ma per una precisa scelta politica. La stragrande maggioranza dei miei colleghi, negli Stati Uniti come in ogni altra parte del mondo, sa che alla base di un processo giusto c´è una condizione essenziale: che ogni singolo individuo, ogni singolo imputato ha il diritto ad essere rappresentato da un avvocato difensore e ha il diritto a un processo equo. Ma questo a Bagdad non avviene».
Non è giusto che a processarlo siano gli iracheni, non ha diritto il popolo iracheno a reclamare giustizia?
«La questione è il rispetto dei diritti umani. Saddam Hussein ha diritto come tutti a un regolare processo, altrimenti qualsiasi condanna non avrà valore da un punto di vista del diritto legale internazionale. Noi non possiamo incontrare liberamente il nostro assistito, non abbiamo accesso ai documenti dell´accusa, e io ho anche ricevuto in passato minacce sia implicite che esplicite da parte di membri delle forze armate americane».
È d´accordo con la proposta di Ramsey Clark di istituire un apposito tribunale dell´Onu per Saddam?
«Questa è la linea di tutto il collegio di difesa. Saddam ha diritto a un processo equo ed onesto che nelle attuali condizioni dell´Iraq non è possibile. La sola via per un processo giusto è che avvenga sotto l´egida delle Nazioni Unite e che avvenga fuori dall´Iraq».
Secondo il più recente sondaggio, il 57 per cento degli americani ritiene che Saddam Hussein debba essere condannato a morte.
«La maggioranza degli americani ha creduto in passato anche che Saddam fosse dietro gli attentati dell´11 settembre e che in Iraq ci fossero armi di distruzione di massa. Cose rivelatesi poi false. E lo stesso sondaggio fatto nei paesi europei dice che la stragrande maggioranza degli intervistati chiede per lui l´ergastolo».