Polti sud: «Spengo la luce e vado in Cina… »

Prendi i soldi e scappa. La lettera porta la data del 7 gennaio 2006 ed è indirizzata ai rappresentanti sindacali di base, a Fiom, Fim, Uilm, al ministero del Lavoro, alla Regione Calabria, all’Unione industriali. La lettera, su carta ufficiale dell’azienda, reca in testa il logo – “Polti sud, più facile più felici” – che, nella circostanza, suona come uno sfottò. La lettera, infatti, dice quanto segue: «Vi comunichiamo che la scrivente società è costretta a procedere al licenziamento collettivo di tutti i dipendenti in forza presso lo stabilimento di Figline Vegliaturo (n. 175 unità) in conseguenza della intervenuta decisione di cessare l’attività di tale stabilimento». E più in là affabilmente chiarisce i motivi di tale drastica soluzione, «avendo deciso di far produrre in Cina (dove i costi di produzione sono significativamente inferiori) le vaporelle e il vaporettino».

Fine. Viva la faccia. La Srl Polti ha concluso la sua breve vita calabrese. Spegne la luce e se ne va. Cancelli serrati. Oltre le sbarre la intravista silhouette della Vaporella giace come una farfalla infilzata e la ingombrante sagoma bianco-grigia della fu azienda-leader sembra una caserma abbandonata in mezzo a quell’informe cemento fatto di capannoni, stabilimenti, fabbriche e fabbrichette che è il polo industriale di Piano Lago, alle porte di Cosenza. La Polti che c’era una volta e adesso non c’è più.

La storia ce la raccontano Alessandro e Maurizio, al bar dell’albergo dove siamo andati a sederci, l’unico luogo che troviamo aperto in queste cinque della sera di una domenica di fine febbraio, una domenica come tante altre.

Una storia italiana. Una storia molto “calabrese”.

Alessandro e Maurizio, 27 e 32 anni, sono due delle “n. 175 unità” cui si riferisce la lettera di licenziamento: due ex operai, cioè, della ex Polti. Due ragazzi moderni, disinvolti, belle facce; jeans, scarpe sportive, un giaccone chiaro, un giubbotto nero Replay.

Incomincia Alessandro. «Se ne vanno in Cina? Ma fino ad oggi i cinesi siamo stati noi», dice. Lui entra alla Polti nel 2001 come montatore meccanico, è il suo primo lavoro, contratto a tempo indeterminato, stipendio iniziale 770 euro, che diventano 850 dopo lo scatto di qualifica (peraltro concesso in ritardo, ben oltre i termini contrattuali). Prendere o lasciare; nella azienda leader venuta dal Nord non c’è ombra di sindacato: per Alessandro, e per tutti gli altri come lui, non esiste altra chance. Anzi, la Polti è la fortuna, il “miracolo” del posto fisso piovuto non lassù a Corsico nel Milanese, ma qui dietro casa, nella propria terra. Duecento assunti (tanti ne entrano quando la fabbrica apre i battenti); e la Polti a Figline è come la Fiat a Melfi, là le tute amaranto, qui i camici blu, quasi uno status, un previlegio. Duecento ragazzi – alla Polti sono tutti molto giovani, la media è ancora oggi di 24 anni – guardano alla fabbrica di prestigio come a un approdo sicuro. Quella fabbrica bianca che macina speranze.

Storia della Polti. Alessandro (nell’azienda si è fatto le ossa, ha avuto le sue prime esperienze di lotte, è stato eletto Rsu Fiom) comincia dalla fine. «Guarda i tempi. La messa in mobilità totale è del 7 gennaio 2006; la chiusura definitiva è fissata per il 14 marzo, a giorni: perfetto, a questa data – che strana coincidenza – scade infatti il vincolo dei 6 anni legato alla legge 488 di cui la Polti ha ampiamente beneficiato».

Storia della Polti sud. Prendi i soldi e scappa.

La Polti è la Polti e non è Agnelli, ma, come quella degli Agnelli (fatte salve le debite differenze) è in gran parte la storia di un capitalismo familistico, di una famiglia e di un tycoon che comincia da zero e fa una gran fortuna. Lui, il fondatore, Franco Polti, negli anni 70 è un piazzista di ferri da stiro professionali, originario d un paesino presso Cosenza che si chiama San Pietro in Guarano. Un travet senza arte nè parte, al quale a un certo punto viene in mente di “creare” un arnese da stiro per uso domestico, però con le stesse caratteristiche di quello professionale. E’ il classico uovo di Colombo e anche la chiave di un successo formidabile.

Si trasferisce al Nord, dalle parti di Como, insieme alla ragazza che ha appena sposato, Teresa. Quella che oggi è per tutti “la signora”. Cominciarono in una cantina, la prima Vaporella – il “rivoluzionario” ferro da stiro con caldaia a vapore – nasce nel 1978; poi inventa Vaporetto, altro portento ad acqua; ed è così che nel 1984 il Franco Polti ha smesso già da un pezzo i panni del bravo artigiano e fondato la sua prima spa, con sede a Olgiate Comasco. Va avanti a gonfie vele, inventa e sforna altri prodotti, belli e perfetti e innovativi, ad alto livello tecnologico e con design tutti da made in Italy. Marcia trionfale, nasce il grande stabilimento di Bulgarogrosso presso Como (25 mila mq), impianti modernissimi, quasi trecento dipendenti, 3.500 mq di sola area produttiva. Dove vedono la luce 3.500 apparecchi al giorno per una capacità annuale di 700 mila pezzi. Vincente, competitiva, ecologica, la Vaporella diventa un marchio planetario, e la ex cantina di Polti Franco da San Pietro in Calabria è ora una multinazionale presente in tutto mondo. Il diabolico, geniale vaporetto si vende infatti dappertutto, in Algeria e in Australia, in Canada, Russia, Turchia, Gran Bretagna, Messico, Brasile, Pakistan, Cina, Singapore, Corea, ecc ecc. Diavolo di un vaporello dal manico di sughero: è da capogiro il suo monte affari annuale. E se lei è “la signora”, lui – ormai un re del vapore – è anche gran mecenate e sponsor in materia di sport: basket, calcio, ciclismo lo vedono con le mani in pasta, alla grande. Ed è ormai anche un nome che conta, nel gotha degli industriali del ricco Comasco. Lassù al Nord.

Poi un giorno, improvvisamente, Franco Polti si ricorda della “sua” Calabria. Se lo ricorda improvvisamente ma non per caso, nel 1999: quando, guarda caso, si imbatte in una legge che porta il numero fortunato di 488. E quella specie di manna europea che elargisce cospicui incentivi – bei soldoni – a chi promuove investimenti al Sud. Soldoni Ue: tanti, benedetti e subito, basta aprire il capannone e tenerlo in piedi giusto 6 anni…

Occasione acchiappata al volo, figurarsi; e tempestivo sbarco a Piano Lago. Nasce la Polti sud, 200 operai, nuovi macchinari, e nuovi capitali tutti piovuti a titolo di contributo pubblico. Un bel prendere.

La Polti sud è lì. “Più facile più felici” un corno. Racconta Maurizio. «Era durissimo. Una catena di montaggio senza respiro, tempi sempre più stretti e veloci, otto ore come dannati. E un ambiente da dannati, appunto. Pavimento in cemento battuto, e per respirare non aria ma polvere. Anzi un concentrato micidiale di velenosi pulviscoli, mescolate insieme polveri di alluminio, lana di roccia, loctite (un collante dall’odore nauseabondo)».

Protezione zero, niente mascherina, niente guanti, mani con le piaghe, tendiniti, tunnel carpale e infortuni a piovere. «Ci sono voluti mesi per riuscire ad ottenere un minimo miglioramento nelle condizioni di lavoro. Nei capannoni – continua Maurizio – d’estate si soffoca per il caldo, la gente sveniva, doveva venire l’ambulanza a prenderli (il condizionatore è arrivato solo nell’ultimo anno)». Il salario, poi, è da Sud, inferiore a quello dello stabilimento “nordico”; e quando i tre rappresentanti Rsu chiedono l’intervento Asl per un controllo sull’ambiente di lavoro, “la signora” li licenzia tutt’e tre (tra essi anche Alessandro, il giovane operaio che abbiamo di fronte).

La condizione dei “camici blu” alla Polti di Figline, del resto, è già stata denunciata più volte. Scrive ad esempio “Rassegna sindacale” (Cgil) in un servizio datato 2004: «L’acqua da bere che manca, la pipì che non si può fare, i guanti da lavoro strappati e non sostituibili prima di quindici giorni, i ritmi forsennati. Colpisce ancora una volta, dopo Termini Imerese e dopo Melfi, la straordinaria “materialità” del disagio sul lavoro».

E’ appunto il 2004, l’anno in cui comincia l’esternalizzazione, poi la cassa integrazione, la stagnazione produttiva; e in cui comincia la grande lotta dei 200 della Polti per salvare il posto. Una dura lotta, con scioperi anche di 15 giorni, presidi, cortei, manifestazioni cui si unisce la popolazione locale, blocchi stradali (una volta viene interrotta anche la Salerno-Reggio C.); l’ultima protesta è di questi giorni a Roma, i ragazzi di Piano Lago decisi a incatenarsi ai cancelli della Rai.

«Siamo sfiduciati, continueremo a batterci, certo, ma sappiamo bene – dice Alessandro – che ormai il tempo è scaduto. Vale a dire che i miliardi degli incentivi pubblici sono stati intascati, il vincolo della 488 è finito e i 200 lavoratori non servono più, peggio per loro se sono a zero ore e zero salario». La accampata crisi del settore – questo è anche il giudizio dei sindacati – è l’alibi sotto il quale la Polti nasconde la redditizia “virata” che si chiama delocalizzazione. L’esperimento calabrese ha fatto il suo tempo, giusto i sei anni necessari per il drenaggio dei fondi. Conti alla mano, l’esperimento calabrese – l’azienda-civetta – ha fruttato un bel flusso di soldi, decine di miliardi. Senza contare l’ammontare dei contributi che lo Stato si è accollato di pagare per i primi tre anni in base alla legge 407. Esperimento riuscito. La Cina è vicina.

Storia della Polti. Più che Imprenditori, Prenditori.