«Polizia invece della politica. In banlieue e con gli studenti»

Ha indagato il tema della violenza giovanile e le condizioni di vita nelle periferie pubblicando saggi come Violences et insécurité. Fantasmes et réalités dans le débat français (La Découverte, 2002) e Quand les banlieues brulent… , appena uscito sempre per lo stesso editore parigino. Ma Laurent Mucchielli, storico e sociologo del Cnrs, ha analizzato anche il comportamento delle forze dell’ordine nei cosiddetti “quartieri sensibili” e più in generale nei confronti delle mobilitazioni sociali.

Professor Mucchielli, durante le manifestazioni anti-Cpe di questi giorni la polizia è intervenuta spesso in modo molto duro: prima un sindacalista dei lavoratori postali e quindi uno studente sono stati picchiati violentemente e ora sono in coma. Il termine di “bavure” – sbavature dai comportamenti leciti -, utilizzato per descrivere l’attegiamento degli agenti contro i giovani delle periferie, torna per raccontare le aggressioni ai manifestanti. Perché un comportamento così duro da parte dei flic?

Effettivamente, come durante gli scontri di novembre nelle periferie quando ci sono stati pestaggi e “bavure” di vario tipo, anche nelle manifestazioni di questi giorni – come indica il caso del sindacalista di Sud-Ptt che è stato colpito in modo molto violento dai Crs mentre si trovava tranquillamente seduto per terra – la polizia ha adottato un’attitudine molto dura. Quando il confronto tra agenti e manifestanti si protrae per giorni e giorni, il rischio che si verifichino simili derive è sempre presente. La professionalità degli agenti delle Compagnie républicaine de Sécurité (corpo analogo alla nostra Celere) o dei gendarmi mobili, in genere riduce il rischio di tali violenze, se in presenza di precise indicazioni da parte del potere politico. In questo caso però, credo che il comportamento degli agenti dipenda anche dall’incertezza della risposta politica che le istituzioni intendono dare a queste manifestazioni.

La risposta delle istituzioni sembra però simile a quella che è stata offerta anche all’incendio delle banlieue, queste due “rivolte” hanno qualcosa in comune?

Tra la mobilitazione contro il Cpe e quanto è avvenuto nelle periferie, ci sono dei punti in comune e delle differenze. Quel che è chiaro è che in Francia esiste una crisi complessiva e generale che interessa le nuove generazioni. Si tratta di una crisi scaturita dall’assenza di prospettive con cui devono confrontarsi i ragazzi. Una differenza tra i giovani delle periferie e gli studenti che manifestano in questi giorni, riguarda però i loro percorsi scolastici. I banlieusards sono già completamente fuori dalla scuola o inseriti in percorsi di istruzione marginali o considerati di “serie b” e hanno la netta percezione che il loro orizzonte futuro sarà quello dell’esclusione sociale. Quanto agli altri studenti, parliamo di ragazzi che studiano in istituti più quotati e che provengono dalle classi medie, guardano al loro avvenire con la medesima inquietudine, ma più che una vera esclusione dalla società, temono la precarietà. Il tema della precarietà del lavoro, e quindi in questi giorni del Cpe, diventa però per tutti i ragazzi il simbolo stesso di un accesso all’età adulta che viene loro negato. Quello che potremmo definire come un “sogno sociale” ordinario è o negato del tutto o reso in ogni caso incerto: l’angoscia e la collera che scaturiscono da questa situazione si sono espresse sia a novembre nelle banlieues che oggi tra gli studenti.

A proposito di questa “collera”, la stampa francese è tornata a parlare di “casseurs”, vandali che provenienti dalle banlieue infiltrerebbero i cortei di protesta al solo scopo di provocare incidenti. Ma, se questo è accaduto in passato, non le sembra che oggi la situazione sia cambiata e che i giovani delle periferie partecipino alle stesse mobilitazioni?

Da quando esistono le manifestazioni di protesta ci sono delle persone che per così dire “prediligono” altri aspetti rispetto al carattere esclusivamente politico dell’iniziativa: scontrarsi con la polizia, saccheggiare i negozi e via dicendo. In Francia già venticinque anni fa si è molto discusso intorno al varo della cosiddetta “legge anti-casseurs”. Poi, alcuni anni fa si è assistito anche allo sviluppo di un fenomeno nuovo, vale a dire alla comparsa di gruppi di giovani che si intrufolavano nei cortei per rubare ai manifestanti il portafogli o il telefonino. Quanto alle manifestazioni di questi giorni, si deve chiarire come esistano diversi modi di “utilizzare” la violenza. Mi spiego meglio, anche per non essere frainteso: la violenza può assumere per alcuni una sorta di aspetto ludico, può essere usata per liberare la collera, per commettere i furti di cui parlavo e, infine, può essere alimentata da motivazioni politiche. In questo senso la lezione più importante che sembra aver dato a molti giovani la recente rivolta delle banlieues, è che l’unico modo per farsi sentire è quello di ricorrere alla violenza. Del resto mi sembra sia questa la situazione anche ora: più le manifestazioni degli studenti contro il Cpe diventano “dure” e più cresce la disponibilità del governo ad aprire una trattativa.

Lei ha analizzato lo spettro della violenza e dell’insicurezza nel dibattito pubblico francese. I movimenti degli ultimi mesi rovesciano la prospettiva: l’insicurezza di cui parlano ha a che fare con i diritti sociali e non con l’ordine pubblico. La politica francese se n’è accorta?

Credo che partiti, sindacati e associazioni ancora non abbiano trovato il modo di imporre questo elemento, centrale sia nella rivolta delle periferie che nelle manifestazioni anti-Cpe. A novembre tutto ciò è apparso con evidenza nel silenzio che ha circondato quanto accadeva nelle banlieues: nessuno ha cercato di indagare i problemi sociali che erano alla base della rivolta e di tradurla nel linguaggio della politica. Il grande vuoto che c’è oggi in Francia riguarda proprio l’incapacità da parte del ceto politico di porre al centro del dibattito i temi che caratterizzano invece la società. I movimenti sociali pongono il problema e la politica cerca faticosamente di rincorrerli.