Pol Pot come Auschwitz? Il paragone divide gli storici

Chissà che avrebbe detto Saloth Sar, meglio conosciuto come Pol Pot — alias il «Fratello numero 1» —, lui che «dalla giungla tutto vede e giudica» si sarebbe magari fatto un lugubre sghignazzo ad essere accostato a Hitler. C’è la faccenda delicata del parallelo tra comunismo e nazismo, certo. E poi c’è un altro problema: siamo davvero sicuri che il capo dei Khmer rossi cambogiani, il dittatore che tra il ’75 e il ’79 sterminò un terzo del suo popolo pianificando la morte di un milione e settecentomila persone (secondo le stime più prudenti), sia l’esempio più calzante in tema di crimini rossi? Walter Veltroni, presentando il libro di Cristina Comencini L’illusione del bene, ha invitato a fare i conti con «la storia del comunismo» citando le foto del genocidio cambogiano, «non sono diverse da quelle che fra dieci giorni vedrò ad Auschwitz».
Vero? Coraggioso? «Mah, di certo parlare di Pol Pot, un caso così estremo e periferico, è più comodo», sospira lo storico Giovanni Sabbatucci. «Se vogliamo fare un’equiparazione tra nazismo e comunismo, sarebbe più corretto parlare dei gulag sovietici, il paragone tra Hitler e Stalin ha più senso». Detto questo, Sabbatucci non teme paralleli, «io credo che le comparazioni siano sempre lecite e non vadano mai demonizzate, e qui la ritengo più che legittima: le differenze tra nazismo e comunismo poco rilevano dal punto di vista delle vittime, e comunque equiparare non significa identificare. La differenza vera non sta nelle realtà che si comparano né nei motivi: l’ “illusione del bene” e la bontà delle intenzioni, posto che ci sia, è semmai un aggravante. La differenza è nella nostra cultura: il comunismo nasce più o meno legittimamente dalla Rivoluzione francese, cui tutti ci riferiamo, non ci hanno forse insegnato che l’evoluzione dell’umanità poteva anche passare attraverso massacri? L’altra, il nazismo, è qualcosa di deviante, di estraneo. Gli uni sono
figli degeneri, gli altri marziani. In questo senso Pol Pot non era un marziano: ha studiato in Francia, come Mao ci appartiene».
Del resto sulla malvagità di Pol Pot nessuno fa una piega, figurine del manifesto a parte. Marco Rizzo, dei Comunisti italiani, attacca Veltroni perché «sul comunismo o ignora la storia o è intellettualmente disonesto: quelle dittature sono state battute dagli eserciti di due Stati comunisti, l’Armata Rossa e l’esercito popolare vietnamita». E lo stesso dice il pdci Nino Frosini, «Veltroni ha ragione su Pol Pot e Auschwitz ma dimentica il colore delle bandiere dei liberatori». Un argomento che Luciano Canfora condivide, «meno noto semmai è che i vietnamiti furono biasimati da tutto l’Occidente e fino all’ultimo gli Stati Uniti difesero all’Onu il seggio di Pol Pot, per dire la nostra cattiva coscienza». Certo, «Veltroni ha scelto il bersaglio che gli garantiva un consenso facile». Niente paragoni, però, «ha un effetto obnubilante sull’unica peculiarità del Novecento, il massacro di razza, e cioè la Shoah». Lo dice pure Piero Sansonetti, direttore del quotidiano del Prc Liberazione: «Non è che Pol Pot fosse meno cattivo di Hitler, ma il paragone è insensato come tutti i paragoni storici e il comunismo è una cosa complessissima, che c’entra Gramsci, con Ho Chi Minh?».
C’è da dire che a sinistra il terreno è minato. Quando nel ’99 Einaudi pubblicò i Racconti della Kolyma, capolavoro di Varlam Salamov sui gulag, eliminò all’ultimo momento l’intervista-prefazione nella quale lo scrittore Gustaw Herling definiva nazismo e comunismo «gemelli totalitari» (lo stesso Salamov chiama i gulag «crematori bianchi»). Ci sono casi più recenti: lo storico Gabriele Nissim, autore di Una bambina contro Stalin, ha accompagnato in giugno Fassino alle fosse comuni di Levashovo, vi sono sepolti anche comunisti italiani vittime di Stalin; l’ultimo segretario dei Ds ha parlato del «fallimento del comunismo» e delle colpe dei dirigenti del Pci; «e non c’è stata nessuna reazione, neanche una parola dal gruppo dirigente del Pd», spiega Nissim. Come mai? «Semplice: la storia di Pol Pot è condivisa, molto più difficile è parlare di Levashovo o di Kolyma, il fulcro del sistema concentrazionario sovietico, una storia che appartiene anche al Pci: lì sì che si può fare un paragone con Auschwitz».
La questione resta comunque delicata. Primo Levi, ne i sommersi e i salvati, distingueva l’«autogenocidio cambogiano» e gli altri orrori del secolo dal sistema nazista, «un unicum sia come mole sia come qualità». La stessa idea di Marcello Pezzetti, tra i massimi esperti al mondo di Auschwitz nonché direttore del costituendo museo della Shoah di Roma. Sarà lui ad accompagnare il sindaco di Roma a Birkenau: «Sono sei anni che lo porto ad Auschwitz con gli studenti romani e rimane là tre giorni, nessun altro politico è così preparato. Veltroni conosce perfettamente lo sterminio ebraico, le motivazioni di carattere biologico, e le sue parole non devono essere forzate: è evidente che non voleva paragonare le motivazioni, ma parlare del valore della vita umana. Una volta ho chiesto a una sopravvissuta quale sia stato il momento più brutto della sua vita dopo Auschwitz, e lei mi ha detto: quando ho saputo ciò che aveva fatto Pol Pot. Credo sia questo lo spirito con cui Veltroni ha parlato».