Poema resistenziale sulla linea Gotica. Dove ognuno sceglie

C’è bisogno di raccontare la Resistenza oggi? La devono raccontare solo gli storici? Oppure tocca agli scrittori raccogliere le testimonianze dei protagonisti, ricomporre, in parte con la fantasia, un mondo di storie individuali che si intrecciano come in una saga popolare? L’ombra del cerro è il romanzo che mancava, Silvia Di Natale – autrice esordita con Kuraj, vive da molti anni in Germania – ha messo in scena in questo ultimo lavoro pubblicato da Feltrinelli (pp. 360, euro 16) una costellazione di personaggi in parte veri in parte leggendari – Rinaldo, Solidea, Ortensia, Sergej, il Passatore, Noemio, Zoraide – che si muovono in una geografia anarchica, tra i monti e le forre dell’appennino tosco-emiliano, proprio lì dove passa la linea Gotica. Tra le cime del Fumaiolo e del Falterona, la fortificazione difensiva dei tedeschi è un’opera ingegneristica che attraversa l’Italia da un mare all’altro. Questa zona è «sempre stata isolata – spiega la scrittrice – dagli eventi della storia. I personaggi del romanzo all’inizio non credono che gli eventi storici della guerra possano raggiungerli. Invece la storia è travolgente, l’illusione che ne possano stare lontani è destinata a infrangersi. Non c’è quotidianità, non c’è comunità che possa resistere. I sistemi locali, le relazioni, le alleanze si frantumano, la guerra si sovrappone alle rivalità già esistenti. Vendetta privata e vendetta politica si confondono».

Spesso si prendono a pretesto le vendette private per “sporcare” l’immagine della Resistenza, per degradarla a pura e semplice violenza politica. Lei come la racconta?

Questi fatti non si possono negare, è ovvio che si scatenassero delle vendette private. Nessuno poteva rimanere puro di fronte a ingiustizie così enormi. Attenzione però. Se si guarda la storia solo nell’ottica locale, si finisce per vedere solo le vendette personali, si perdono di vista i fini lontani, le differenze ideologiche. Se questa svista ci capita ancora oggi, a distanza di sessant’anni, è uno scandalo.

Dobbiamo guardare la storia con il telescopio, non col microscopio?

Da una parte vediamo quegli eventi in lontananza, come una leggenda, una cavalcata appenninica; dall’altra, con la chiarezza di oggi. I fatti non si possono negare, ma non cambiano nulla della scelta fondamentale che fecero i ragazzi del tempo a favore della Resistenza. C’era chi stava da una parte, per la Liberazione e la democrazia, e chi dall’altra, per il fascismo, questo è assodato e non può essere negato, comunque guardiamo a quel passato e qualunque siano i momenti più discutibili.

Ad essere sconvolta è soprattutto l’esistenza delle donne. Le protagoniste femminili come Solidea e Ortensia escono dall’angustia del mondo contadino. Cosa danno in più alla lotta partigiana?

Erano ancora una minoranza a quel tempo. In quei paesi molto cattolici e tradizionali dell’appennino tosco-emiliano occupavano un ruolo passivo, subalterno, accentuato poi dall’educazione ricevuta durante il periodo fascista. I personaggi femminili del romanzo si staccano da questo ambiente. Sono personaggi reali. Ortensia, una protagonista centrale, è morta solo pochi giorni fa, aveva 81 anni. E’ lei la ragazza della foto in copertina. La sua vita è stata segnata dall’avventura partigiana, nelle tragedie e nelle gioie, insieme al suo eroe sovietico, Sergej. Ho raccontato la sua storia fedelmente. Mentre le altre le ho rielaborate. Poi c’è Solidea, una sorta di bella Angelica che fugge. La terza donna è Zoraide, lei porta un contributo intellettuale, ha un forte ascendente sugli uomini. In generale, queste donne portano la loro prospettiva su come fare la Resistenza e sulle scelte politiche. Non sempre sarà facile farsi accettare però. Anche tra i partigiani c’erano quelli che la pensavano in maniera tradizionale. Che poi… la rivoluzione sociale e culturale della Resistenza si ferma lì, anzi, negli anni ’50 si torna indietro.

Donne ma anche giovani. La Resistenza che lei racconta è soprattutto un’epopea giovanile. Le altre generazioni non ci sono?

Sì, in effetti erano in stragrande maggioranza ragazzi i partigiani, soprattutto in questa zona appenninica, come ho avuto modo di appurare dai documenti storici. Molti venivano da fuori, prigionieri fuggiti dai campi di concentramento, soldati sbandati, giovani in fuga dalla leva della Repubblica di Salò. Agli inizi prevale la paura, l’incertezza, ma bisognava agire. Non avevano nessuna responsabilità del fascismo, molti avevano appena 17 anni. Saranno la forza pulsante del rinnovamento. Non tutti avevano la consapevolezza e la trasparenza ideologica fin dall’inizio. Come potevano? Non possiamo scrivere una storia in bianco e nero, di eroi cristallini. Certo, ci sono state anche le persone più coscienti, i più anziani, quelli che erano stati al confino, che avevano una militanza politica antifascista. La cosa importante, alla fine, era la scelta: arruolarsi o no nella Repubblica di Salò. Presa la decisione si andava avanti anche senza sapere quali sarebbero state le conseguenze. Del resto, non c’era molto tempo per organizzarsi.

Una scrittrice, a differenza di uno storico, va in cerca di vissuti. Che differenza c’è dallo storico e quanto è difficile lavorare sulla memoria orale?

Io ho raccolto testimonianze vere di personaggi oggi anziani, che si ricordano a volte in maniera confusa, ma non importa. Ancora possiamo farlo, un lavoro basato sul ricordo soggettivo – il che non significa che sia un lavoro storico. Ma c’è il vantaggio di poter colmare le lacune, di raccontare le cose come penso siano potute accadere. Questa è la libertà dello scrittore rispetto allo storico. E a volte ci azzeccano. Ad esempio, ho potuto raccontare a mio modo la storia del Passatore, un personaggio ancora oggi tabù. Forse non un mostro, ma un visionario. Certo, politicamente sbagliato in quel momento e andava liquidato. Ci sembra orribile oggi dalle nostre comode scrivanie. Ma l’orrore della guerra ci spinge a decisioni dalle quali nessuno può fuggire.

I resistenti erano una minoranza. Ma la popolazione era davvero una vittima estranea, come qualcuno dice, della guerra fra partigiani e fascisti? Oppure ognuno faceva, in fondo, la sua scelta?

Ognuno sceglieva. C’è chi si è costruito un alibi, chi ha detto “io col fascismo non c’entravo niente”. Anche in Germania negli anni ’50 dicevano “noi non c’entravamo”, “noi abbiamo subìto”. Ma la stragrande maggioranza della popolazione, anche in Italia, era fascista. Dopo l’8 settembre molti si accorgono del fallimento del fascismo e cambiano idea. Ma quella della massa grigia che subiva mi sembra una falsità. In montagna i contadini aiutavano attivamente i partigiani, altrimenti non sarebbero sopravvissuti. Da una parte e dall’altra, con diversi gradi di coinvolgimento, ognuno ha fatto la sua scelta.