Pizzi Cannella, l’arte di stare fermi

Non so se la pigrizia sia un difetto o un pregio. So che non amo gli attivisti fondamentalisti che fanno tutto e bene. Che curano la mente e il corpo (soprattutto il corpo), girano il mondo, scopano tutte le sere, fanno carriera e non si fermano mai. Non amo nemmeno, per la verità, i contemplativi e gli apatici, quelli che… “ha da passà ‘a nuttata” anche quando c’è il nazifascismo.
So che esiste una forma di pigrizia tutta speciale (è questa che mi piace), molto vicina all’ozio antico dei latini che, anche se può sembrare strano, predispone alle grandi imprese ed ai capolavori. Salgari per esempio non aveva mai visitato i luoghi della gesta dei suoi tigrotti. Morandi raramente lasciava Bologna. Mafai era più pigro dei gatti dei Fori romani quando non sono in amore e da mangiare glielo portano le anziane signore. Tano Festa dipingeva seduto e lontano da Roma resisteva solo pochi giorni.

Spiritualmente vicino a questi nobili esempi del passato, Pizzi Cannella coltiva questa raffinata forma di “pigrizia” poetica e creativa. L’idea è un po’ quella che le cose, anche se non le cerchi, se le sai aspettare prima o dopo arrivano da sole. E poi perché cercarle fuori se sono già dentro? Nello studio d’artista o nella sua memoria, nelle storie degli amici o nei giornali, nei film nei libri, nei quadri e negli oggetti, davanti al mare, nel fondo di un bicchiere, negli occhi delle persone, nelle sofferenze e nelle lotte della gente.

Pizzi Cannella sta fermo perché è convinto che non esista un passato, un presente e un futuro. Ma “tre presenti” co-esistenti, come qualcuno importante aveva già detto. E se uno coglie questa verità vede di più e meglio. Ma per coglierla non ci si deve agitare troppo. Per concentrarsi e non disperdere energie. Poi, da questa concentrazione (che è anche un po’ faticosa) ogni tanto ci si deve riposare. Allora si deve fare una festa, magari anche un ballo (massimo due), un pranzo una cena una bevuta, una notte d’amore (una notte si fa per dire).

Pizzi Cannella (classe 1955), per chi non lo sapesse, fa il pittore nel suo studio di Roma a San Lorenzo. La città di Roma si somma – parole sue – come uno “stato d’animo” tutto particolare alle vicende dell’arte, dell’ozio creativo, della memoria intesa come sincronica attenzione poetica ai “tre presenti” (altro che rimozione del passato). A tutto questo un’altra cosa si aggiunge. Forse la più importante: l’identificazione di questo artista con la pittura. “La pittura mi prese la mano” usa dire Pizzi a proposito della sua iniziazione all’arte. Da allora la mano non gliela più lasciata. E speriamo che non gliela lasci mai, visti i risultati.

La tecnica di questa pittura è interessante in sé, quasi a prescindere dagli esiti, perché riesce a mettere d’accordo il diavolo e l’acquasanta. E cioè la spontaneità e la freschezza esecutiva con un virtuosismo e un sovracontrollo manuale spaventosi. Una sintesi di caso e di necessità che sconvolgerebbe Monod. Un insieme di cose che è bello anche a vedersi. La pittura e il disegno, mentre si fanno, sono uno spettacolo.

Scrive Klaus Wolbert: «Il modo con cui Pizzi Cannella stende velocemente il colore in veloci ed elastici colpi di pennello, il modo in cui lo applica con agili movimenti a schizzo o lo lascia scorrere in piccoli rivoli, il modo in cui si avvale ora del diluente (…) ora dell’applicazione pastosa con la spatola, il modo in cui inserisce energici segni con il carboncino» e aggiungiamo noi, il modo con cui usa lo straccio per asciugare e togliere ciò che è superfluo «tutto ciò testimonia di un virtuoso perfezionamento dell’arte pittorica che non ha più nulla in comune con il cieco azionismo della pittura informale» (da La Nuova Scuola Romana, Ed. Riuniti, di prossima uscita).

Le lucertole sono animaletti agili e scattanti che spesso percorrono la pittura e le carte di Pizzi e sono un po’ un’eccezione nel repertorio delle immagini predilette dall’artista. Queste, infatti, rappresentano in genere oggetti comuni, tratti dal presente ma che sopravviveranno anche nel futuro. Non mancheranno mai, speriamo: i gioielli, gli abiti di donna, le sedie e i letti, i ferri battuti, le finestre, i vasi, le scodelle e i ventagli, le maschere, i fiori secchi, gli alberi, i paesaggi marini, i bagni turchi, i paesaggi stellati, le isole, le mappe e le cattedrali di una fantasia pacifista e universale. Se poi questi oggetti sono prelevati dal mondo dei ricordi va bene lo stesso. Anzi va meglio perché contrastano l’odiosa tendenza a rimuovere il passato, che è il segno più tangibile di una paura che c’è sempre stata ma oggi è diventata esagerata: quella della vecchiaia e della morte. La morte andrebbe contrastata con le grandi azioni, con le rivoluzioni e coi capolavori, non con la sciacquatura di piatti della perenne e improbabile esaltazione di un interminabile, edonistico e castrante presente.

Gli oggetti di Pizzi Cannella non gridano mai per questo, perché non vogliono stordire col chiasso. Suggeriscono pensiero e emozioni da trovare nel fondo. Per questo alloggiano spesso nella trama, ora più, ora meno densa, di una pittura per larghi brani aniconica, che parla di sé e non di altro, con le rugosità e le screpolature, con gli sgocciolamenti. Questa pittura è prezioso silenzio che permette agli oggetti, tratti dai “tre presenti”, di parlarci e di essere ascoltati.

C’è un posto dove Pizzi Cannella e la sua famiglia spesso si rifugiano. Non è solo un albergo sugli scogli del mare di Ischia, isola dove il pittore ha celebrato il suo matrimonio con Rossella Fumasoni. E’ un luogo, “Umberto a mare”, dove più e meglio che in altri si celebra il rito laico di una vita d’artista che ha finito per contagiare tutti e modificare la fisionomia delle stanze e delle terrazze, di tutto.

Ho evitato finora, per pudore, di raccontare le storie di un’amicizia che da tanti anni che mi hanno legato e mi legano a quest’uomo gentile. Però, quando penso a quel posto, non posso resistere alla tentazione di ricordare i pomeriggi e le serate (meno le mattinate perché ci si svegliava tardi) passate in conversazione, a bere e a mangiare, con il conforto di una natura ancora intatta e incantata e la compagnia di persone di qualità (non solo Umberto ma anche Marco e gli amici che si avvicendano in questa specie di cenacolo). L'”Atelier dei mari e dei venti”, così come lo hanno soprannominato Pizzi e Rossella, ha preso alloggio in questa “casa per amici”, e da questo piccolo laboratorio sul mare sono uscite tante e tante opere su carta, realizzate senza interrompere la conversazioni con gli amici trapuntate di caffè, calici di vino bianco e naturale disposizione all’ascolto.

Una volta Pizzi, eravamo nell’atelier davanti al mare, mi chiese di suggerirgli il titolo di un’opera, prima ancora di realizzarla (che non è proprio la regola). Ci pensai un po’. Poi scelsi: “Amalfi”. In pochi minuti venne fuori un'”idea di Bagno turco” intitolato per l’appunto “Amalfi”. Due sorsi di vino, una sigaretta, una cancellatura e mi porse il disegno dicendomi: «Tieni è tuo, lo hai fatto tu». Credo che non fosse solo per compiacermi che l’abbia detto ma perché pensava veramente che a creare il clima che aveva contribuito alla realizzazione di quel disegno avessi partecipato anch’io, e non solo per aver suggerito il titolo.

Che è come dire che quando un artista è autentico non distingue la vita dal suo lavoro. Ma non è che la vita lo ispira. No. E’ di più. E’ che la vita e l’opera sono la stessa cosa. Non solo la vita privata, ma anche quella pubblica ovviamente. Basti pensare ai cicli sulla Guerra nel Golfo e alla grande Mostra del teatro India sulle Mappe nel mondo. E più l’ingombro dei temi è grande e politico, più le opere diventano grandi e popolari nel senso più alto del termine. Cantano a piena voce, invece di sussurrare o ammiccare o sorprendere o scandalizzare. Le ultime opere di Pizzi Cannella sono simili a un grande Canto civile che ha preso le mosse dai segreti delle notti.