Più tasse sui redditi da capitale per un sistema fiscale più equo

Secondo la teoria più diffusa, la tassazione dei redditi delle persone fisiche dovrebbe avvenire sulla base del reddito complessivo (comprehensive income). Il reddito complessivo è la somma del reddito da lavoro e del reddito da capitale, finanziario ed immobiliare. A sua volta il reddito da capitale finanziario (o reddito da attività finanziarie) è la somma dei profitti, degli interessi per i capitali dati a prestito e del guadagno di valore (capital gain o plusvalenza) del capitale nel corso del tempo.
Perché sia rispettato il principio della progressività, all’aumentare del reddito la quota di reddito assorbita dalle imposte deve aumentare anch’essa.

Nel sistema fiscale italiano la progressività è basata su un sistema a scaglioni con aliquote crescenti. Da tempo, tuttavia, questo sistema a scaglioni si applica integralmente per il reddito da lavoro (dipendente e autonomo) e per il reddito d’impresa (nel caso di imprenditori individuali e società non di capitali) e parzialmente per i redditi da capitale immobiliare.

Il sistema progressivo a scaglioni in linea di massima non si applica, per le persone fisiche non imprenditori, alle molte forme di reddito da attività finanziarie. In particolare, viene applicata un’aliquota pari al 27% sugli interessi su conti correnti e depositi e del 12,5% negli altri casi, in particolare interessi su obbligazioni pubbliche (titoli di stato) e private di medio e lungo periodo, dividendi e plusvalenze.

Poiché le aliquote sono fisse, la tassazione su questi redditi non è progressiva, nel senso che essa non assicura che la quota di reddito da attività finanziarie assorbita dalle imposte cresca al crescere del reddito da attività finanziarie.

Questo aspetto costituisce un’evidente deviazione rispetto al principio di progressività. Questo principio richiederebbe il superamento delle diverse forme di anonimato sul reddito da attività finanziarie e la reinclusione, attraverso la dichiarazione dei redditi, delle stesse nel sistema di tassazione per scaglioni. Si tratta della soluzione scelta da molti paesi esteri, europei e non, sebbene con molte diversificazioni, esclusioni e recenti ripensamenti.

In Italia questa soluzione richiederebbe un sostanziale abbandono di alcuni dei principi-cardine della riforma del 1998, in particolare dell’idea che la tassazione di questo tipo di redditi sia sostanzialmente gestita dagli intermediari finanziari (banche, società di gestione del risparmio).
Presumibilmente per queste ragioni la reinclusione dei redditi da attività finanziarie nel sistema progressivo per scaglioni non è la soluzione che emerge dal programma dell’Unione. Questa consiste invece, come dovrebbe ormai essere chiaro, in un accorpamento delle due aliquote di cui si è detto in precedenza (12,5% e 27%) ad un unico valore, peraltro non specificato e variante, secondo le diverse ipotesi, tra il 20% e il 23%. In pratica, gli interessi sui conti correnti e sui depositi sarebbero tassati di meno rispetto a quanto avviene oggi, mentre le altre forme di reddito da attività finanziarie sarebbero tassate di più.

Questa misura, il cui varo richiede la soluzione di una serie di problemi tecnici, dovrebbe avere due effetti positivi.

Il primo è il recupero di gettito, derivante dal fatto che quanto il fisco perde dagli interessi sui conti correnti è meno di quanto il fisco guadagna dagli altri redditi. Tuttavia, si tratta di un recupero di gettito contenuto (2,2 miliardi nel caso di unificazione al 20%) anche a causa del fatto che quasi la metà dei titoli del debito pubblico italiano sono detenuti da soggetti esteri, che non sarebbero coinvolti, e che sarebbe ancora più contenuto nel caso si pensasse a delle soglie di esclusione.

Il secondo effetto positivo consiste nella maggior equità del sistema o, se si vuole, nell’aumento della progressività di fatto. Infatti, i redditi da attività finanziarie non sono distribuiti uniformemente su tutta la popolazione, ma sono invece concentrati tra le famiglie ricche. Secondo i dati della Banca d’Italia, il 10% più ricco possiede il 40% del totale di questi redditi mentre il 10% possiede solo l’1,2% degli stessi.

Tra gli effetti negativi paventati vi sono: la fuga di capitali in generale ed, in particolare, le difficoltà che avrebbe lo Stato nel finanziare il debito pubblico e l’aumento dei tassi di interesse, con conseguente peggioramento dei saldi di finanza pubblica. Quanto al pericolo di fuga di capitali, si tratta di un rischio molto relativo, in quanto già oggi, pur essendo le aliquote italiane più basse di quelle europee, per alcuni è piuttosto facile ottenere una tassazione ancora più ridotta o nulla.

Per quanto riguarda il debito pubblico, si è già detto che per gli stranieri non cambierebbe nulla e quindi l’eventuale tensione sui tassi di interesse dovrebbe riguardare i soli investitori italiani. Ma le modeste dimensioni dell’aumento del prelievo su ciascun risparmiatore, unite al fatto che i titoli di Stato vengono scelti più per le loro caratteristiche di sicurezza e stabilità che per i loro rendimenti, già oggi molto bassi, fanno ritenere anche questo rischio molto relativo.