Piccoli uomini crescono

Secondo dati Istat in Italia 150 mila minori tra i 7 e i 14 anni, il 3% del totale, sono economicamente attivi

Fine delle, vacanze e tempo di ritorno a scuola. Ma per qualche migliaio di bambini le vacanze sono state più o meno intensamente lavorative. Per altri tornare a scuola significa tornare a dover combinare frequenza scolastica e impegno lavorativo. E per altri ancora il lavoro ha già sostituito la scuola ben prima del completamento del ciclo dell’obbligo.
Secondo le stime dell’Ilo, International Labour Organisation, nei paesi sviluppati i bambini (minori di 15 anni) «economicamente attivi», ovvero coinvolti in attività di lavoro per il mercato, sono il 2 per cento di tutti i bambini. Utilizzando la stessa definizione dell’no,
l’Istat nel 2000 aveva stimato che in Italia la percentuale fosse di circa il 3 per cento di tutti i minori italiani. Si tratta di circa 150.000 bambini e ragazzi tra i 7 e i 14 anni che nella settimana di riferimento’ sono stati impegnati nella produzione per il mercato (lavori retribuiti) e in alcuni tipi di produzione non orientate al mercato (lavori non retribuiti), compresa la produzione di beni per l’autoconsumo. È una cifra di tutto rispetto, anche se notevolmente più bassa di quella scaturita da altri studi che hanno utilizzato una nozione più estensiva di «lavoro» e hanno incluso anche i non italiani. Si tratta più di maschi che di femmine, perché la definizione di «economicamente attivo», per i bambini come per gli adulti, esclude il lavoro domestico e di cura svolto per i familiari, anche se può impegnare molte ore al giorno e consentire ad altri di lavorare per il mercato.
La métà di questi bambini aiuta i genitori nella loro attività (in negozio, nei mercati, in campagna), su base stagionale, ma spesso anche quotidiana (soprattutto nel Nord-Est). Un terzo circa (32%) è impegnato in lavori stagionali fuori dell’azienda famigliare. Gli altri sono impegnati continuativamente tutto l’anno e per diverse ore al giorno al di fuori della famiglia. Sempre l’Istat ha stimato che in un caso su cinque i bambini lavoratori sono soggetti a vero e proprio sfruttamento, da parte di familiari o di terzi: fanno orari lunghi e lavori pesanti, per paghe irrisorie. Va, per altro, segnalato, che proprio l’illegalità della loro presenza sui loghi di lavoro li rende singolarmente privi di protezione: se si fanno male non hanno l’assicurazione e rischiano persino di essere abbandonati, o trasportati altrove, anziché essere soccorsi subito.
Non sempre le motivazioni del precoce inserimento lavorativo sono riconducibili alla povertà. I tassi di occupazione minorili sono infatti più alti al Nord, e in particolare nel Nord-Est delle piccole imprese familiari, che nel Mezzogiorno. Nelle prime regioni l’esperienza riguarda il 20% circa di tutti i minori di 15 anni, nelle seconde il 14% circa. In entrambi i casi il lavoro minorile è in competizione con la scuola, ma per ragioni e con esiti in parte diversi. Nel Nord-Est lavorare presto è percepito dai minori e dalle loro famiglie come un processo di apprendimento necessario e per certi versi più utile di quello scolastico. Ma i bambini -lavoratori completano comunque l’obbligo scolastico e vanno a scuola regolarmente, anche se la scuola non riesce ad attrarli a
sufficienza per trattenerli oltre l’obbligo. Nel Mezzogiorno, più spesso i bambini lavoratori, specie quelli che hanno un impegno continuativo, sono scolari intermittenti che abbandonano la scuola senza aver completato l’obbligo.
Accanto a quel 3 per cento di bambini italiani al lavoro ci sono i bambini immigrati. n loro numero è ancor più difficile da stimare. Dati di ricerca locale suggeriscono che i minori immigrati lavorano in percentuale superiore agli autoctoni. Li si può trovare sia negli spazi tradizionali del lavoro minorile illegale – servizi di ristorazione, mercati, edilizia, abbigliamento e calzature, ambulantato, servizi alle famiglie – sia, in misura molto più ridotta, in quello legato alle attività illecite e criminali – spaccio, furti, prostituzione. Ad esempio, un’ indagine svolta nel Lazio dall’ Osservatorio sul Lavoro Minorile della Fondazione del Banco di Napoli ha segnalato che solo a Roma i minori tra i 7 e i 14 anni impiegati in attività di lavoro precoce sono circa 8 mila: 688 tra i 7 e i 10 anni, 3.795 tra gli 11 e i 13 anni, 3.647 i quattordicenni. Si tratta per lo più di bambini stranieri costretti a svolgere pesanti lavori di pulizia, a lavorare nei laboratori clandestini, a vendere prodotti agli angoli delle strade o ancora a chiedere l’elemosina. . Spesso sono «minori non accompagnati», la cui famiglia è altrove.
li lavoro dei bambini migranti può costituire il prolungamento nel paese di arrivo di abitudini e stili di vita propri della cultura (ed esperienza, e collocazione sociale) di origine. Ma può essere invece la conseguenza delle circostanze della migrazione stessa, che costringono il minore a lavorare per aiutare la propria famiglia, anche se non lo faceva nel paese d’origine.
L’Italia è uno dei paesi europei in cui il «lavoro dei fanciulli» è stato regolato più tardi, in cui la cogenza della norma è stata più debole e l’indifferenza verso il fenomeno del lavoro minorile più diffusa, complice anche l’alta incidenza della economia informale. È anche il paese che più a lungo ha avuto, e ha ancora oggi, una età minima legale più bassa (stante la più bassa età minima dell’obbligo scolastico) e consente l’entrata nel mercato del lavoro di minorenni sovra-quindicenni senza particolari garanzie formative e di condizioni lavorative. Ovvero i minori che abbiano raggiunto l’età minima legale per entrare nel mercato del lavoro possono essere assunti senza particolari restrizioni e obblighi da parte del datore di lavoro. Solo con l’introduzione, con la legge 144/1999, dell’«obbligo formativo» fino ai 18 anni è fatta richiesta ai minori al lavoro di partecipare a una qualche attività formativa, per altro non ben specificata (e tanto meno garantita).
Può sorgere il sospetto che la «formazione» costituisca più uno strumento per ridurre il costo del lavoro dei giovani per un periodo il più lungo possibile che non una effettiva preoccupazione per l’arricchimento del capitale umano dei giovani lavoratori, in particolare di quelli meno formati, ovvero che hanno a mala pena completato l’obbligo scolastico. Non stupisce allora che il tasso più alto di lavoro minorile sia illegale (sotto i 15 anni) sia legale (sopra i 15 anni) si riscontri nelle zone più ricche e a piena occupazione del Nord-Est. Là dove l’accesso al lavoro è facile e le imprese familiari diffuse, investire nella formazione appare inutile, se non uno spreco, e viceversa sembra più razionale nel breve:medio periodo.
favorire una socializzazione precoce al lavoro. Allo stesso tempo continua a esistere, soprattutto al Sud e in una quota di popolazione immigrata, una costrizione al lavoro segnata dalla necessità familiare, che carica i piccoli di responsabilità per la sopravvivenza familiare a scapito di qualsiasi minimo investimento per il loro futuro.
Un sostegno al reddito delle famiglie povere può certamente contrastare l’utilizzo dei bambini come forza lavoro familiare. Ma tanto in questi casi quanto in quelli che vedono bambini impegnati sistematicamente al lavoro in situazioni non povere, un ruolo cruciale è ricoperto, oltre che da sistemi di controllo più efficaci, dalla scuola. La quale invece troppo spesso ignora questi scolari poco presenti o poco attenti, quando non è addirittura lieta di liberarsene.