Piccole storie di tessitori alle radici del movimento operaio

Nell’estate del 1854 i tessitori delle manifatture di Mosso, nei pressi di Biella, tumultuarono con il sostegno di tutta la comunità contro il rincaro dei prezzi dei cereali: una forma di protesta tradizionale era rivolta contro i proprietari delle fabbriche. Quasi mezzo secolo dopo, nell’estate del 1889, le operaie della tessitura meccanizzata scesero in sciopero per l’aumento del salario e la riduzione dell’orario: inclusero nelle loro rivendicazioni qualche punto per i pochi tessitori a mano residui e trovarono solidarietà anche negli Stati Uniti, ove erano emigrati alcuni loro parenti. Le vallate biellesi furono uno dei centri, già in epoca preunitaria, della prima industrializzazione italiana, e la diffusione di fabbriche tessili costituì una classe operaia locale.
Accentramento nelle manifatture del processo produttivo, organizzazione di classe e inasprimento dei conflitti sociali andarono di pari passo, fino allo scontro del 1877, che segnò la definitiva meccanizzazione della tessitura e il declino sociale dei lavoratori impegnati sul telaio manuale, fino a quel momento protagonisti delle lotte. Molti di loro presero la via dell’emigrazione, ma la cultura della resistenza venne trasmessa a nuovi eredi, spesso le stesse figlie, assunte a salari ridotti per lavorare ai telai meccanici. Non si trattò, tuttavia, di una comunicazione meramente generazionale, bensì di un più ampio processo storico, reso possibile dalla continuità delle strutture sociali costruite dai tessitori per garantirsi la sussistenza.
Questa vicenda è al centro di Terra e telai, lo splendido libro che Franco Ramella pubblicò per Einaudi nel 1984. A fronte di una storiografia sul movimento operaio che prediligeva i gruppi dirigenti, lo spazio nazionale e la dimensione politica, come molti altri studiosi della sua generazione Ramella aveva optato per la storia sociale della classe operaia. In gran parte dei casi era una scelta gravida di implicazioni politiche, generalmente «a sinistra» del Pci e «operaiste». Questi risvolti tuttavia non devono far perdere di vista le istanze di rinnovamento metodologico presenti in una ricerca che deve molto all’antropologia sociale britannica (per lo studio dei social networks) e a Edward P. Thompson, l’autore del classico The Making of the English Working Class (1963, tradotto nel 1969 e da allora incredibilmente mai più ristampato, come ha opportunamente segnalato Ferruccio Gambino in questa stessa rubrica il primo settembre 2005). Terra e telai infatti va oltre il pur salutare spostamento d’accento proposto dall’allora «nuova» storia sociale e non si limita a studiare la composizione o i comportamenti conflittuali della classe operaia, ma opera un passo ulteriore sulla strada della concretizzazione dei soggetti sociali.
Attraverso un lavoro minuzioso su una pluralità di fonti, specie archivistiche, Ramella cerca di ricostruire le singole traiettorie di individui ritenuti esemplari e i loro contesti: il profilo mutevole dell’economia famigliare dei tessitori (centrata prima sul possesso della terra, garanzia di sussistenza nei momenti di crisi, poi sulla funzione equivalente offerta dal controllo del «mestiere») e le reti sociali che uniscono i lavoratori in quanto gruppo e stabiliscono alleanze con settori non operai. Il risultato è una storia corale che salda continuità e rotture, strutture e avvenimenti, e permette di collocare in un ambiente sociale e culturale preciso anche evidenze apparentemente isolate o di minore rilievo, come la declamazione notturna di versi di Dante sotto le finestre di un imprenditore, le vicende giudiziarie che contrappongono singoli tessitori o ancora la querelle sulle bettole come fucina di vizi ove gli operai andrebbero scialacquando i propri salari.
Uno degli ispiratori di questa impostazione sembra essere stato Giovanni Levi, che scelse di ospitare il volume nella celebre collana «Microstorie» e scrisse una partecipe prefazione, nella quale si segnalavano anche i pregi «narrativi» del volume. Un altro padre della «microstoria», Edoardo Grendi, aveva dedicato all’Avvento del laburismo un dottorato londinese (con Miliband e Hobsbawm), quindi la sua prima monografia (Feltrinelli 1964): ma la maturazione «microanalitica» coincise con il distacco di Grendi dalla storia della classe operaia e dalla contemporaneistica. Dovevano trascorrere vent’anni prima che la «riduzione di scala» venisse applicata al mondo del lavoro: salutata favorevolmente da Nicola Gallerano sulle pagine di questo giornale, la proposta di Ramella era destinata a subire le conseguenze del brusco declino di interesse della storiografia italiana per il movimento operaio. Disseminando tuttavia dubbi, intuizioni e suggestioni che ispirano ancora chi si misura con quelle vicende e, più in generale, con la storia sociale.