Petrolio, superati anche i 74 dollari

La notizia è che il petrolio, dopo aver fatto segnare nuovi record, per un giorno ha dato tregua. Anche se nessuno si illude di essere alla vigilia di un’inversione di tendenza. La qualità Brent, estratta nel Mare del Nord, è arrivata a 74,22 dolalri al barile, per poi ripiegare su un comunque altissimo 72,79: il Light crude texano (Wti) ha toccato invece i 72,49 dollari, per poi scendere poco sopra i 71. Questi microspostamenti sono l’effetto della speculazione quotidiana in borsa, che esercita le cosiddette «prese di beneficio» rivendendo ciò che è stato acquistato (magari due giorni fa) a prezzi inferiori.
Le previsioni degli addetti ai lavori parlano di cifre ancora più alte: 80 dollari entro maggio secondo gli analisti di Barclays Capital, 85-90 per quelli di Sg Cib Commodities e 100 dollari secondo Goldman Sachs. «Quota 80» è considerata la soglia oltre cui le conseguenze per l’economia reale diventerebbero disastrose. Il riferimento è al prezzo del 1980, al tempo della rivoluzione khomeinista in Iran, quando il prezzo, in dollari di oggi, salì per qualche settimana agli attuali 80.
Più cauti i petrolieri che, al contrario degli analisti finanziari, sanno per esperienza che «a far previsioni sul petrolio si sbaglia quasi sempre». Parola dell’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, nell’audizione di fronte al parlamento europeo, dove ha disegnato un quadro da brividi che è comunque risultato un tantino più roseo di quello in uso tra gli analisti. «Per i prossimi due-tre anni – ha detto – il prezzo non scenderà sotto i 50 dollari; e anche dopo mai più sotto i 40». Naturalmente resta l’incognita del possibile attacco Usa all’Iran, per la quale non ci sono previsioni di prezzo attendibili.
Analisti e petrolieri divergono fondamentalmente sulle cause dell’attuale crisi petrolifera. Per i primi c’è una carenza di offerta di fronte a una domanda crescente, alimentata dai consumi di giganti come Cina e India, oltre che dalla scarsa capacità di raffinazione americana. Per i secondi (e per i paesi petroliferi), l’offerta di greggio è più che sufficiente, gli alti prezzi dipenderebbero solo dagli scarsi investimenti in esplorazione e trivellazione effettuati negli anni in cui i prezzi erano, al contrario, troppo bassi.
Una posizione mediana è stata espressa ieri da Claude Mandil, numero uno dell’Agenzia internazionale per l’energia: «Il mercato è ben rifornito, ma non c’è un adeguato livello di riserve di sicurezza. Gli alti prezzi non sono dovuti alla speculazione, la quale semmai li amplifica. Dipendono dal fatto che c’è troppa scarsità sul mercato».
Una complicazione viene indubbiamente dal sistema di raffinazione Usa, tarato sui petroli «leggeri» e non in grado di processare quelli più «sporchi» (di provenienza mediorientale e venezuelana); mentre le raffinerie europee hanno una «vocazione» praticamente opposta, al punto da esportare verso gli Usa gran parte dei prodotti trattati qui. I cinesi, intanto, indifferenti agli alti prezzi e alle differenti qualità, hanno comprato dalla Nigeria i diritti di sfruttamento di un grande giacimento sottomarino. Al sicuro, fra l’altro, anche dagli attacchi della guerriglia presente nel delta del Niger.