Petrolio. La grande sete degli Stati Uniti

Mentre, con il prezzo del barile in rapida ascesa, si accingono a uno nuovo scontro con l´Iraq, gli Stati Uniti, i più grandi consumatori di energia, hanno fatto i conti della loro disponibilità petrolifera e hanno scoperto di avere riserve soltanto per nove anni. Se non troveranno nuovi giacimenti (cosa piuttosto difficile in un territorio dove la ricerca petrolifera dura freneticamente da centocinquant´anni) e se il loro consumo di prodotti derivati dal petrolio sarà pari a quello degli ultimi anni, gli Usa fra un decennio non dovrebbero più avere una goccia o una bolla di idrocarburi (perché anche per il gas naturale non c’è speranza). Se ciò non avverrà sarà perché nel Golfo del Messico o nell’Alaska verranno scoperti nuovi giacimenti, o perché si troveranno nuove forme di produzione per aumentare la resa degli attuali giacimenti o perché il consumo energetico verrà soddisfatto da altre fonti (magari ritornando al carbone o riaprendo il discorso dell’energia nucleare come timidamente George W. Bush ha anticipato). Diversamente, non potendo modificare in poco tempo usi e abitudini, attrezzature e impianti sorti nell’era del petrolio e stante la previsione di un aumento dei consumi petroliferi dell’1 per cento all’anno, gli Stati Uniti dovranno importare idrocarburi più di quanto già fanno oggi. Attualmente gli Stati Uniti importano il 58 per cento del petrolio di cui hanno bisogno (l’Italia l’88 per cento) e il 16 per cento del gas naturale (l’Italia il 73 per cento). I maggiori esportatori verso gli Stati Uniti sia di petrolio che di gas naturale sono il Messico ed il Canada grazie alla loro contiguità e continuità territoriale mentre l’Italia deve i suoi rifornimenti liquidi da paesi molto più distanti quali l’Iran e l’Arabia Saudita (oltre alla Libia) e quelli gassosi dall’Algeria, dalla Russia e dal Mare del Nord. Una delle ragioni dell’accordo di Libero Scambio chiamato NAFTA sottoscritto il 17 dicembre 1992 fra Usa, Canada e Messico stava appunto nel favorire l’import-export di prodotti petroliferi creando una vasta area di quasi 400 milioni di abitanti mediante la progressiva eliminazione delle barriere doganali tra i paesi firmatari a tutto vantaggio degli Stati Uniti (almeno per quanto riguarda le fonti energetiche). Malgrado questa apparente debolezza oggi gli Stati Uniti sono paradossalmente dei giganti nella produzione petrolifera. Sono secondi nel mondo con i loro oltre 8 milioni di barili al giorno di produzione di greggio (l’Italia ne produce meno di 100 mila al giorno), preceduti soltanto dall’Arabia Saudita. Gli Usa producono petrolio più della Russia, quella Russia che nella versione Urss fu nel decennio degli Anni 80 il più grande produttore del mondo. Secondi nella classifica petrolifera, gli Usa sono secondi anche nella classifica del gas dove, con quasi 600 miliardi di metri cubi (l’Italia ne produce 16), è preceduta dalla Russia, che ha preso la “leadership” dalla fine degli Anni 80 e che tuttora la mantiene, anche se a fatica. Gli Stati Uniti sono il numero 2 nelle classifiche petrolifere di produzione ma presto diventeranno terzi o quarti o qualcosa di peggio. L’Arabia Saudita non intende per ora rinunciare alla sua posizione di preminenza petrolifera, mentre la Russia, avendo sistemato i suoi problemi interni di equilibrio economico, sarà fra qualche anno seconda seguita da Iran e Iraq non appena le questioni politiche e le accuse a questi paesi di fomentare il terrorismo internazionale cesseranno e si tornerà ad esercitare con essi il libero commercio. La Russia è – “petroliferamente” parlando – il vero colosso futuro degli idrocarburi. Le sue riserve attuali di greggio sono già più del doppio di quelle americane e quelle di gas naturale sono pari a 10 volte quelle degli Stati Uniti. Se entrambi i rapporti Russia – USA non sono superiori a quanto detto ciò si deve soltanto all’arresto di ricerca e manutenzione dei campi petroliferi russi degli ultimi 10 anni. Messa a posto la sua sgangherata economia, la Russia riprenderà il suo predominio grazie ai territori oggi scarsamente esplorati della Siberia centrale e di quella meridionale. È molto probabile che gli incontri recenti fra il presidente Bush e il presidente Putin abbiano posto le basi di una futura collaborazione petrolifera. Entrambi conoscono bene la geografia e sanno che la Siberia dista meno di 50 chilometri dall’Alaska e la profondità dello Stretto di Bering è inferiore ai cento metri. «L’America deve avere una politica energetica pianificata per il futuro ma che risponda anche alle necessità contingenti odierne» ha detto Bush. Ciò autorizza a pensare che fra 10-20 anni un oleodotto collegherà attraverso il Mar Glaciale Artico, la Russia all’America e che la prima diventerà il fornitore privilegiato per gli americani. I costi saranno enormi ma non superiori a quanto già è stato fatto per collegare l’Alaska con il cuore dell’America con un oleodotto di quattromila chilometri (il Trans Alaska Pipeline System). L’attraversamento dello Stretto di Bering non avrà nulla di epico dato che ormai esistono oleodotti (e gasdotti) che arrivano ad oltre 1500 metri di profondità marina. Così l’America risolverà il problema dell’ANWR. L’ANWR è la sigla di Artic National Wildlife Refuge, un’area confinante con il grande giacimento di Prudhoe Bay situato a 250 miglia a Nord del Circolo Polare Artico e che da quando ha iniziato l’attività nel 1977 ha prodotto oltre 5 miliardi di barili di petrolio dai suoi 600 pozzi. L’industria americana vorrebbe il permesso di esplorare meglio la zona a fronte di ferrei impegni di rispetto dell’ambiente, ma gli ambientalisti si oppongono malgrado il governo garantisca per gli industriali e prometta mezzo milione di nuovi posti di lavoro ed una forte riduzione della dipendenza energetica. Se vinceranno gli ambientalisti, l’America potrà giocare la carta della Siberia ricongiungendo due regioni che ancora nel 1867 appartenevano ad una unica entità politica: la Russia degli Zar. Fu nel Febbraio di quell’anno che per sette milioni di dollari il governo zarista decise di vendere il territorio agli americani. Da allora, se l’America è ancora seconda e batte la Russia nella classifica dei maggiori produttori di petrolio, lo deve all’Alaska, la sua cinquantanovesima stella.

(*)Politecnico di Torino