Petrolio, il bottino di guerra per americani e inglesi

Quindi è per questo che, dopo tutto, è stata combattuta la guerra in Iraq? Mentre il numero dei caduti americani in Iraq tocca le 3.000 unità e il presidente Bush scommette sull’ipotesi di inviare altri 30.000 soldati, The Independent on Sunday è venuto a sa-
pere che il governo iracheno si appresta ad approvare una legge che accorderà alle compagnie petrolifere occidentali il diritto di sfruttamento delle sterminate riserve petrolifere del paese. E le riserve petrolifere dell’Iraq, le terze del mondo, con 115 miliardi di barili che, secondo le stime, attendono di essere estratti, sono un premio molto ambito. Come ha osservato il vice-presidente Dick Cheney nel 1999 quando ancora gestiva la Hulliburton, una società di servizi petroliferi, il Medio Oriente è una regione strategica per impedire al mondo di rimanere a secco di petrolio.
Ora, compiendo il suo iter inosservata in mezzo ai timori per la guerra civile in Iraq e alle polemiche seguite all’impiccagione di Saddam, la nuova legge petrolifera è passata attraverso numerose stesure e sta ora per essere sottoposta al governo e poi al parlamento di Baghdad. Le sue disposizioni si discostano di molto dalle norme in vigore nei paesi in via di sviluppo: grazie ad un sistema che va sotto il nome di «production-sharing agreements» (NdT, accordi di condivisione della produzione), o PSA, le grandi compagnie petrolifere come la BP e la Shell in Gran Bretagna e la Exxon e la Chevron negli Stati Uniti potrebbero sottoscrivere accordi anche trentennali per l’estrazione del petrolio iracheno.
I PSA consentono ad un paese di mantenere la proprietà giuridica del petrolio, ma garantiscono una quota di profitti alle società internazionali che investono in infrastrutture e nella gestione dei pozzi, degli oleodotti e delle raffinerie. La loro introduzione sarebbe una novità per un grande produttore petrolifero mediorientale. Arabia Saudita e Iran, primo e secondo paese esportatore di petrolio del mondo, controllano le loro industrie tramite società statali praticamente in assenza di collaborazione straniera, così come fanno la maggior parte dei membri dell’Opec, l’organizzazione dei paesi esportatori di petrolio.
I critici temono che stante il poco potere contrattuale dell’Iraq, il paese potrebbe trovarsi a contrarre impegni a pessime condizioni che saranno in vigore per i decenni a venire. «Sarebbe per l’Iraq la soluzione peggiore possibile», dice Greg Muttitt di Platform, una organizzazione di diritti umani e ambientali che si occupa di industria petrolifera. «Tre gruppi stranieri hanno avuto molte più’ opportunità’ degli iracheni di valutare questo disegno di legge», sostiene Muttitt. «La bozza è stata inviata al governo americano e alle principali compagnie petrolifere a luglio e al Fondo Monetario Internazionale a settembre. Il mese scorso ho incontrato un gruppo di 20 parlamentari iracheni in Giordania e ho chiesto quanti di loro avevano letto il disegno di legge. Solo uno lo aveva visto». Gran Bretagna e Stati Uniti hanno sempre negato con forza che la guerra è stata combattuta per il petrolio. Il 18 marzo 2003, quando l’invasione era imminente, Tony Blair propose alla Camera dei Comuni una mozione di sostegno alla guerra. «I ricavi petroliferi, dei quali secondo la gente ci vorremmo impadronire, dovrebbero essere messi in un fondo fiduciario a beneficio del popolo iracheno e amministrato dalle Nazioni Unite», disse allora il primo ministro britannico. Paul Wolfowitz, vice-ministro della Difesa all’epoca della guerra o ora presidente della Banca Mondiale, disse al Congresso: «Stiamo parlando di un paese in grado realmente di finanziare la propria ricostruzione e in tempi relativamente brevi». Ma questo ottimismo si è rivelato ingiustificato. A far tempo dall’invasione la produzione petrolifera irachena ha subito un vero e proprio crollo. Il paese produce ora circa due milioni di barili al giorno. Prima della guerra si toccava la cifra di tre milioni e mezzo di barili al giorno. Non solo tutte le infrastrutture petrolifere irachene scricchiolano sotto gli effetti di anni di sanzioni, ma c’è da aggiungere che gli insorti hanno continuamente attaccato gli oleodotti ragion per cui l’unico flusso continuo di esportazioni passa esclusivamente attraverso il sud del paese dominato dagli sciiti. Inoltre le stentate attività attuali sono messe in pericolo dalla corruzione e dal contrabbando. Di recente l’ispettore generale del ministero del Petrolio ha riferito che il guidatore di una autocisterna piena di petrolio che paga 500 dollari di mazzette alle pattuglie della polizia per portare il petrolio oltre il confine occidentale o settentrionale riesce con un solo viaggio a guadagnare 8.400 dollari. (…).
In un paese che quasi più’ di ogni altro dipende dal petrolio – che costituisce il 95% della sua economia – il controllo di questa risorsa si è rivelato motivo di continue controversie. La maggior parte delle riserve petrolifere si trovano in zone controllate dai curdi e dagli sciiti, la qual cosa fa aumentare nei sunniti il timore che alla perdita del potere con la caduta di Saddam andrà a sommarsi la privazione economica. I curdi in particolare si sono mossi firmando alcuni PSA autonomi e aprendo un contenzioso con Baghdad. Tuttavia queste questioni sembrano essere state risolte. Alcuni mesi fa è stato raggiunto un accordo che prevede la ripartizione dei ricavi in proporzione alla popolazione e alcune nostre fonti ci hanno detto che verranno create compagnie petrolifere regionali per gestire i PSA previsti dalla nuova legge. The Independent on Sunday e’ entrato in possesso di una copia della bozza di legge fatta avere a luglio alle compagnie petrolifere. A quanto pare la stesura finale non ha subito modifiche significative. Le condizioni a disciplina dei futuri PSA sono generose: secondo la bozza, la durata degli accordi potrebbe essere almeno trentennale. La rivelazione non farà che incrementare i timori degli iracheni secondo cui le compagnie petrolifere riusciranno a sfruttare il loro debole Stato garantendosi condizioni favorevoli che non potranno essere modificate in futuro. Anche il diritto sovrano dell’Iraq di gestire le sue risorse naturali potrebbe essere messo in pericolo dalla disposizione secondo cui eventuali controversie con una società straniera debbono essere composte da un collegio arbitrale internazionale e non da un collegio arbitrale iracheno.
PSA di durata più che trentennale sono insoliti e in genere vengono conclusi in regioni come l’Amazzonia dove possono volerci anche dieci anni per avviare la produzione. Al contrario, l’Iraq è uno dei paesi del mondo nei quali è più facile ed economico estrarre petrolio. Molti giacimenti sono già stati scoperti e attendono di essere sviluppati. Gli analisti stimano che, malgrado le dimensioni delle riserve dell’Iraq – le terze del mondo per ordine di grandezza – sono stati scavati in totale solo 2.300 pozzi, meno che nel mare del Nord. (…).
James Paul di Global Policy Forum, ci ha detto: «Le autorità irachene sono un governo sotto occupazione e notevolmente influenzabili. Gli Stati Uniti hanno un enorme potere….L’Iraq al momento non è in condizione di opporsi a questo stato di cose». (…). I dirigenti sindacali iracheni riunitisi di recente in Giordania hanno avanzato l’ipotesi di una sollevazione popolare quando le disposizioni del disegno di legge saranno a conoscenza dei cittadini iracheni. «Gli iracheni si rifiutano di accettare che il futuro del loro petrolio sia deciso a porte chiuse», recita la loro dichiarazione. La percezione che la ricchezza dell’Iraq venga ripartita tra gli stranieri non può che gettare benzina sul fuoco dell’insurrezione facendo venire meno lo scopo di inviare altri soldati Usa in un paese già descritto come fucina del terrorismo.

© The Independent

Traduzione di Carlo Antonio Biscotto