Petrolio e gas: corridoi di guerra

Sinistra ripetizione? Dopo che i separatisti dell’Uck hanno attaccato i villaggi della Valle di Presevo nella Serbia del sud, dai quali per concessione della Nato si sono ritirati – forse – e dopo che per due anni sono stati uccisi in Kosovo civili serbi, moderati albanesi, rom e persone di altra etnia, le milizie albanesi dell’Uck, ecco che hanno portato la guerra nella vicina Macedonia. E, nuovamente, ecco che ricompaiono litanie di profughi lungo le strade. Finisce o ricomincia nei Balcani?
Comunque sia sono avvenimenti che permettono di capire meglio quanto è successo nel 1999.

1. Macedonia regione strategica?
Sì, lo spieghiamo su Solidaire e nel nostro libro Monopoli citando il Generale Michael Jackson, allora comandante delle truppe della Nato a Pristina: “Noi resteremo qui, certamente, molto tempo al fine di garantire la sicurezza dei corridoi energetici che attraversano la Macedonia”.
Corridoi energetici? Abbiamo presentato le carte geografiche che dimostrano i progetti dell’Europa (una rete completa di oleodotti e gasdotti che la uniscono, attraverso i Balcani, alle enormi fonti di petrolio e gas del Caucaso ex Sovietico) e quelli degli Stati Uniti (un oleodotto Bulgaria-Macedonia-Albania-Adriatico che assicurerebbe alle multinazionali petrolifere statunitensi il controllo di questa stessa via del petrolio e del gas). Progetti rivali, in effetti. Ecco perché tutte le grandi potenze cercano da dieci anni il controllo della Jugoslavia. La via del petrolio e del gas passa di là. Noi sottolineiamo anche che, dal 1992, è in Macedonia – anche se molto lontano dalle zone di conflitto – e da nessuna altra parte che Washington aveva inviato un battaglione.
Siamo franchi: anche a sinistra, alcuni trovavano esagerato sospettare di Washington di disegni così neri… come il petrolio. Ma proprio recentemente, il rispettabilissimo quotidiano britannico Guardian ha confermato: “Un progetto chiamato “Trans-Balkan Pipeline” non è mai stato menzionato dalla stampa europea o americana. Questa linea partirà da Burgas (Mar Nero) per raggiungere l’Adriatico a Vlore (Valona), passando per la Bulgaria, la Macedonia e l’Albania. Per l’Occidente sarà probabilmente la principale via verso il petrolio ed il gas attualmente estratti in Asia centrale, 750.000 barili al giorno. Un progetto necessario, secondo l’Agenzia americana del Commercio e dello Sviluppo, perché “fornirà una fonte costante di greggio alle raffinerie americane, attribuirà un ruolo chiave alle compagnie americane nello sviluppo di questo corridoio vitale est-ovest e farà progredire nella regione la volontà di privatizzazione del governo americano. Chiaro, no?
Inoltre, il segretario americano all’energia Bill Richardson ha dichiarato nel 1998, quindi prima della guerra: “Si tratta della sicurezza energetica dell’America”. Un discorso radicalmente copiato, indurito e approfondito dalla nuova amministrazione Bush. Quando gli Stati uniti parlano di “sicurezza energetica”, bisogna sapere cosa vuol dire: preservare il dominio mondiale e i superprofitti delle loro multinazionali petrolifere. E Richardson prosegue: “Vorremmo vedere questi paesi nuovamente indipendenti appoggiarsi su interessi commerciali e politici dell’Ovest, piuttosto che rivolgersi in un’altra direzione. Noi abbiamo effettuato un’importante investimento politico nella regione del Caspio ed è importante per noi che sia il tracciato degli oleodotti che la politica siano corretti”.
E il Guardian aggiunge questo, essenziale: “Il 9 dicembre ’98 (prima della guerra, ndr) il presidente dell’Albania ha assistito ad una riunione su questo argomento a Sofia: “A mio parere personale, nessuna soluzione che si trovi in seno alle frontiere serbe porterà una pace durevole”. Il messaggio poteva difficilmente essere più chiaro: se voi volete l’accordo con gli albanesi per l’oleodotto Trans-Balcanico, dovete togliere il Kosovo ai serbi.

2. L’offensiva dell’Uck è una sorpresa?
Gli Stati uniti si sono messi in combutta con il diavolo allora. Perché numerosi rapporti diplomatici americani attestavano: l’Uck separatista assassinava non soltanto i poliziotti e i civili serbi, ma anche albanesi sposati a serbe o semplicemente per aver accettato di vivere nello stato jugoslavo. E l’inviato speciale di Washington nei Balcani, Robert Gelbard, aveva lui stesso affermato in tre riprese alla stampa internazionale, all’inizio del ’98: “Vi dico che questi dell’Uck sono terroristi”. Ma tre mesi più tardi questi terroristi si erano trasformati miracolosamente in “combattenti per la libertà” e la Nato sarebbe ben presto diventata la loro forza aerea.
Oggi, gli Stati uniti fingono sorpresa davanti alla “violenza estremista” che attacca la Macedonia. Bella ipocrisia! Dal giugno ’98, l’Uck diffondeva fra i suoi simpatizzanti europei una carta della “Grande Albania”. In Monopoli (pag.69), riproduciamo questa carta con il commento: “Oltre al Kosovo questa Grande Albania toglierebbe vasti territori alla Macedonia, al Montenegro e alla Grecia. Le guerre sono quindi inevitabili se l’Uck riesce a realizzare i suoi piani”.
Questa Albania implica non soltanto l’espansionismo, ma anche la pulizia etnica. Oggi, sotto gli occhi e con il tacito accordo della Nato, 350.000 non Albanesi sono già stati espulsi dal Kosovo: serbi, ma anche rom, goranci, turchi eccetera. Il Kosovo è quasi “puro”. Una sorpresa? Veramente no, poiché già il 12 luglio 1982 il New York Times intervistava un responsabile jugoslavo del Kosovo, d’origine albanese: “I nazionalisti albanesi hanno un programma di due punti: inizialmente creare una repubblica albanese etnicamente pura, e in seguito la fusione con l’Albania per formare una Grande Albania”. D’altra parte, al tempo della insurrezione anti-jugoslava del 1981, i nazionalisti albanesi avevano già stabilito una stretta collaborazione fra le loro unità di Macedonia, Serbia e Montenegro.
Tutto questo non ha impedito all’influente senatore americano Joseph Lieberman di dichiarare nell’aprile ’99: “Gli Stati uniti e l’Armata di Liberazione del Kosovo difendono gli stessi valori umani, gli stessi principi. Battersi per l’Uck, è battersi per i diritti umani e i valori americani”. In breve: Usa-Uck, stesso combattimento. D’altra parte, chiunque viaggi in Kosovo può vedere un po’ dappertutto, per esempio sopra le stazioni di benzina, le bandiere albanese e americane strettamente associate.

3. La versione della Nato sta in piedi?
Cosa ci diceva la Nato per giustificare i suoi bombardamenti mortali? Che la sua guerra era umanitaria. Falso: era per il petrolio e per spezzare un’economia che resisteva alle multinazionali occidentali e al Fmi. Che aveva tentato tutto per trovare una soluzione negoziata. Ugualmente falso: sappiamo adesso che non c’è mai stato un negoziato a Rambouillet, soltanto una commedia per giustificare una guerra già decisa. Che era una guerra pulita. Falso ancora: 2000 civili jugoslavi uccisi, innumerevoli fabbriche e infrastrutture distrutte. Più l’uso di armi proibite e criminali come bombe a frammentazione (cluster bomb) o munizioni all’uranio. Con più vittime di quelle addebitate al perfido Milosevic.
Al momento, si sta sciogliendo anche il poco che rimane della versione ufficiale. Ci avevano detto: “I problemi del Kosovo provengono da Milosevic”. Il Kosovo non funziona meglio con Kostunica.
Ci dicevano che bisognava intervenire per fermare un genocidio serbo e stabilire un Kosovo multietnico. Ma il generale tedesco Heinz Loquai ha dimostrato che il preteso documento “Piano ferro-di-cavallo”, presentato dal ministro tedesco Scharping per giustificare l’intervento armato, era un falso, e che il genocidio era una menzogna mediatica. Ciò rende la guerra ingiustificata e rende la Nato colpevole di aver provocato due catastrofi umanitarie: un esodo massiccio di albanesi, poi un altro di serbi. E il generale Michael Rose, che comandava le forze Onu in Bosnia, rimprovera alla Nato “di aver introdotto una cultura di violenza”.
Infine, per tentare di scusare l’attuale pulizia etnica in Kosovo, i sostenitori della Nato e dell’Uck hanno preteso di descriverla come una sequenza di “vendette per ciò che hanno fatto i Serbi”. E ora, nella Macedonia dove non è successo nulla, con quale pretesto giustificare l’aggressione dell’Uck? E’ tempo di riconoscere la sola spiegazione possibile: l’Uck mira a creare uno stato etnicamente puro e non può realizzare questo programma che con l’escalation dell’odio e con il terrorismo.

4. Washington fa il doppio gioco?
Gli Stati uniti fanno finta d’indignarsi per le attuali violenze dell’Uck. Ma bisogna far rimarcare diverse cose. Non hanno alzato un dito quando l’Uck è uscita dal Kosovo per attaccare la regione di Presevo in Serbia centrale. Peggio: l’infiltrazione si è prodotta a partire dalla zona di occupazione americana del Kosovo. Washington e la Nato pretendono oggi “di cercare di fermare il flusso d’armi e di combattenti verso la Serbia del Sud e verso la Macedonia”. Ma chiunque si rechi in Kosovo può osservare barriere e controlli della Kfor ogni cinque chilometri. Soltanto, questa stessa Kfor lavora con interpreti e altro personale uscito dall’Uck. Che si è, d’altra parte, trasformato nel molto ufficiale “Corpo di Protezione del Kosovo”. In breve, chi non cerca le armi dell’Uck, non le troverà.
D’altra parte, il maggiore Jim Marshall, portavoce della Kfor americana, ha dichiarato il 6 marzo scorso: “Abbiamo identificato fra 75 e 150 ribelli a Tanusevci (Macedonia), li abbiamo fatti entrare e uscire dal Kosovo, e sbarazzarsi del loro equipaggiamento e delle loro armi prima di passare la frontiera”. Una domandina stupida: cosa vi impediva di arrestarli? 45.000 soldati Nato occupano il Kosovo e non possono arrestare 150 terroristi? Ora quei pochi “fermati” stazionano nella grande base Usa di Bondsteel (Urosevac) costruita in dispregio degli accordi di Kumanovo (dove ora si combatte).

5. L’Uck scatenerà un’altra guerra?
Cosa succederà? Dopo aver giocato su diversi tavoli, gli Stati uniti possono trovarsi all’angolo. Da un lato, continuano a utilizzare l’Uck per ottenere maggiori concessioni in Serbia: la privatizzazione totale e l’eliminazione del principale partito di opposizione, il Sps (inviandone il presidente al tribunale dell’Aja). Ma, dall’altro lato, se lasciano che l’Uck vada troppo oltre, si metteranno contro alcuni alleati preziosi: il governo macedone e la Grecia, paesi ugualmente minacciati dalle rivendicazioni dell’Uck. E anche Kostunica, che non può presentare alla sua opinione pubblica alcun bilancio positivo sul Kosovo, anzi – tranne forse nella Valle di Presevo, nella Serbia del sud ora ricontrollata dalle truppe di Belgrado, ma settori dell’Uck (Ucpmb) non hanno intenzione di deporre le armi nemmeno lì. Ma se Washington mollasse l’Uck e rovesciasse le sue alleanze, potrebbe succedere che la sua alleata (in realtà rivale) Germania si metta nuovamente a sostenere clandestinamente l’Uck. La quale ha quindi interesse a spingere oltre le sue provocazioni.
Rovesciare le alleanze? Abbiamo già visto cose di questo tipo da parte degli Stati uniti, per esempio fra Iran, Iraq e Siria. Ma lo scopo degli americani è di assicurarsi nei Balcani uno stato (o staterelli, o stati-mafie) “portaerei”. Per fare ciò, la scelta numero uno resta uno stato fantoccio albanese che dovrebbe tutto a Washington. Solo le potenze europee rifiutano una modifica delle frontiere nei Balcani. Queste provocherebbero nuove guerre tra i piedi dell’Europa e destabilizzerebbero i progetti di “corridoi” descritti più sopra.
Una cosa è sicura: l’intervento della Nato, per interessi nascosti, non ha portato e non porterà la pace.

* Giornalista belga
esperto di Balcani