Petrolio, armi e bilancia commerciale: le paure dell’ America

Al momento, l’ idea di lastricare d’ oro la strada che Hu Jintao ha percorso per arrivare alla Casa Bianca non sta dando i frutti che il presidente cinese sperava. Da una decina di giorni, funzionari e uomini d’ affari inviati negli Stati Uniti da Pechino cercano di «comprare», a suon di contratti, un po’ di consenso nell’ opinione pubblica americana e tra i politici del Congresso. Purtroppo per loro, di questi tempi i sentimenti anti-cinesi volano alti nei cieli d’ America e le paure che l’ Impero di mezzo suscita, a destra e a sinistra, non saranno superate in fretta. Riguardano l’ economia, i diritti umani, la forza militare, la geopolitica, la sete di petrolio, il confronto culturale. Ieri, per dire, in un articolo sul Los Angeles Times, la leader del partito democratico alla Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi, ha scritto che Hu non merita di essere ricevuto con il tappeto rosso: «il suo governo sopprime la libertà, la democrazia e l’ espressione religiosa del popolo cinese e tibetano». La Cina, ha aggiunto, va confrontata ma in un modo che non minacci «valori, crescita economica e sicurezza nazionale» degli Stati Uniti. E, sul versante politico opposto, nell’ Amministrazione Bush crescono le voci che chiedono di indurire l’ atteggiamento verso Pechino. Il deficit commerciale Usa, che nei confronti della Cina ha toccato nel 2005 i 202 miliardi di dollari (un record) e la presunta perdita di posti di lavoro a favore dell’ economia asiatica sono questioni che i politici, in campagna elettorale, agitano senza sosta. Come la corsa di Pechino ad approvvigionarsi di petrolio per la sua industria senza badare se il fornitore da corteggiare sia l’ Iran o il Sudan. Ma anche sul piano militare, l’ allarme cresce: la Revisione Quadriennale della Difesa, cioè la road map strategica da poco pubblicata dal Pentagono, sostiene che «tra le potenze maggiori ed emergenti, la Cina ha il potenziale più grande per competere militarmente con gli Stati Uniti» e, se gli Usa non lo avverseranno, l’ uso cinese «di tecnologie distruttive… potrebbe nel tempo bilanciare i tradizionali vantaggi militari Usa». Uno studio da poco realizzato dalla Rand Corporation (il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld ne fu presidente e la segretario di Stato Condoleezza Rice ne ha fatto parte) sostiene che il rafforzamento militare cinese è sempre più accentuato nei sottomarini, nell’ aviazione, nello spazio e in missili anti-navali «per colpire le vulnerabilità americane». Non siamo ancora al livello che raggiunse in America la fobia anti-giapponese negli Anni Ottanta: il nervosismo, in compenso, questa volta non riguarda solo l’ economia ma un ventaglio di timori aperto a 180 gradi. L’ ultimo numero del settimanale Newsweek, per esempio, ha in copertina le facce di Bush e Hu sotto il titolo «Il vero scontro di civiltà». Pechino ha preparato con attenzione la visita del suo presidente a Washington. La settimana scorsa, una delegazione di 200 funzionari e uomini d’ affari cinesi ha visitato gli Stati Uniti e ha siglato contratti d’ acquisto di merci americane (compresi 80 jet della Boeing) per oltre 16 miliardi di dollari. Lo stesso Hu ha cenato con Bill Gates nella sua casa di Seattle e l’ azienda cinese Lenovo (che aveva comprato la divisione computer della Ibm) ha acquistato prodotti Microsoft per 1,2 miliardi e ha concordato di installare il sistema Windows sui suoi pc. La cena di Seattle aveva soprattutto l’ obiettivo di far sapere agli americani che Pechino è seria nella lotta alle contraffazioni e alla pirateria e vuole davvero difendere i diritti di proprietà intellettuale: voci commerciali che, secondo alcune stime, costerebbero agli Usa tra i 20 e i 24 miliardi di dollari l’ anno. Tutto finalizzato a mostrare buona volontà e cercare di ridurre lo sbilancio commerciale tra i due Paesi. In altre parole, Hu ha gettato un sacco di miliardi sul tavolo ma fatica a conquistare i portafogli, figuriamoci i cuori. È che gli americani iniziano a scoprire la superpotenza con la quale dovranno confrontarsi per i prossimi decenni. E non ne sono entusiasti. «NO AI TAPPETI ROSSI» Il quotidiano di Los Angeles ieri ha pubblicato un intervento di Nancy Pelosi, leader di minoranza alla Camera dei Rappresentanti, intitolato: La visita di Hu non va festeggiata. L’ obiezione della Pelosi? «Questo è lo stesso regime che fornisce tecnologie militari a Iran e Nord Corea, minaccia Taiwan, imprigiona e tortura i dissidenti politici o religiosi»Politici, economisti ed esperti militari lanciano l’ allarme. E fra i democratici si alzano critiche ai tappeti rossi stesi a chi viola i diritti umani202 MILIARDI Il deficit commerciale (in dollari) degli Stati Uniti nei confronti della Cina nel 2005: un record 16 MILIARDI Contratti d’ acquisto di merci americane (in dollari) siglati da funzionari cinesi una settimana fa