Perfetta intesa

Sarà stata la barzelletta di saluto a rendere così sorridente George W. Bush nell’incontrare Silvio Berlusconi. Cos’altro può spiegare l’allegria tra due leader in difficoltà se non una delle storielle con cui il Cavaliere suole condire i suoi più importanti incontri internazionali? A certi livelli il messaggio passa attraverso i particolari. Quello di ieri è la peculiarità che contraddistingue, secondo il presidente americano, il presidente del consiglio italiano: «Un uomo positivo, un ottimista». Per fare dell’uomo più potente del mondo uno sponsor personale al referendum italiano del 9 aprile – quando, nell’essenziale, si voterà pro o contro l’attuale inquilino di palazzo Chigi -, Berlusconi ha portato in dote la sua principale qualità: il buonumore cabarettistico. Bush, che sta precipitando nei sondaggi, aveva terribilmente bisogno di un giullare per farsi risollevare un morale intaccato dal fallimento della sua missione in Iraq, dove, solo nell’ultima settimana e nella sola Baghdad, sono morte quasi 400 persone. Missione riuscita.

Ma i sorrisi durano poco e lasciano il tempo che trovano, come il cabaret berlusconiano su feste per sé che diventano funerali per altri. Che i funerali veri si celebrino altrove è consolazione opportunistica: prima o poi la loro eco bussa alla tua porta. Così dalle battute si passa alle strategie future, alle dichiarazioni d’appartenenza di campo. E così Bush e Berlusconi si stringono in un sodale abbraccio, in «un’intesa strategica». Sui nodi essenziali del potere, la politica estera e quella sociale, la guerra preventiva e il liberismo. Qui siamo oltre lo scontato spot referendario, siamo alle scelte di fondo e di campo: le truppe italiane si ritireranno da Nassiriya – dove ieri sono state nuovamente attaccate – entro l’anno, ma questa promessa berlusconiana (tutta da verificare come ogni altra) non contraddice la strategia del «fedele alleato», perché «noi» continueremo a considerare quell’alleato e le sue scelte internazionali come il faro che illumina il mondo. «Noi» – piccoli, piccoli – a quel faro porgeremo i necessari cerini. E sul piano sociale continueremo ad applicare il modello americano al Belpaese, smantellando quel poco di solidarismo che ci resta, impedendo un’opzione europea che sia autonoma dagli Usa sul terreno spigoloso delle relazioni sociali ed economiche.

Ce n’è di che per far chiarire le idee al centrosinistra italiano. Ammesso che, per il suo stesso bene, lo voglia. Sarebbe un errore derubricare il viaggio berlusconiano alla propaganda pre-elettorale, che pur c’è. Va presa sul serio la comunità d’intenti del duetto italo-americano e rovesciata in pratiche politiche opposte. Perché una volta vinto il referendum del 9 aprile – sperando che sia così -, si segni una discontinuità. Il presente lo conosciamo fin troppo bene, quasi alla noia. Attendiamo segnali per capire se il futuro possa essere diverso e non si trasformi in un continuo ripiegamento verso il centro. Di Washington.