Perde pezzi la «coalizione dei volenterosi»

Gli alleati non si fanno convincere dall’appello di George W. Bush e -dopo l’annunciato ritiro delle truppe spagnole dall’Iraqarrivano nuove defezioni all’interno della coalizione dei volenterosi. Le peggiori previsioni dei consiglieri presidenziali si stanno avverando: in assenza di un mandato specifico delle Nazioni Unite, dopo Madrid son pronti a fare le valige gli olandesi e i Paesi dell’America Latina. Da che parte buttasse il vento lo si era capito martedì, durante l’incontro a Washington con il primo ministro dei Paesi Bassi, Jan Peter Balkenende, quando Bush s’era dato premura di rivolgersi direttamente al popolo olandese per ricordare che «c’è un motivo specifico per l’interesse di al Qaeda in Iraq; i terroristi sanno che lì siamo in prima linea nella guerra che stiamo combattendo contro di loro, e temono che libertà e democrazia si diffondano a macchia d’olio in tutto il Medio Oriente». Balkenende è stato tanto cortese da non ricordare all’ospite che la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica olandese è stata contraria sin dall’inizio all’avventura nel Golfo e che il suo governo ha già pagato con abbastanza grattacapi il gesto d’amicizia fatto nei confronti degli americani. In ogni caso è stato chiarissimo nel non prendere alcun impegno sul mantenimento delle truppe; ragion per cui in assenza di fatti nuovi – come una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ Onu- dopo un anno di occupazione l’accordo è scaduto e i soldati olandesi possono tornare a casa da un momento all’altro. «Tutto dipende da quello che succederà all’Onu», ha dichiarato un alto funzionario dell’ambasciata olandese a Washington. Bush insiste che «tutti i cittadini membri della coalizione devono tenere a mente che gli iracheni non vogliono il ritiro delle truppe perché vogliono essere liberi»,ma ieri un’altra doccia fredda è arrivata dall’Honduras, quando il ministro della Difesa, Federico Breve, ha fatto sapere che ritirerà i suoi 370 uomini alla fine del mese di giugno, precisando che la decisione «coincide con quella del neo primo ministro spagnolo José Rodriguez Zapatero». L’Honduras aveva accettato di inviare i suoi uomini per un anno, nonostante l’opinione contraria dell’ opinione pubblica, contando pesantemente sul supporto logistico delle truppe spagnole. Fonti diplomatiche al Palazzo di Vetro riferiscono che non è ancora chiaro se El Salvador e Guatemala, i due Paesi latino americani che insieme all’Honduras avevano inviato un contingente simbolico di uomini appoggiandosi alla struttura militare di Madrid, intendano rimanere oltre il mese di giugno. L’ostinato silenzio dietro cui si sono trincerate le due ambasciate a Washington è tuttavia giudicato poco rassicurante per la Casa Bianca. Soltanto Gran Bretagna, Polonia e Italia hanno dichiarato che non si lasceranno influenzare dalla decisione spagnola e manterranno la propria presenza militare sotto il comando americano sino a quando sarà necessario. L’amministrazione Bush ha incassato il bell’attestato di fedeltà,ma i consiglieri del presidente temono che non sia abbastanza. Nella settimana in cui cade il primo anniversario dall’inizio della guerra in Iraq, le celebrazioni organizzate dalla Casa Bianca, fra cui un discorso sul terrorismo che Bush terrà venerdì nella base militare di Fort Campell nel Kentucky, finiscono in ombra sotto le defezioni degli alleati e le oltre 200 manifestazioni pacifiste che sabato prossimo si terranno da una costa all’altra degli Stati Uniti per chiedere l’immediato ritiro dei soldati americani dal Golfo. Bush si trova nel bel mezzo della campagna elettorale con alle porte la scadenza per il passaggio dei poteri a un governo autonomo iracheno e le sue truppe lasciate sole sotto il fuoco della guerriglia. Andato alla guerra contro il parere del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ora ha un disperato bisogno di una risoluzione che coinvolga nella crisi irachena quella comunità internazionale che ha sempre preteso di tenere alla larga. Il vice segretario di Stato americano, Richard Armitage, nel corso di un’intervista radiofonica, ha insistito sulla necessità di dare alle Nazioni Unite «il massimo ruolo possibile» nella transizione dei poteri, senza escludere che vi possano essere «leggeri cambiamenti nella tabella di marcia». Difficile capire se questo equivalga a mantenere le bocce ferme sino a quando l’Onu non deciderà di tornare in Iraq, ma che i piani originali di Bush stiano saltando in aria è chiarissimo dalle ultime dichiarazioni di Rumsfeld, quando gli è stato domandato se il passaggio dei poteri in Iraq avverrà entro i tempi previsti: «È possibile che accada. Se accadrà di sicuro, nessuno può saperlo».