Perché tanta gente anche “nostra” non è andata a votare

Mio padre il giorno delle elezioni metteva il vestito buono, la cravatta, la camicia bianca, ed era felice, anche eccitato. La scheda riposta meticolosamentre e con cura messa in bella vista sulla credenza pronta per il gran momento. Nei giorni precedenti aveva impartito con diligenza e pazienza le istruzioni e i consigli agli amici e ai compagni, distribuito il materiale di propaganda del partito e fatto il giro dei caseggiati che gli erano stati assegnati (sempre dal partito). E in casa non mancava di fare le ultime accorate raccomandazioni a sua moglie, a mia mamma: “Spero che non mi tradirai, che non darai retta al prete”. La mamma, infatti, cattolica osservante, era incline a seguire i consigli del prevosto e mio padre temeva una defezione…
Andava a votare presto, tra i primi, e poi si godeva la giornata con i compagni in sezione, o alla Casa del popolo e aspettava i risultati con un misto di ansia e fierezza. Aveva votato, nell’urna gli aveva dato un colpo, ai nemici del popolo. Aveva combattuto. Ed era contento.

Ricordi di un’infanzia vissuta in una famiglia con padre comunista, ribelle e gentile; ricordi di un’adolescenza e di una giovinezza in buona parte trascorse da agitprop del Pci, in vari modi, da militante e da funzionaria, ma sempre nel riverbero ardente di quel grande mondo. La passione – la febbre – delle elezioni, me la ricordo bene. Con il Pci che diventava una vera macchina da guerra elettorale. Riunioni preparatorie a tutti i livelli, dai vertici alla base, in tutte le 8 mila sezioni, campanile per campanile; formazione di gruppi di attivisti mirati e indottrinati; elaborazione e distribuzione di materiale propagandistico, compreso quello strettamente locale; suddivisione del territorio, caseggiato per caseggiato; liste di elettori, da consultare, avvicinare, convincere quartiere per quartiere; screening e valutazioni delle probabili percentuali di voto, sia a nostro favore che no.

Uno sforzo enorme, tutto il partito in piedi; per i gruppi elettorali erano scelti i compagni migliori e spesso si “chiamavano”, per rinforzo, compagni dalle fabbriche, per un distacco politico. Formiche rosse attivissime, motivate, instancabili, con pochi o addirittura zero soldi. Per gli scrutatori e i leggendari rappresentanti di seggio, le federazioni tenevano corsi aggiornati e pressanti, con tanto di inflessibili “regole”; e le istruzioni comprendevano anche l’ardua materia di come riuscire a impedire i brogli. L’apparato comprendeva l’allestimento delle postazioni elettorali, sezione per sezione, paese per paese: era il famoso “Viminale-ombra” del Pci, che riusciva a battere, grazie alle sue migliaia di alacri, instancabili volontari, il ministero nella conta dei voti in tempo reale. Era nella bruciante temperie elettorale che si formavano i nuovi quadri e l’Unità diventava una formidabile bocca di fuoco.

Eravamo tutti “attacchini”. E entrammo nella leggenda con le nostre gesta: per esempio le tre notti del 1953 in cui il centro di Bologna fu letteralmente sommerso da 160mila manifesti grazie all’opera di 500 volontari capeggiati dal deputato comunista Tarozzi. Lo raccontò in una cronaca il Corriere della Sera, ed era tutto vero.

Votare, per il comunista era un dovere prima che un diritto; un precetto oltre che un momento di lotta politica; un atto di fedeltà al partito; non votare un atto di tradimento. E quella scheda depositata nell’urna significava tanto. Voleva dire la soddisfazione di “prendersi la parola”; l’orgoglio di affermare il proprio pensiero, di schierarsi in modo personale, diretto e concreto, di lasciare il segno, di portare la propria piccola pietra. Era il dovere del cittadino e il cuore del militante che battevano insieme, dentro quella scheda. Per mio padre (e per molti moltissimi come lui) quella preziosa, unica scheda era anche un’arma, il momento della “vendetta” consumata nell’urna, la rivincita consentita dalla legge, la freccia dalla punta avvelenata scagliata contro il nemico di classe. Sì, un voto civile per la democrazia. Ma anche, fortissimamente, un voto di passione. Un voto ideologico.

Queste digressioni mi vengono in mente davanti al 33% di buco nel voto, l’astensione di massa che ha contrassegnato le amministrative 2006 e che ha l’ampiezza del terzo partito nazionale. Le cifre parlano chiaro. In Sicilia ha votato il 59,17 (era il 63,47 nelle elezioni di aprile). Nelle otto province ha votato il 59,6 (era il 75,8). Nei 1261 comuni il 71,1 (80,6). Uguale debacle nelle grandi città. A Roma ha votato il 65,6 (79,4), a Torino il 64,7 (82,6), a Milano il 67,5 (82,3), a Napoli il 66,7 (68,2), a Palermo il 61,74 (65,47).

E’ tutto astensionismo di destra? La “certezza” di tale verità è quella certificata da Berlusconi: questa volta, a differenza del 9 aprile – ha argomentato – non siamo riusciti a trascinare il nostro elettorato, la campagna propagandistica non ha spezzato il muro dell’indifferenza, molti dei nostri sono rimasti a casa e così abbiamo perso. Ma sono in molti a ritenere questo ragionamento sull’astensione tutta di destra come un paravento, un alibi, una giustificazione facile per l’indiscutibile insuccesso elettorale dell’armata Cdl.

Un astensionismo forse non tutto di centrodestra, in parte anche targato sinistra, il dubbio c’è. Non ci sono ancora i dati comparativi dei flussi elettorali riguardanti i singoli partiti, ma la cifra nazionale complessiva è di per sé eloquente. Una chiave di lettura è quella di Luca Ricolfi sulla Stampa di mercoledì 31 maggio. «La gente è stanca, e ha snobbato queste consultazioni. L’astensionismo è aumentato nettamente non solo rispetto alle politiche, ma anche rispetto alle amministrative precedenti. L’impennata dell’astensionismo rivela anche questo: la gente ha perso la fiducia in Berlusconi, ma non l’ha ancora riposta in Prodi».

Ecco il punto: l’astensionismo riguarda anche la sinistra: è astensionismo trasversale. Quel 33% di assenti è formato anche da gente nostra. Il momento della verità viene ad esempio da Milano. Ferrante lamenta di essere stato penalizzato dai voti di centrosinistra mancati all’appello. Con Nando Dalla Chiesa, pur neo sottosegretario, che dichiara: «Molti degli elettori del centrosinistra che alle politiche erano corsi alle urne, questa volta non si sono presentati. Probabilmente non soddisfatti dalle prime prove della maggioranza». Molto più precisi i numeri che elenca Claudio Jampaglia nel servizio di ieri sul nostro stesso giornale: a Milano non si sono presentati 121 mila voti targati Unione. Si cercano le ragioni, di tale disamore. Si cercano alibi, anche da parte nostra. Il voto amministrativo è meno attraente di quello politico? La gente (anche la nostra) si è stancata delle elezioni che non finiscono mai? I nostri slogan e i nostri comizi non sono stati incisivi? Domande lecite e forse fondate. Ma forse la ragione principale è ciò che serpeggia sottopelle: l’incertezza, una certa sospensione di giudizio sul nuovo governo, anche il riflesso di critiche affiorate dall’interno stesso del nostro schieramento (Cremaschi, Salvi, Biagio Di Giovanni). E soprattutto quello, il vincolo stretto tra appartenenza, partito e voto che si è allentato (o si sta allentando) in una certa quota del popolo di sinistra. Un tema da indagare.

Infatti non è più come una volta.