«Perché siamo scesi in piazza? Prodi non sa governare bene»

Giorgio Cremaschi, per lei – esponente della Fiom e leader di Rete 28 aprile, componente più a sinistra della Cgil – la manifestazio­ne di sabato deve essere stata una bella soddisfazio­ne.
«Sì, certo, un fatto impor­tantissimo. Però c’è un pro­blema sul chi e sul perché tutte quelle persone hanno deciso di partecipare». Lo spieghi.
«A me pareva chiaro che fosse una manifestazione convocata sui temi della pre­carietà. Poi il giorno dopo mi accorgo che di tutto si parla tranne che di preca­rietà».
Infatti si parla di equilibri a sinistra e di sopravviven­za del governo. Insomma si sente tradito da Rifonda­zione comunista? «A me interessa sapere da chi ha partecipato a quella manifestazione che cosa in­tende fare contro la preca­rietà».
E questo non è emerso dal corteo del 20? «No, perché tutto è stato let­to come un’alternativa alle primarie del Partito demo­cratico. Io non sono sceso in
piazza per fare altre prima­rie. Non mi interessano. Io sono sceso sul terreno della lotta alla precarietà. In con­trapposizione alla manife­stazione del mattino, quella di chi, legittimamente, ha sostenuto che la lotta alla precarietà si fa con la legge 30 (la Biagi, ndr)».-Vuole dire che chi è sceso in piazza sabato lo ha fatto per contrastare il conve­gno del comitato per la di­fesa della legge Biagi? «Lo ha fatto contro una li­nea che si sta affermando in entrambi gli schieramenti politici, quella secondo la quale la legge 30 va bene e va solo integrata con gli am­mortizzatori sociali. Una po­sizione sostenuta dalla Cisl, dalla Uil, da Forza Italia e da parte del Partito demo­cratico. E mi pare di capire che tra il Pd e Forza Italia le differenze siano poche». È stato detto e scritto che quella manifestazione non
era contro il governo. È d’accordo?
«Forse non sarà stata contro, ma nemmeno a favo­re. Un milione di persone non scendono in piazza se il governo fa bene il suo me­stiere».
Quindi non è d’accordo nemmeno con chi dice che il corteo era contro il Parti­to democratico di Veltroni e un trampolino di lancio per la Cosa rossa? «Ma come si fa a pensare che tutta quella gente sia scesa in piazza per fare un dispetto al Pd? Nessuno si deve appropriare della ma­nifestazione che non era né prò Cosa rossa, né contro le primarie del Pd».
Non è un po’ ingenuo pensare che le manifesta­zioni si facciano per obietti­vi concreti? La politica vi-
ve d’altro.
«Io sono stato critico dal­l’inizio. Ho dato la mia ade­sione alla manifestazione solo dopo il referendum sin­dacale e non mi stupisco del­le doppie letture. In questo caso ce n’è una tutta inter­na ai giochi della sinistra e una sociale. Io sostengo che la riuscita della manifesta­zione sia da attribuire alla seconda e non alla prima». Non l’ha vissuta nemmeno come una risposta alla vit­toria dei Sì alla consultazio­ne sul Protocollo? «Quello in parte sì. Nel sen­so che che quelli che erano in piazza sono in larga par­te gli stessi che alla consulta­zione hanno votato No. Que­sto chiaramente non delegit­tima la consultazione, ma di­ce che è sbagliato considera­re residuale il No al proto­collo. Significa che quel No c’è e non ha voglia di andar­sene».
È preoccupato per l’annun­ciata resa dei conti dentro la Cgil? Le chiederanno conto della partecipazione ad una manifestazione al­la quale la sua confedera­zione non ha aderito. «Ci sarà un direttivo che si annuncia complicato. E aspetto quello per capire. Non dico altro». Che atmosfera ha colto nel corteo?
«Verso di me incitamenti e spinte a continuare la batta­glia. Poi, più in generale, un senso di liberazione». Da cosa?
«Dalla paura. Dalla logica secondo la quale non si scende in piazza sennò ca­de il governo».