Perchè siamo contrari alla missione Unifil 2 in Libano

Da alcune settimane un dibattito talvolta aspro è in corso nel
movimento contro la guerra e nei partiti della sinistra sulle
finalità e la natura della missione militare ONU in Libano e sul
ruolo che in essa viene svolto dall´Italia. In previsione della
manifestazione nazionale del 30 settembre, questo dibattito pare
destinato ad approfondirsi.
Se infatti la rappresentanza politica parlamentare appare piuttosto
omogenea nel sostegno alla missione Unifil (vedi l´unanimità nelle
Commissioni Esteri e Difesa), le valutazioni del movimento contro la
guerra e dell´opinione pubblica non sembrano corrispondere a tale
unanimità.
Alcuni recenti sondaggi, hanno confermato che almeno un italiano su
due è contrario all´invio dei militari in Libano e che sulle finalità
della missione si assiste alla medesima polarizzazione: per quasi la
metà la missione serve a proteggere il Libano, per l´altra metà serve
a disarmare Hezbollah.
Non solo, i più convinti della bontà della missione sembrano essere
gli elettori di centro-sinistra mentre i più ostili sembrano quelli
del centro-destra.
Dentro al movimento contro la guerra – definizione che riteniamo
diventata più calzante di quella di movimento pacifista – si assiste
ad una frattura profonda e spesso dura nei toni.
Le associazioni storiche (ARCI, CGIL, Tavola della Pace) si sono
riallineate rapidamente al governo e ai loro azionisti di
riferimento, arrivando a dare vita ad una marcia Perugia-Assisi con
lo slogan “Forza ONU” di aperto sostegno alla missione militare in
Libano.
I partiti della sinistra radicale (PRC, PdCI, Verdi) hanno espresso
in ogni sede il loro sostegno alla missione in Libano.
Nella Direzione Nazionale del PRC ci sono stati solo tre voti
contrari all´operazione Unifil (Cannavò, Turigliatto, Bellotti).
Nel PdCI prevale una posizione favorevole alla missione Unifil 2
senza discrepanze interne, anche se non scevra di preoccupazioni
sull´esito della missione stessa. Una posizione analoga è quella dei
compagni de “L´Ernesto” e di molti altri autorevoli esponenti del
movimento pacifista che appaiono critici ma possibilisti (Zanotelli,
Baracca, Dinucci ed altri) sul ruolo della missione ONU in Libano.
Al momento l´opposizione alla missione militare in Libano appare
limitata ad una minoranza del movimento che il 30 settembre darà vita
ad una prima manifestazione nazionale di aperta opposizione
all´operazione Unifil 2. In questa minoranza ci sono i Cobas, il
Forum Palestina, i comitati Iraq Libero, il collettivo Red Link il
Comitato per il ritiro dei militari italiani e organizzazioni
politiche come la Rete dei Comunisti e il Partito Comunista dei
Lavoratori e individualità come Stefano Chiarini, Lucio Manisco, Gino
Strada, Joseph Halevi, che in varie occasioni hanno espresso un
giudizio negativo sulla missione militare Unifil 2.
Il tentativo di liquidare sbrigativamente le posizioni di questa
attuale minoranza come “pregiudiziali” o “ideologiche” (cosa del
tutto possibile ma non necessariamente ed esclusivamente negativa) si
infrange però davanti ad alcune argomentazioni strettamente connesse
alla realtà sul campo (in Libano), alle valutazioni prevalenti nei
movimenti e nei partiti di sinistra a livello internazionale e ad
analisi del tutto in coerenza e non in discontinuità con quelle sulle
quali si è dato vita ad un forte movimento contro la guerra.
La costruzione di un punto di vista più articolato e completo
possibile sulla natura e le finalità della missione militare ONU in
Libano, offre l´occasione per un dibattito vero che va portato
finalmente in profondità dentro il movimento sia prima della
manifestazione del 30 settembre che successivamente.

La situazione sul campo (in Libano).

Il ritorno dei compagni della delegazione per ricordare Sabra,
Chatila e Cana, consente di raccogliere ed elaborare le informazioni
raccolte in decine di incontri e colloqui con tutte le forze
politiche presenti sullo scenario libanese.
La missione militare ONU non è stata accolta a braccia aperte né
dagli Hezbollah, né dal Partito Comunista Libanese, né dalle
organizzazioni palestinesi. I soli a sentirsi rassicurati dalla
missione Unifil 2 sono i protagonisti della “primavera libanese” o
personaggi come Walid Jumblatt che è venuto a colloquio con Fassino e
che hanno visto con timore la crescita di credibilità di Hezbollah.
Perché? Perché in Libano oggi quello che tutti temono è la ripresa
della guerra civile in un paese di frontiera dove i templari della
guerra di civiltà dispongono di tutti gli ingredienti necessari. E´
inutile nascondersi dietro un dito: la forza multinazionale ha il
chiaro obiettivo di neutralizzare politicamente e militarmente la
forza politica uscita vittoriosa dalla resistenza contro
l´occupazione israeliana: Hezbollah. Non si tratta solo della
vittoria militare ma della possibilità di riaprire una dialettica
interna alla realtà libanese che metta fine ad un equilibrio
confessionale-elettorale ereditato dal colonialismo e che, per
esempio, tiene fuori dal Parlamento i comunisti libanesi (nonostante
abbiano il 10% dei consensi) in quanto partito “non religioso”.
La presenza della forza ONU ha il compito di governare – anche con la
forza – un processo politico che impedisca in Libano l´affermazione
di forze politiche anti-israeliane, antimperialiste e indipendenti
dalle relazioni politico-economiche prioritarie e subalterne con
l´Europa e gli Stati Uniti. Era questo – del resto- anche l´obiettivo
della precedente risoluzione dell´ONU sul Libano, la 1559 voluta dal
tandem Francia-Stati Uniti in funzione antisiriana e antihezbollah.
In secondo luogo, il dispiegamento della forza militare ONU è
avvenuto solo sul territorio libanese, con le armi puntate verso
l´interno del territorio e non (anche) verso il confine israeliano.
Le testimonianze raccolte, ci dicono che i soldati dei vari
contingenti – incluso quello italiano – girano per i villaggi in
assetto di combattimento e non con l´atteggiamento di chi è lì a
protezione della popolazione e con il ruolo di interposizione. Non ci
sono al momento atti ostili (se non qualche sassata dei ragazzini) ma
non c´è simpatia né benevolenza.
Le dichiarazioni degli esponenti Hezbollah sono chiare: “La missione
Unifil non ha il compito di disarmare la resistenza e quindi se le
truppe si atterranno al mandato ricevuto non dovrebbero esserci
problemi. Le giudicheremo da come si comporteranno” (Hassan Hudrush)
ed ancora “Non intendiamo neppure discutere di un nostro disarmo,
qualunque cosa dicano a Beirut. Certo nessuno vedrà le nostre armi
nel Libano del sud ma nessuno, è bene essere chiari su questo punto,
né l’esercito, né l’Unifil le dovrà cercare e toccare” (Nabil Qaouk).
Sostenere che gli Hezbollah appoggino la missione ONU è quantomeno un
eufemismo. Hezbollah ha giustamente sostenuto il cessate il fuoco e
lo ha salutato positivamente, ha scelto una posizione non ostile alla
missione ONU per non far precipitare la delicatissima situazione
interna all´equilibrio delle forze in Libano. Un atteggiamento
intransigente di Hezbollah avrebbe avuto come risultato uno scontro
con i falangisti e i gruppi filo-occidentali appoggiati da una forza
multinazionale sin dall´inizio e con la ripresa degli attacchi
israeliani nel sud. La trappola è stata sventata ma è ancora
operativa. Hezbollah ha preso tempo e sta cercando di gestirsi
politicamente la credibilità conquistata fermando sul campo la
macchina militare israeliana.

Le valutazioni sulla risoluzione 1701 dell´ONU

Ad una discussione sulla risoluzione 1701 dell´ONU che ha previsto
l´invio di una forza militare multinazionale in Libano, e alla luce
delle considerazioni sopra esposte, occorre anteporre una domanda: è
giusto o sbagliato il disarmo di Hezbollah e dei campi profughi
palestinesi in Libano? Dalla risposta a questa domanda – e la nostra
è chiaramente no – discendono le valutazioni nel merito della
questione. Anche perché i precedenti della missione internazionale
del 1982 in Libano, hanno avuto conseguenze tragiche come i massacri
di Sabra e Chatila e questo non è un dettaglio.
“La risoluzione dell´ONU consente ad Israele di ottenere quello che
non è riuscita ad ottenere con la guerra”. Le parole di Sadlallah
Mazraani, vice segretario del Partito Comunista Libanese che abbiamo
incontrato qualche giorno fa a Roma, sono chiare. Sono le stesse
parole del responsabile esteri e del segretario generale del PCL
incontrati a Beirut la settimana scorsa.
Curiosamente sono le stesse valutazioni di un dirigente del Partito
Comunista Cubano o dei comunisti greci o della conferenza dei partiti
dell`area mediterranea e mediorientale tenutasi ad Atene questa estate.
Nei movimenti contro la guerra in Gran Bretagna, Grecia, Germania,
Spagna sono state convocate manifestazioni con piattaforme e
valutazioni del tutto analoghe a quelle della manifestazione
convocata il 30 settembre a Roma contro la missione ONU in Libano.
Samir Amin, intervenendo in un dibattito alla festa dell´Humanitè a
Parigi, ha sostenuto la medesima tesi. Joseh Halevi, in un saggio
circolato in queste settimane sostiene che “Questa risoluzione
dell´ONU – talmente mal concepita dalla Francia che perfino un
governo filofrancese come quello di Beirut l´aveva rifiutata in una
prima istanza – vorrebbe vincolare Libano, Siria e Hezbollah senza
porre il vincolo fondamentale ad Israele che è quello di procedere
all´evacuazione delle alture del Golan ed alla striscia di Shaba.
Tale azione fa soltanto risaltare l´atteggiamento unilaterale da
parte dell´Europa e degli USA nei confronti del problema del MO e
soprattutto nell´attuazione delle risoluzioni dell´ONU: vincolanti
per gli arabi, non vincolanti per Israele. Permette quindi ad Israele
di pianificare con ordine assieme agli USA la nuova guerra in cui
l´Italia si troverà coinvolta in pieno”
Insomma il fronte di coloro che nelle forze della sinistra, nei
movimenti, negli stessi partiti comunisti, danno una valutazione
negativa e preoccupata della risoluzione 1701 dell´ONU è ampiamente
maggioritaria ma al momento è minoritaria in Italia. Sembrerebbe una
anomalia ma non lo è. Il movimento contro la guerra in Italia e in
Francia, in questi anni è stato spesso un “frenatore” rispetto a
quelli degli altri paesi europei ed extraeuropei sulle piattaforme da
sottoscrivere al termine dei forum internazionali. Ma in questa
vicenda del Libano e della missione Unifil 2 siamo di fronte a
contraddizioni che potremmo definire paradigmatiche.

Il ruolo dell´Italia e dell´Europa nella missione Unifil 2

Il ruolo dell´Europa e dell´Italia nella missione militare ONU in
Libano, è un po´ il nodo gordiano della discussione di queste
settimane. Molte delle forze politiche o delle personalità
“possibiliste” su un esito positivo della missione Unifil 2,
condividono in misura maggiore o minore alcune delle osservazioni fin
qui esposte. La divergenza interviene nella lettura di alcuni fattori
obiettivi che sembrano però lasciar fuori questioni importanti come i
fattori soggettivi e l´indipendenza dei movimenti dai governi.
Nel colpo di reni della politica estera italiana e soprattutto
dell´asse Prodi-D´Alema-Parisi in contrapposizione a quello Rutelli-
Fassino (decisamente filo-israeliano), molti compagni hanno visto una
rottura del monopolio unipolare degli Stati Uniti e della loro
alleanza con Israele nella realizzazione del Grande Medio Oriente
attraverso la guerra preventiva.
C´è stato un cessate il fuoco imposto a Israele mentre
l´amministrazione Bush difendeva la completa mano libera ai
bombardamenti e alle incursioni israeliane in Libano; c´è stata una
riconsegna della crisi nelle mani dell´ONU invece che in quelle
esclusive della Casa Bianca e di Downing Street, c´è stato
l´attivismo di Kofi Annan in Medio Oriente e la ripresa del negoziato
con l´Iran, c´è una composizione e una leadership della missione
Unifil in mano a Francia e Italia e ci sono state le parole di
D´Alema a favore di uno Stato Palestinese Indipendente.
Visto così è innegabile che lo scenario mediorientale di oggi sia
diverso da quello di quattro mesi fa e sarebbe miope non coglierne i
cambiamenti oggettivi. Non solo. La politica estera di D´Alema e
Prodi non è la stessa di Berlusconi e Fini. Dal servilismo a USA e
Israele, si sta virando verso un recupero della tradizionale
equidistanza italiana nelle vicende mediorientali.
Alcuni compagni si spingono a vedere nella possibile partecipazione
di contingenti russi e cinesi alla missione Unifil 2, una ipoteca
importante sulle tentazioni statunitensi-israeliane per una
escalation regionale della guerra verso Iran e Siria.
La presa d´atto di questo nuovo scenario, per alcune forze porta però
ad atti politici concreti come il sostegno alla missione Unifil 2 in
Parlamento, a sostenerelo nel dibattito dentro il movimento e nella
stesura delle piattaforme per le iniziative politiche. Pur con tutte
le cautele, si dà, di fatto, carta bianca al governo Prodi e alla
politica estera di D´Alema. E´ in questo passaggio tra analisi dello
scenario oggettivo e scelte soggettive che emerge la contraddizione.
Alcuni ritengono che questo attivismo multilaterale dell´Italia sia
l´elemento di novità. Altri, meno lieti di sentirsi appiattiti sul
governo, sottolineano come a rendere possibile questo nuovo scenario
sia stata la sconfitta militare e morale israeliana in Libano ad
opera di Hezbollah. In questo secondo caso una domanda sorge
spontanea: ma se a riaprire lo scenario politico e diplomatico
mediorientale sono le resistenze (oggi quella libanese, ieri quella
irachena e palestinese) perché mai dovremmo sintonizzare la nostra
iniziativa politica sulla linea del governo italiano e non su quella
delle resistenze popolari che hanno riaperto politicamente la
situazione in tutta l´area? Sta qui il nodo gordiano. L´indipendenza
dei movimenti dalle politiche dei governi, non è solo una garanzia e
una ragione sociale naturale ma deve essere la piena consapevolezza
della propria funzione indipendente e non subalterna.
Riconoscere come una fotografia i dati oggettivi, anche e soprattutto
quelli che aprono in positivo nuovi scenari, non può significare la
rinuncia alla propria autonomia di elaborazione ed iniziativa
politica. I movimenti, i partiti, le associazioni, non sono dei
fotografi ma dei soggetti politicamente attivi che hanno la funzione
di orientare l´opinione pubblica, di incalzare i governi, di
indebolire le forze militariste e le ambizioni imperialiste anche del
proprio paese in sintonia con le forze che agiscono sulla linea del
fronte.
In Italia stiamo assistendo all´esatto contrario. Sulla base di un
“pudore politico” inspiegabile ci si nega e si nega il confronto con
le forze che animano la resistenza in Libano, in Palestina, in Iraq,
finanche in Afganistan e ci si adegua a convivere negli interstizi
della politica estera del nostro governo, limitando la propria azione
ad una serie di auspici e speranze che le cose vadano per il verso
giusto e non come vorrebbero le autorità di Washington e Tel Aviv.
Non solo. Ci sono molti compagni, onesti compagni di strada di questi
anni, che vedono nell´entrata in campo dell´Unione Europea un fattore
positivo a prescindere dagli obiettivi e dalla natura dell´intervento
militare dei contingenti europei in Libano. Che l´Europa debba
cominciare a sgomitare nel Mediterraneo rispetto all´egemonia
statunitense, sta nell´ordine delle cose da diversi anni. La nostra
insistenza sulla competizione tra il progetto del Mercato Unico Euro-
Mediterraneo del 2010 e il Grande Medio Oriente, non è una fotografia
dell´oggi ma di una tendenza reale che ancora non si manifesta come
realtà, ma è anche l´indicazione di uno scenario che vedrà gli stessi
interessi di classe che hanno edificato il Trattato di Maastricht, il
Patto di Stabilità, la Banca Centrale Europea, la Costituzione
Europea la Direttiva Bolkestein, agire concretamente per omologare a
questa edificazione anche i paesi del Mediterraneo Sud.
Se il giudizio negativo sulla natura, gli obiettivi e gli interessi
della grande borghesia europea ha visto le mobilitazioni di questi
anni, come possiamo improvvisamente affidare a questa natura, a
questi obiettivi e a questi interessi di classe una funzione comunque
progressiva per i paesi del bacino mediterraneo? Il protagonismo
europeo (italiano e francese soprattutto) nella missione militare in
Libano sta tutto dentro questa ambizione. E´ una ambizione che a
volte deve convivere e volte deve confliggere con gli Stati Uniti ma
che non ne disegna una alterità nelle relazioni sociali e
internazionali nell´area mediterranea e mediorientale.

L´indipendenza dei movimenti è decisiva

Quello a cui stiamo assistendo è sicuramente la dimostrazione delle
crescenti contraddizioni interimperialiste, ma esaurire la propria
funzione nel fotografare queste contraddizioni senza discutere e
decidere in quale direzione cercare di orientarle, sul come
intervenirci concretamente (consapevoli certo dei propri limiti ma
avendo almeno una prospettiva da perseguire), rischia di rendere i
partiti della sinistra e i movimenti in Europa spettatori inerti e
subalterni di processi determinati da altre forze e spinti in
direzioni opposte da quelle perseguite dalle forze progressiste.
Non avere a disposizione tutti gli elementi di valutazione o non
poter avere le idee chiare sugli esiti possibili della missione
Unifil in Libano, non assolve dalla necessità di dare coerenza al
proprio percorso antimilitarista e antimperialista e dallo svolgere
la propria funzione indipendente nello scenario politico italiano ed
internazionale. Dov´è e come agisce altrimenti la soggettività dei
movimenti, dei partiti della sinistra?
Sull´ultimo numero di Le Monde Diplomatique, un libanese autorevole
come Georges Corm si pone le stesse domande che si stanno ponendo
tanti nostri compagni di strada di questi anni : “Le numerose lacune
e i non detti della risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza
verranno usate per consentire a Stati Uniti e Israele di imporre la
loro volontà al governo libanese e immischiarsi nei suoi affari
interni, come hanno sistematicamente fatto dopo l´adozione della
risoluzione 1559?” A queste domande occorre cominciare a dare delle
risposte sulla base delle informazioni raccolte, di una discussione
portata in profondità, del confronto con le forze politiche e sociali
del Medio Oriente e del resto del mondo. Ma occorre dare delle
risposte anche sulla base della consapevolezza della propria funzione
soggettiva nella “relazione tra gli eventi” (come direbbe Isabel
Allende) e della propria indipendenza di elaborazione e iniziativa
politica. Per questo il 30 settembre occorre dare vita ad una prima
manifestazione in cui il movimento contro la guerra dica chiaro e
forte il suo NO ad una missione militare dell´ONU in Libano e chiede
il ritiro di tutti i contigenti militari dai teatri di guerra. E´
questo il segnale da mandare in questo momento al governo, alle forze
della resistenza in Medio Oriente e ai movimenti nel resto del
mondo. Ora, non quando sarà troppo tardi.

19 settembre 2006

* direttore di Contropiano per la rete dei comunisti