Perché le socialdemocrazie rischiano di eclissarsi*

Pochi giorni prima delle elezioni del 6 e 7 giugno stavo scrivendo la recensione a un di saggio Giuseppe Berta appena uscito per le edizioni Il Mulino, Eclisse della socialdemocrazia (pp. 134, euro 10). La tesi di Berta – già evocata dal titolo del saggio – è che la socialdemocrazia si trovi di fronte alla più grave crisi della propria storia, ad un rischio reale di perdita totale di senso e di ruolo, alla possibilità dell’estinzione.
Il voto europeo ha confermato la crisi profonda delle socialdemocrazie, mentre i migliori risultati della sinistra anticapitalista sono avvenuti laddove sono presenti e vincenti dei partiti comunisti radicati e conseguenti.
Alla base della crisi della sinistra europea (o meglio: dell’area dell’Unione europea), vi sono anche – sicuramente – la fragilità degli impianti teorici, la difficoltà estrema a leggere la fase (la lunga fase degli ultimi trent’anni) e l’incapacità di decodificare, sul piano strutturale, anche la propria crisi. Un segno di essa è peraltro dato dalla carenza di studi dal carattere scientifico sulle involuzioni e sulle sconfitte di tale sinistra.
Il saggio di Giuseppe Berta se non riesce a dare risposte esaustive ad un problema di così grandi dimensioni, ha tuttavia il merito di iniziare a mettere a fuoco questioni – come quella, appunto, della crisi profonda (“eclisse”) della socialdemocrazia – che se lasciate marcire rischiano di affondare per lungo tempo l’intera sinistra.
Berta formula il suo giudizio articolando un asse storiografico ed analitico alquanto ricco, ma che potremmo sintetizzare assumendo tre punti-cardine: il pensiero di Schumpeter sulla socialdemocrazia (e lo stesso, grande ruolo svolto da essa dalla fine della seconda guerra mondiale sino agli anni ’70); l’attacco liberista proveniente dagli Usa dagli anni ’70 in poi e il ruolo subordinato svolto dalle socialdemocrazie sotto i colpi del neoliberismo e dei processi di mondializzazione.
Di Schumpeter, Berta rievoca l’ultima uscita pubblica (New York, dicembre 1949, in una conferenza dal titolo “Verso il socialismo”). In tale conferenza il grande economista austriaco afferma senza ombra di dubbio che il capitalismo originario degli “spiriti animali” è morto per sempre, che è il socialismo ad aver vinto e ad aver imposto – nelle strutture stesse del capitale – la propria razionalità e che la storia si troverà irreversibilmente di fronte (conia Schumpeter) ad un “capitalismo laburista”.
I fatti, peraltro, tenderanno a dargli ragione: alla metà degli anni ’50, durante la presidenza Eisenhower, l’aliquota massima dell’imposta sul reddito (che negli Usa attuali è del 35%) raggiunge il 91% e in Europa il compromesso keynesiano tra capitale e lavoro si fa architrave di una intera fase storica.
«Ma – scrive Berta – chi parlerebbe ancora, per il capitalismo del ventunesimo secolo, di “capitalismo laburista”? Il capitalismo di oggi è ben lungi dall’apparire domabile… Le politiche che Schumpeter rubricava come socialdemocratiche sono cadute quasi tutte in disuso, a cominciare dal perseguimento keynesiano della piena occupazione». «Si direbbe – chiosa Berta – che l’ultimo ventennio si sia impegnato nello sforzo di produrre un movimento contrario a quello descritto da Schumpeter, giacché, nell’era della globalizzazione, la socialdemocrazia al governo ha scoperto di dover aderire quasi plasticamente ai caratteri del capitalismo contemporaneo, abbandonando la pretesa di trasformarli».
E’ qui, in sintesi, il giudizio generale di Berta sulla socialdemocrazia: non aver saputo resistere – non solo sul piano sociale, ma anche e soprattutto su quello culturale e strategico – né al contrattacco iperliberista di Reagan e della Thatcher né ai processi antisociali di mondializzazione.
Centrale, nel saggio di Berta, è l’analisi sull’involuzione liberista del Labour Party. Abbandonato completamente il valore socialista della “questione sociale”, Gordon Brown (completando Tony Blair) al Congresso dei laburisti di Bournemouth, nel 2007, assume totalmente i nuovi valori e le dinamiche della mondializzazione capitalistica sino a che «la forte stabilità economica e il mantenimento di alti tassi di crescita» divengono i cardini delle politiche laburiste, a scapito del welfare, dei salari e dell’occupazione.
Non è da meno, peraltro, la socialdemocrazia tedesca. Un mese dopo il congresso laburista di Bournemouth, i socialdemocratici tedeschi tengono il loro Congresso ad Amburgo (26-28 ottobre 2007) e dietro le parole ancora scarlatte – sostiene Berta – e le iperboli socialiste, scelgono la stessa strada neo liberista dei laburisti inglesi.
Ma la consunzione della socialdemocrazia raggiunge anche la Spagna di Zapatero. Scrive Berta: «Se guardiamo al di là dei confini delle socialdemocrazie storiche, per esempio alla Spagna di Zapatero, sarebbe difficile riscontrare sul terreno sociale una cesura netta rispetto al governo Aznar. Le diversità le dobbiamo cercare altrove: nel campo dei diritti civili, per esempio…».
Ciò che lega le involuzioni socialdemocratiche inglesi, tedesche e spagnole (oltreché il centro sinistra italiano, anch’esso negativamente valutato da Berta) è, per l’Autore, la decentralizzazione del lavoro e del conflitto capitale lavoro, oltreché l’idea di un’Unione europea che risponda – abolendo ogni demarcazione con la concezione d’Europa che hanno le destre – più agli interessi del capitale transnazionale e in via di mondializzazione che a quelli del movimento operaio europeo.
Berta ha il pregio, in questo mare di silenzio teorico e analitico, di aver seriamente messo sotto esame le involuzioni gravi delle socialdemocrazie. Detto ciò emergono in lui i limiti di un’impostazione non marxista, limiti che prendono sorprendentemente forma nel momento in cui ripropone una nuova via grigia alla crisi socialdemocratica. «Ma ora che è passata l’epoca d’oro della socialdemocrazia – scrive infatti Berta – c’è da chiedersi se non stia diventando più concreta e fattibile l’ipotesi di coniugare lo spirito di libertà con una rinnovata spinta a comprimere il ventaglio delle diseguaglianze sociali».
Come giunge, Berta, a questa sorta di doppiezza intellettuale (da una parte una disanima profonda delle debolezze strutturali delle socialdemocrazie, dall’altra una sorta di rilancio – persino moderato – delle loro politiche)?
Crediamo che vi giunga per un motivo preciso: aver eluso – essenzialmente – le basi materiali della crisi e delle involuzioni socialdemocratiche. Tali basi sarebbero rintracciabili, per Berta, in un non meglio precisato ritorno degli Usa e del capitale europeo alle politiche liberiste, questione di per sé vera ma non sufficientemente interpretata.
Il punto è – crediamo noi – che per descrivere la fase che abbiamo vissuto negli ultimi 30 anni e ancora viviamo non è sufficiente la categoria di mondializzazione e che per descrivere più seriamente tale fase occorra assumere la nozione di “competizione globale”: cioè, in modo più chiaramente leninista, di acutizzazione dello scontro interimperialistico.
Lungo gli anni ’70 viene superata nei fatti la fase dell’imperialismo unipolare (dominio solitario degli Usa) e l’imperialismo si ripresenta con la sua faccia multipolare: i poli imperialisti tornano come un tempo a lottare duramente tra loro per battere la concorrenza e conquistare i mercati internazionali e per cogliere tale obiettivo vedono una sola strada: abbattere il costo delle merci attraverso l’abbattimento dei salari, dei diritti e dello stato sociale. Data questa “esigenza” è lo stesso capitalismo a rifiutare aprioristicamente il compromesso col lavoro, negando dunque ogni possibilità di redistribuzione vera del reddito senza la quale entra in crisi profonda il progetto economico keynesiano e il disegno politico socialdemocratico. Credo sia questo l’anello mancante del pur utile lavoro di Berta (al quale anello dovremmo aggiungere il ruolo determinante dei nuovi paesi in crescita – Cina, Russia, India, Brasile – nell’accelerare la crisi del capitalismo e nel mutare il quadro mondiale).
E se la socialdemocrazia non può oggi (non sappiamo domani) rispondere alle contraddizioni del capitale è chiaro che è sempre più il tempo dei comunisti, delle istanze antimperialiste e di un progetto anticapitalista. Indipendentemente dal fatto che oggi, in questa fase transeunte, i comunisti non abbiano superato, nel nostro Paese, la soglia del 4% alle elezioni europee.