«Perché la democrazia non si può esportare»

«Nel mondo ricco ha vinto la libertà. Con le immani conseguenze che questo comporta. La democrazia è rinviata ad altre epoche». Basterebbe questa citazione per far capire quanto sia riduttivo il dibattito che alla fine dell’ anno scorso si è svolto in Germania e in Italia sul libro di Luciano Canfora, La democrazia – Storia di un’ ideologia, dopo la mancata pubblicazione da parte dell’ editore tedesco Beck. Per settimane si è discusso sostanzialmente sulle contestazioni che la casa bavarese muoveva all’ autore italiano: l’ interpretazione dell’ accordo Molotov-von Ribbentrop e della spartizione della Polonia, il fatto che non viene usata mai la parola Gulag, anche se si parla delle persecuzioni staliniane, il coinvolgimento nei governi democratici di Adenauer di ministri ex nazisti. Il saggio, già pubblicato in Francia, Spagna, Gran Bretagna e pure in Germania, presso Papyrossa di Colonia, anche se questo editore non è tra i fondatori della collana Fare l’ Europa diretta da Jacques Le Goff, domani esce in edizione aggiornata da Laterza (pagine 447, euro 14) con una lunga postfazione dell’ autore, già anticipata dal Corriere. Nell’ ultima pagina c’ è l’ annuncio che tra breve sarà pubblicato un pamphlet in cui Canfora risponde punto per punto alle critiche dell’ editore bavarese: L’ occhio di Zeus-Disavventure della democrazia. Si può dire insomma che il rifiuto di Beck ha decretato il successo del volume ben al di là dei ristretti confini accademici, come testimoniano anche un’ edizione greca e la ripresa negli Stati Uniti. Canfora, storico e filologo classico, muove il suo discorso partendo dall’ antica Atene, punto di riferimento costante delle sue interpretazioni, a cominciare dalla contrapposizione tra libertà e democrazia. «Per la verità – spiega lo studioso, che oltre a insegnare all’ università di Bari dirige la Scuola superiore di studi storici di San Marino – su questa distinzione insistono anche autori come Ralf Dahrendorf o Norberto Bobbio. Andando indietro, scopriamo che un gigante dell’ Ottocento, Alexis De Tocqueville, nell’ Antico regime e la rivoluzione, il mio libro preferito, sottolinea le due anime della Rivoluzione Francese: il 1789 che rappresenta la libertà e il ‘ 93 simbolo dell’ uguaglianza. Queste due forze, osserva Tocqueville, non si conciliano quasi mai tra loro: la libertà è un’ esigenza superiore che compare ogni tanto, l’ uguaglianza è invece un bisogno costante, forte come la fame. Già nella Grecia antica il problema è chiarissimo. Tucidide fa dire a Pericle che “la parola adoperata per definire il nostro sistema politico è democrazia …, però nelle controversie private attribuiamo a ciascuno ugual peso e comunque nella nostra vita pubblica vige la libertà”». Questa citazione compariva nella bozza di preambolo alla Costituzione europea in questa versione errata: «La nostra Costituzione è chiamata democrazia perché il potere è nelle mani non di una minoranza ma dell’ intero popolo». Fu anche grazie a un intervento di Canfora sul Corriere nel maggio 2004 che queste parole scomparvero dalla redazione definitiva. Di quella polemica e di un uso «liberalmoderno» della democrazia greca si dà conto nel libro, così come dell’ utilizzazione che ne è stata fatta in epoche e con scopi diversi: dagli schiavisti americani per attaccare gli abrogazionisti del Nord, dai giacobini che imponevano un’ ingenua traduzione letterale dei vari testi, ma anche dai termidoriani che accusavano i loro avversari di rifarsi a un modello di democrazia che prevedeva la schiavitù. Fra le molte domande che questo libro tanto brillante quanto erudito pone è se il modello occidentale di democrazia sia esportabile «manu militari, a mondi lontani dal nostro, e non proprio ricettivi». È davvero curioso, scrive Canfora al termine della postfazione, «il fatto che nessuno si sia ricordato che il fondamento etico e logico della “esportazione della democrazia” è il metodo della gloriosa “dottrina Breznev”». Al di là dell’ accento ironico della sua prosa, Canfora è convinto che si possa tracciare «una linea che dall’ Atene classica, passando per la Rivoluzione Francese e Napoleone, arriva sino all’ “aiuto fraterno” portato dall’ intervento repressivo dell’ esercito sovietico in Ungheria nel 1956 e in Cecoslovacchia nel 1968, e a George Bush che tre anni fa ha voluto l’ invasione dell’ Iraq. In realtà dietro questo tipo di interventi si nasconde una volontà imperiale. Atene dopo la vittoria di Salamina del 480 avanti Cristo impose il suo sistema alle città alleate e sottopose Samos, che si era ribellata, a un assedio di due anni. Alla fine la piegò. Gli antichi greci erano convinti di essere detentori del miglior sistema politico e criticavano Erodoto quando in un dialogo del terzo libro delle Storie dava voce a un principe persiano favorevole ad instaurare in Persia una forma di democrazia. Impossibile, dicevano gli ateniesi, i persiani sono tutti schiavi. La posizione di Erodoto mi ricorda quella espressa sul Corriere dal premio Nobel per l’ economia Amartya Sen, convinto che il modello di democrazia occidentale non sia l’ unico possibile. Credo con Mazzini che i popoli si liberano da soli e che l’ esportazione con la violenza del sistema democratico conduca a un effetto negativo: le comunità aggredite si radicalizzano, sono portate a esaltare il peggio della propria tradizione. Non penso, infine, che possa reggere il paragone tra l’ intervento in Iraq e la guerra contro la Germania nazista e l’ Italia fascista, Paesi dove preesisteva una grande storia democratica».