Perché la benzina italiana è la più cara d’Europa

In uno scenario di declino industriale in cui l’economia ristagna insieme ai consumi fortemente penalizzati dalla massiccia perdita di potere di acquisto dei salari, lo choc petrolifero mondiale rischia di essere estremamente pericoloso per la situazione complessiva italiana, la più disastrata d’Europa.
Oggi che il prezzo del greggio ha superato i 70 dollari al barile, il massimo toccato dai tempi della guerra Iran-Iraq agli inizi degli anni ottanta, si aggraveranno ulteriormente i bilanci delle famiglie e i nostri conti pubblici, già gravemente compromessi dalla finanza creativa di Tremonti. L’ultimo aumento del petrolio porterà a una crescita della bolletta energetica del 2006 a 25 miliardi di euro, con un aumento di 4 miliardi (2 per cento del Pil).

La borsa elettrica italiana registra un prezzo medio per megawattora di oltre 60 euro, il più alto d’Europa, e alla pompa la benzina e il gasolio hanno raggiunto l’incredibile prezzo rispettivamente di euro 1,330 e 1,225. Livelli che, oltre a danneggiare ancora l’economia delle famiglie, rende sempre più oneroso il trasporto delle merci su gomma che nel nostro Paese è assolutamente preminente.

All’origine del rialzo del greggio c’è una situazione internazionale fortemente influenzata da un complesso di cause non tutte oggettive e giustificate. Dall’11 settembre 2001 ad oggi, il prezzo del greggio sui mercati internazionali è cresciuto da 17 dollari al barile a circa 72 dollari, subendo l’assurdo incremento del 400 per cento.

A tale devastante escalation hanno influito la guerra in Iraq, la difficile situazione mediorientale specie iraniana, la crisi nigeriana e le tensioni in Venezuela e l’aumento della domanda energetica di Cina e India che stanno vivendo una vera esplosione economica.
A tutto questo si aggiungono gli Stati Uniti che non intendono intaccare sostanzialmente le loro notevoli riserve strategiche, e l’Opec che non intende aumentare la produzione oltre a un certo livello per evitare di inflazionare l’offerta. E si aggiungono gli elementi speculativi, che più della legge della domanda e dell’offerta, influenzano i prezzi sul mercato internazionale del greggio. Soprattutto con le promesse di acquisto, i cosiddetti futures che condizionano al rialzo le trattative a New York.

Nel nome di un liberismo senza regole e di una perversa etica di mercato, che è figlia della globalizzazione finanziaria, le compagnie petrolifere internazionali massimizzano i propri guadagni aumentando subito i prezzi dei prodotti su acquisti futuri di greggio, senza tener conto della rivalutazione delle scorte, e del fatto che parte del greggio utilizzato proviene da propri giacimenti e da contratti di acquisto non legati alle quotazioni internazionali. Da tutto ciò scaturisce che mentre lo choc petrolifero mondiale ha influito negativamente sui costi di produzione delle imprese di tutti i settori e rami di attività oltre che sui bilanci delle famiglie, le compagnie petrolifere hanno conseguito enormi profitti e notevoli incrementi di borsa.

Al drammatico evento dell’11 settembre viene data in gran misura la colpa della crisi economica che ha colpito famiglie e attività produttive. L’alibi dello choc petrolifero è di fatto servito a coprire il fallimento di un liberismo senza regole che ha permesso incontrollate speculazioni in tutta la filiera commerciale soprattutto nel settore petrolifero, condizionato altresì da una assurda politica fiscale e dalla scarsa competitività della rete distributiva.

Il fisco a mani basse
Analizzando la formazione del prezzo alla pompa della benzina verde, oggi venduta a euro 1,330 a litro, si rileva che il costo del greggio incide appena per il 17,5 per cento (euro 0,233) come pure i costi di trasformazione e distribuzione pari a euro 0,233 circa. Dalla somma scaturisce un costo industriale di euro 0,466 al quale sommare le tasse.

Il prelievo fiscale doppio, accise più Iva, incide per l’incredibile percentuale del 65 per cento circa che corrisponde a una stangata per litro di euro 0,864. Le accise sono imposte indirette di fabbricazione e di consumo che vengono applicate alla produzione, all’importazione e al consumo di prodotti specifici.

Fra i principali prodotti soggetti ad accise vi sono appunto quelli petroliferi ed il consumo di energia elettrica. Si tratta di balzelli in genere poco conosciuti ed affatto trasparenti, che una volta imposti sono stati mantenuti nel tempo.

Naturalmente la motivazione s’è persa perché l’aumento complessivo è stato assorbito come entrata fiscale ordinaria a cui nessun governo ha ritenuto di fare a meno, anche se al cessare della causa che l’ha determinata, la tassa avrebbe dovuto essere cancellata, poiché colpisce ogni ceto sociale in aperta violazione dell’assunto costituzionale secondo cui la pressione fiscale non può prescindere dal reddito del contribuente. Una questione questa che andrebbe adeguatamente esplicitata e discussa politicamente.

Sul prezzo di 1,330 euro al litro che paghiamo per la benzina, ben 0,864 vanno a finire nelle casse dell’erario e dentro questa assurda anomalia ci sono motivazioni che partono da molto lontano: la guerra d’Abissina di Mussolini del 1935, la crisi di Suez del 1956, il disastro del Vajont del 1963, l’alluvione di Firenze del 1966, il terremoto del Belice del 1968, quello del Friuli e dell’Irpinia rispettivamente del 1976 e 1980, la missione militare in Libano del 1983, quella in Bosnia del 1986 e, infine, il recente rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004. Come dire, ti diamo qualcosa come lavoratore dipendente e te la togliamo come cittadino.

Nel nome dell’11 settembre
Dall’11 settembre 2001 all’aprile del 2006 il prezzo a litro della benzina è cresciuto da euro 1,050 a euro 1,330, subendo un incremento percentuale del 26,6 per cento. La doppia tassa accise più Iva è cresciuta da euro 0,683 a euro 0,864. Il costo industriale (greggio più costi industriali di trasformazione e distribuzione) è cresciuto da euro 0,367 a euro 0,466, cioè meno di 10 centesimi, mentre il prezzo finale ha subito un incremento di euro 0,280 (542 lire).

L’aumento del prezzo del gasolio è ancora più anomalo e fortemente contraddittorio. Infatti, mentre il prezzo della benzina, dall’11 settembre ad oggi, ha subito un incremento del 26,6 per cento, quello del gasolio, nello stesso periodo, è stato incrementato del 46 per cento circa, in una misura quasi doppia (da euro 0,840 a euro 1,225). Un fatto grave, questo, per le ripercussioni economiche che ne derivano, visto che si tratta di un carburante utilizzato per il trasporto delle merci con conseguenti riflessi diretti sul costo della vita.

Il governo Berlusconi ha preferito incassare l’enorme volume fiscale scaturito dalla doppia tassazione piuttosto che alleviare la stangata contro famiglie e imprenditori.

Non solo. Dall’ottobre 2001 ad oggi, le accise sono aumentate di una decina di punti percentuali per la benzina e di otto punti per il gasolio. L’esecutivo di Berlusconi inoltre ha tagliato, nel novembre 2001, il Bonus di 35 lire al litro introdotto nel 2000 dal governo di centrosinistra per rintuzzare gli effetti dell’ultima crisi petrolifera, prima dell’11 settembre. Si trattava di uno sconto fiscale pari a 30 millesimi di euro sull’accisa, una misura che consentiva di togliere l’effetto moltiplicatore che le imposte hanno sui ricavi, senza incidere sulle entrate.

In Italia i prezzi della benzina prima delle tasse (greggio più costi industriali di trasformazione e distribuzione), raggiungono i 466 euro per mille litri e dopo le tasse i 1.330 euro. Le accise sulla benzina, cioè le tasse fisse di fabbricazione, sono pari a 0,620 euro a litro; l’Iva, invece, pesa per il 20 per cento sia sulle accise (una tassa sulla tassa) sia sul costo industriale. Per Bruxelles il livello minimo della tassazione obbligatoria per la benzina sarebbe di 403 euro per mille litri. In Italia, quindi, in teoria il prezzo della benzina potrebbe calare di almeno 0,217 litro (0,620-0,403): dalle attuali 1,330 a 1,313. E potrebbe calare nelle giuste proporzioni anche il prezzo del gasolio.

Una rete poco competitiva
Per i prezzi di benzina e gasolio siamo ai primi due posti in Europa, ma siamo invece soli in testa per il costo di un litro di benzina e di gasolio al netto delle imposte. Ad esempio, il costo industriale della benzina in Italia è pari a euro 0,466 per litro, mentre nettamente inferiori risultano i costi industriali nei principali Paesi europei: Gran Bretagna 0,370, Francia 0,362, Germania 0,380, Spagna 0,400. Il costo industriale della benzina in Italia è dunque superiore di euro 0,096 a litro (lire 185,88) rispetto a quello inglese, superiore di euro 0,104 a litro (lire 201,37) rispetto a quello francese, superiore di euro 0,086 (lire 166,32) rispetto a quello tedesco e di euro 0,066 (lire 127,80) rispetto a quello spagnolo.

Questi Paesi europei, che denunciano un minor costo industriale rispetto a quello italiano (dal 16 per cento in meno della Spagna al 20 per cento della Gran Bretagna), hanno da tempo razionalizzato le proprie reti, dimezzando il numero degli impianti, realizzando stazioni di servizio dotate di negozi, bar, ristoranti, lavaggi officine ecc… Complessi ampiamente integrati con varie attività commerciali, completamente selfizzati per la vendita dei carburanti al punto di azzerare i relativi costi di gestione; strutturalmente concepiti (elevato volume dei serbatoi) per ridurre notevolmente i costi di approvvigionamento tramite autobotti.

L’elevato livello di concorrenza nel settore vigente nel resto d’Europa è reso possibile da leggi che hanno liberalizzato le varie attività commerciali eliminando o attenuando di molto la burocrazia. In Italia invece, interessi di varie categorie, intrecci politici, competenze locali mirate a mantenere lo statu-quo, l’assenza di un quadro programmato nazionale con precisi obiettivi anche temporali, la vanificazione d’ogni forma di competizione da parte dei commercianti, una burocrazia decisa ad evitare o comunque a ritardare la modernizzazione del Paese, non hanno permesso di razionalizzare la rete carburanti che oggi è fortemente polverizzata da un numero eccessivo di impianti (il doppio di Francia, Germania, Spagna, Gran Bretagna), da una bassa percentuale di stazioni di servizio integrate da varie attività commerciali, da pochi impianti effettivamente selfizzati, da un elevato numero di punti vendita di piccole dimensioni, che erogano solo carburanti e che pertanto generano elevati costi di gestione e di distribuzione.

L’erogato medio annuo italiano raggiunge appena i due milioni di litri all’anno, contro un erogato medio del resto Europa che è almeno doppio. Dal 1980 varie leggi nazionali e regionali non hanno risolto i problemi della razionalizzazione della rete, perdurando la mancata liberalizzazione delle varie attività commerciali (negozi, bar ecc…) e la vanificazione d’ogni concorrenza. Basti pensare che nel nostro Paese, l’unico d’Europa, i supermercati non possono vendere i carburanti attraverso propri impianti (a prezzi inferiori), né prodotti di parafarmacia come il latte in polvere per neonati che le farmacie italiane continuano a vendere a prezzi doppi o tripli rispetto a quelli dei supermercati del resto d’Europa. E’ scandaloso che in Italia sono dovute nascere associazioni di genitori per acquisti comuni di latte in polvere per neonati, in Francia o Germania.

Per ridurre il prezzo dei carburanti e dare una spinta alla ripresa del Paese occorre una politica economica e fiscale che favorisca la liberalizzazione e incentivi la razionalizzazione della rete distributiva stabilendo un prezzo massimo, eliminando o riducendo le accise e, se del caso, defiscalizzando l’Iva.

I gravi problemi attuali del petrolio nascono da un liberismo senza regole e dalla assenza di un Piano energetico nazionale che affronti con responsabilità il tema vitale dell’energia in tutte le sue componenti.