Perché in Francia gli studenti si ribellano contro la precarietà e da noi no?

In questi giorni di grande attenzione verso quanto sta accadendo in Francia – una vera e propria rivolta dei giovani contro la precarietà – in pochi, a sinistra, si pongono una domanda cruciale e dalla risposta non semplice: perché in Francia gli studenti si ribellano contro un provvedimento (il Cpe) che introduce un livello di precarietà molto inferiore a quello conosciuto in Italia mentre da noi fino non c’è stato finora nulla capace di raggiungere la stessa forza e pervasività sociale?
Porsi questa domanda è cruciale per chi voglia cimentarsi anche nel nostro Paese con l’urgenza di una resistenza diffusa alla precarietà in grado di imporre, quale che sia il governo che ci si trovi a fronteggiare, un netto cambio di rotta nelle politiche del lavoro. La risposta, però, è tutt’altro che semplice e sicuramente non univoca. Come bene illustrava l’articolo di Aguiton, pubblicato da questo giornale, la Francia ha conosciuto una dinamica sociale, perlomeno dal ’95, che ha permesso alla sinistra francese, anche quella moderata, di essere compatta nel sostenere il movimento e chiedere il ritiro del provvedimento. Quella stessa sinistra che, sia pure meno compattamente, aveva costruito un ampio fronte per il no al referendum sulla Costituzione europea. Tutte posizioni che, invece, la sinistra italiana non si sogna minimamente di assumere. E allora una parte di risposta alla domanda posta va ricercata nel fatto che la precarietà contro cui oggi si battono gli studenti francesi da noi è realtà quotidiana da molto tempo ed è stata introdotta in maniera significativa proprio da un governo di centrosinistra, il primo governo Prodi, con il famigerato pacchetto Treu. Insomma da noi sono passati anche grazie alla “copertura a sinistra” e alla concertazione con i sindacati, mentre in Francia il fronte anti-Cpe vede anche i sindacati disponibili a sostenere gli studenti contro il governo.

La situazione italiana ci dice anche un’altra cosa: che se si accetta di cedere sul terreno delle tutele e dei diritti dei lavoratori, in nome della concertazione e del fatto che la coperta è troppo corta e da qualche parte bisogna pur tagliare, si rischia di continuare a cedere e a perdere perché la precarietà produce frammentazione e indebolisce i rapporti di forza necessari a riprendere l’offensiva. Anche sulle vicende legate all’articolo 18, ad esempio, abbiamo visto quanto la mobilitazione dei cosiddetti “garantiti” sia stata determinante per difendere quel diritto e anche per provare ad estenderlo a chi ne è privo, mentre abbiamo misurato quanto gli effetti della precarizzazione introdotta proprio dal pacchetto Treu (al tempo del referendum la legge 30 ancora non aveva prodotto gli effetti devastanti che cominciamo a conoscere ora) rendessero difficile la mobilitazione e il protagonismo del mondo del precariato.

A chi, come noi, vorrebbe che la Francia fosse qui, spetta il compito di sviluppare una battaglia al tempo stesso politica e sociale perché il tema della precarietà, e del suo abbattimento, sia davvero al centro dell’agenda dei prossimi mesi. Battaglia sociale, in primo luogo, per riconnettere quanto la precarietà divide, per tessere legami e nuove solidarietà tra precari e lavoratori a tempo indeterminato, per rilanciare una nuova stagione di lotte per i diritti che veda scendere in campo quella nuova generazione che, anche da noi, comincia a vedere il proprio futuro tutto all’insegna dell’incertezza. Il movimento dell’autunno scorso nelle università italiane, in fondo, parlava proprio di questo anche se gli studenti sono rimasti soli nel denunciare la propria condizione di “precari in formazione”. Battaglia politica, inoltre, perché se la Francia dice qualcosa è che non si esce dalla precarietà senza rimettere in discussione l’impianto stesso delle politiche liberiste e che lo spazio della sinistra alternativa è quello disegnato dal no al referendum sulla Costituzione europea. Una sinistra alternativa che, qui da noi, deve rimettere in discussione l’intera filosofia che ha prodotto più di un decennio di progressiva erosione dei diritti dei lavoratori, uscire definitivamente dall’idea della concertazione, e cominciare a rivendicare la necessità di nuove “rigidità” nel mercato del lavoro, uscendo dall’ambiguità (che va per la maggiore proprio nel centrosinistra) di una flessibilità buona contro una precarietà cattiva. Una sinistra alternativa che pensi che i diritti non sono negoziabili e indisponibile a ripercorrere errori del passato. Il programma dell’Unione chiede il “superamento” della legge 30; per battere davvero la precarietà non solo è necessaria l’abrogazione di quella legge ma va rimesso in discussione lo stesso pacchetto Treu.