Perché è sbagliato evocare sempre la Shoah

La guerra in Libano e a Gaza, la paralisi dell’Onu, l’inconsistenza e l’incapacità di reagire dei governi europei, la situazione del movimento per la pace – non facile dopo gli ultimi accadimenti e non certo aiutato dal periodo di vacanze – contribuiscono al senso di impotenza e di frustrazione di chi vorrebbe una risposta forte e determinata, magari una grande mobilitazione e centinaia di migliaia di persone in piazza per fermare l’orrore cui stiamo assistendo. Il contesto non aiuta, ma ritengo necessario adoperarsi perché questo non produca una sorta di stato confusionale, nel quale si rischia di perdere di vista semplici concetti che a mio avviso dovrebbero essere scontati.
È sbagliato confondere tra loro ebrei, Israele, il popolo israeliano e le scelte del suo governo. Sbaglia chiunque alimenti questa confusione, a partire dalle comunità ebraiche in Italia, il cui compito dovrebbe essere di rappresentare esigenze e diritti di una minoranza culturale e religiosa in Italia, non le scelte politiche di un governo straniero.
È sbagliato individuare nei luoghi di culto dell’ebraismo sedi in cui manifestare opinioni sulla politica del governo israeliano, sia a favore che contrarie. Le sinagoghe sono luoghi di tutti gli ebrei, di quelli che si schierano con Israele, di quelli che fanno l’opposto e di quelli che pensano ad altro. Sono luoghi che in qualche modo appartengono anche agli ebrei che non hanno alcuna voglia di andarci. Non sono comunque sedi di rappresentanza di Israele. Anche di questo farebbero bene a ricordarsi le comunità per prime.
Ingenerare confusione rispetto a questi concetti alimenta l’antisemitismo. L’antisemitismo c’è, sia a destra che a sinistra. È una manifestazione di razzismo e per questo è odioso. Le accuse strumentali di antisemitismo, la sua continua evocazione – spesso a sproposito – non aiutano, anzi, fanno crescere l’indifferenza ed il risentimento.
Evocare la Shoah per legittimare la politica del governo israeliano è sbagliato e controproducente. Rischia di banalizzare il dramma del popolo ebraico, aiuta quei meccanismi di rimozione o addirittura di negazione, che per le persone democratiche e di sinistra dovrebbe essere prioritario combattere. Parlare continuamente di «ricatto dell’antisemitismo» ha esattamente lo stesso effetto. L’unica cosa utile a rimandare al mittente le accuse di antisemitismo, strumentali o meno che siano, è il non essere antisemiti. Altri modi non ci sono. Non ha senso dire «non sono antisemita, ma antisionista», salvo poi ritenersi legittimati a pronunciare qualsiasi tipo luogo comune e di bestialità. Eppure succede, e succede anche spesso.
Evocare continuamente la Shoah è sbagliato anche per rivolgersi agli ebrei (o ad altri) per chiedere di condannare la politica del governo israeliano. La Shoah è un’altra cosa. È un dramma che ha colpito il popolo ebraico, ma che pesa su tutta l’umanità, semplicemente perché c’è stata e perché non deve ripetersi mai più. È questo l’insegnamento che ne dobbiamo trarre. Ebrei e non ebrei. Per opporsi all’ingiustizia, ai massacri, agli stermini, non servono paragoni, né tanto meno oscene contabilità.
La necessità del rispetto della legalità internazionale non si può applicare a geometria variabile. Le convenzioni internazionali e le risoluzioni dell’Onu vanno rispettate, anche perché l’incuranza rispetto a continue e reiterate violazioni svuotano e depotenziano le une e le altre.
Ciò non comporta solo il proliferare ed il diffondersi delle guerre, ma anche il fatto che se non si impone così il diritto dei popoli all’autodeterminazione e a vivere in pace in un proprio stato (sacrosanto diritto che deve applicarsi anche al popolo palestinese); da ultimo proprio questo potrebbe mettere realmente in discussione il diritto di Israele (altrettanto legittimo) ad esistere. Per altro, uno stato nato per una decisione delle Nazioni unite, dovrebbe essere il primo a rispettarle e non quello che le ignora nel modo più plateale, sistematico e cruento possibile.
Il dovere di opporsi alla guerra è di tutti coloro che credono nella pace, che sia necessario far tacere le armi e far parlare la politica. Non c’è chi rispetto a questo ha più obblighi o più efficacia di altri. Come sempre conta solo la determinazione e la chiarezza degli obiettivi sui quali ci si mobilita.
In base a questi pochi e semplici concetti non sarei andata a manifestare davanti alla sinagoga di Roma. Andrò invece al presidio davanti a Palazzo Chigi.
Non ci vado perché sono ebrea. Ci vado perché sono contraria alla guerra, a questa e ad altre. Ci vado perché cessino i massacri in Libano, a Gaza, in Iraq, in Afghanistan, in qualunque posto al mondo. Ci vado perché voglio un mondo diverso in cui ci sia pace e giustizia. Ci vado come semplice militante, che di partecipare a questa manifestazione non ha più dovere di altri, né di meno e la presenza mia e di altri della mia religione, non ha né più efficacia di quella di altri, né di meno.
Quello che serve è essere tante e tanti, a partire da chi lancia appelli a destra e a manca perché nessuno fa niente o perché se qualcuno fa qualcosa, potrebbe essere accusato di questo o di quello. A partire da chi come me, a forza di sentirsi tirare la giacca, sta diventando insofferente. A partire da chi preferirebbe partire, o semplicemente starsene a casa. Ci vado perché è necessario. Ci vado e basta.