Perché crediamo che nel partito sia in atto un’emergenza democratica che impone un radicale cambiame

Diceva Lenin che, se un gruppo dirigente si circonda solo di compagni che sanno sempre e solo dire di sì, emarginando coloro che ragionano con la propria testa ed esprimono posizioni critiche, è sicuro che quel gruppo dirigente porterà il partito alla rovina.
Non vorremmo che questo fosse il caso dell’attuale gruppo dirigente di Rifondazione comunista.
Il modo in cui il partito è stato gestito da alcuni mesi a questa parte ci fa seriamente interrogare su dove possa condurre la deriva dirigistica e antidemocratica imboccata dal gruppo dirigente e su quale sia il futuro che si prospetta per una forza politica costruita con la dedizione, l’intelligenza, l’abnegazione, il sacrificio di miglia di compagne e compagni.
Da tempo, decisioni che riguardano non questioni secondarie o di ordinaria amministrazione, ma questioni che concernono scelte politiche di fondo della politica del partito, vengono prese neanche nel gruppo dirigente di maggioranza ma in una sua cerchia ristretta, escludendo, e pertanto demotivando dalle ragioni stesse della loro militanza politica, gli iscritti e gli organismi periferici.
Ciò è avvenuto su alcune questioni cruciali dell’azione del governo Prodi, come, ad esempio, l’ultima Finanziaria, cui il nostro partito ha dato il proprio voto favorevole nonostante non fosse stata in essa accolta nessuna delle nostre richieste a vantaggio di salari a pensioni. E’, poi, avvenuto in occasione delle consultazioni di Marini sulla formazione di un governo per le riforme elettorali, cui il nostro partito ha dato il proprio assenso senza alcuna discussione preventiva negli organismi dirigenti. E’, quindi, seguita tutta la vicenda relativa alla costituzione della lista unica della sinistra, con conseguente soppressione del simbolo del partito dalle liste elettorali, anche qui senza alcuna discussione democratica nel partito. E, infine, le decisioni verticistiche sulla composizione delle liste, prese senza una consultazione con le organizzazioni territoriali e con la gravissima esclusione di una importante componente del partito dalla futura rappresentanza parlamentare. Il tutto, in aperta violazione dello statuto del partito e in stridente contraddizione con le proclamate intenzioni di voler dar vita a una sinistra unitaria e plurale.
La Sinistra Arcobaleno contraddice se stessa nel suo stesso atto di nascita e si costituisce su un palese atto di discriminazione politica, cancellando un’area politica e culturale che rappresenta il 10% di Rifondazione comunista.
E’ spettato al compagno Ferrara il poco invidiabile compito di illustrarne le ragioni: «Noi pensiamo che quei compagni che non sono d’accordo con la linea espressa dalla maggioranza del partito, ma che collaborano in maniera dialettica (sic!) alla vita del partito, debbano avere una legittima rappresentanza dentro la scelta che facciamo. Penso, invece, che quelle compagne/i che non svolgono quel ruolo fondamentale di minoranza, ma piuttosto si esercitano in una effettiva opposizione (!?!)… non possano rappresentare il partito nella compagine parlamentare». Davvero una singolare lezione di democrazia! Come dire: il dissenso è ammesso, purché non disturbi il manovratore. In sostanza, si dividono le minoranze in “buone” e “cattive”. La minoranza buona è quella di sua maestà, quella subalterna. La minoranza cattiva è quella che si oppone, senza calcoli opportunistici e di sopravvivenza, ad una linea che non condivide. Si finge di ignorare che una minoranza, se è tale, non può essere che di opposizione. La teorizzazione di una minoranza ingabbiata entro i limiti politici decisi arbitrariamente dalla maggioranza non è altro che un orrore antidemocratico.
In realtà le motivazioni addotte a sostegno dell’esclusione delle compagne e compagni dell’Ernesto sono talmente strumentali e così insostenibili dal punto di vista democratico, da aver sucitato reazioni negative in alcuni stessi compagni della maggioranza, come quella della compagna Donatella Linguiti, che nel suo intervento al Cpn ha criticato aspramente su questo punto il compagno Ferrara. «Non credo – ha detto – che noi possiamo pensare che ci sono i nemici interni nel partito. Su questo credo che facciamo un errore. Credo che, se la casa della sinistra è una casa aperta e di tutti, deve contemplare anche la possibilità di ospitare chi la pensi nel modo opposto al mio su tante questioni».
Dello stesso tenore l’intervento del principale esponente dell’area di Essere Comunisti, Claudio Grassi: «Nel momento in cui si agisce il proprio dissenso nel rispetto delle regole comuni che ci siamo dati, ritengo che esso debba avere pari cittadinanza in tutti i luoghi dove il partito è rappresentato». La posizione espressa dal compagno Ferrara, oltre che gravissimo sul piano della concezione della democrazia interna al partito, sembra ignorare che, sul piano territoriale, l’area dell’Ernesto dirige, insieme ad altre componenti, intere grandi federazioni, per non parlare di tanti circoli.
Ma, fatto ancora più grave, l’affermazione di Ferrara e la decisione della maggioranza di far propria quell’affermazione violano una serie di articoli dello statuto posti a difesa e garanzia del pluralismo e della democrazia nel partito. In particolare, esse violano l’artico lo 3 («l’intera vita interna del Prc e l’intero tessuto delle sue relazioni interne sono orientati alla libertà e alla democrazia, per cui ogni iscritta/o ha il diritto di esprimere anche esternamente le proprie opinioni politiche»), l’articolo 5 («garantire la libera espressione di tutte le opinioni»), l’articolo 7 («il libero dibattito e la pluralità delle posizioni rappresentano l’essenza della vita democratica del partito»), l’articolo 8 («le pluralità delle opinioni possono esprimersi liberamente e in modo trasparente attraverso diverse forme di aggregazioni e tendenze»), l’articolo 57 («nel rispetto del vincolo di maggioranza sulle alleanze e le scelte politiche approvate dagli organismi dirigenti, nelle cariche elettive vanno valorizzate le pluralità delle esperienze e delle soggettività interne al partito»).
C’è, dunque, nel partito un’emergenza democratica, che impone la necessità di un radicale cambiamento di rotta, E’ necessario ascoltare e consultare gli iscritti e le iscritte, praticando nei fatti quella democrazia partecipata che si è voluta porre a fondamento della rifondazione comunista.
Se il partito diventa eterodiretto e le decisioni vengono prese nel rapporto tra vertici ristrettissimi delle varie forze della Sinistra Arcobaleno, la sopravvivenza e il futuro stesso del Prc, come forza autonoma e comunista, vengono messi a repentaglio.
*coordinamento nazionale Giovani Comunisti
**capogruppo Prc Regione Emilia-Romagna