Per uscire dal berlusconismo: difesa del lavoro e primato del pubblico

Preoccupa l’insistita invocazione di «nuove regole» con cui da più parti si ritiene di potere uscire dalla vicenda Unipol. Che cosa sottintende questo appello? In una battuta, l’idea che occorra separare la politica dall’economia. Più precisamente, l’idea che – come scrive Prodi – l’economia competa ai giocatori impegnati nella contesa sociale e che la politica debba limitarsi «ad indossare la maglia dell’arbitro». È la soluzione giusta? O non è proprio il contrario di quello che si dovrebbe fare?
Vediamo di capirci. A sinistra si è manifestato il timore che, unendosi al coro dei fustigatori del «collateralismo», la Margherita possa approfittare dell’“infortunio” occorso ai Ds lucrando consensi a loro danno. La cosa è ben probabile e di per sé seria, com’è serio il rischio che il pasticciaccio Unipol produca effetti nefasti sull’esito elettorale di aprile. Ma non sono questi, forse, gli aspetti più rilevanti. Ben più significative minacciano di essere le conseguenze che l’affaire Unipol rischia di produrre nella durevole configurazione politica dell’Unione.
I fatti di questi giorni sembrano determinare (o rivelare) l’accentuarsi della connotazione moderata (liberale) del partito rutelliano, e perciò il pericolo di un ulteriore spostamento al centro dell’asse dell’Unione (vanno in questo senso i rinnovati appelli ad accelerare la costruzione del partito democratico). Alla domanda: che cosa si deve fare per prevenire corruzione e scandali? Rutelli e i suoi rispondono senza mezzi termini: fare funzionare il mercato. Un «mercato trasparente» sarebbe la soluzione di tutti i mali. L’idea inossidabile è che il mercato si autoregoli, producendo esiti che, nel premiare il capitale produttivo, tutelerebbero gli interessi sociali (consumatori e collettività). Precisamente questo è il presupposto della metafora sportiva impiegata da Prodi (potenza del berlusconismo!): il padronato come puro attore economico e l’«economia di mercato» come contesa simmetrica tra giocatori dotati delle stesse chances di vittoria: uno schema in cui il «dirigismo» e lo «statalismo» figurano naturalmente come principali imputati.
Sappiamo che è un’ideologia. O per lo meno dovremmo saperlo, dopo l’abbuffata «neoliberista» che negli ultimi venticinque anni ha dato vita a una nuova razza padrona, a una inedita polarizzazione sociale e a una altrettanto estrema radicalizzazione della subordinazione e dello sfruttamento del lavoro. (A proposito: avrà mai qualcuno l’ardire di affermare che è questa la prima «questione morale»?) Con buona pace dell’ideologia liberista, le cose stanno come le descrisse, tra gli altri, Gramsci: dietro lo schema della non-ingerenza della politica nelle vicende economiche, il liberismo nasconde un programma politico funzionale a preservare il rapporto di produzione. Se non si è liberisti, si sa che di economia la politica si occupa inevitabilmente, perché senza politica non ci sarebbero né capitale né lavoro né, tanto meno, mercato. Se non si è liberisti, non si può dunque accettare la favola della separazione tra politica ed economia che, tra un lunch con Montezemolo e un briefing con De Benedetti, i politici liberisti hanno tutto l’interesse a propagare.
Che cosa ne discende nel nostro caso? Che sono inevitabili compromissioni e «collateralismi»? Il punto è un altro. Al di là della opportunità che una forza politica della sinistra tuteli attività produttive che prevedono (almeno in linea di principio) un trattamento meno penalizzante della forza-lavoro, il punto è che l’inevitabile occuparsi di economia da parte di un soggetto politico non strategicamente interessato a promuovere il capitalismo deve consistere nella difesa dell’antagonista del capitale, cioè nella promozione degli interessi del lavoro e nella tutela dei suoi diritti (una formula mite alla quale, in determinate condizioni, possono corrispondere il superamento della relazione capitale-lavoro e il sovvertimento del rapporto di produzione). Come ha opportunamente suggerito Paolo Ciofi, il rapporto (o il mancato rapporto) tra la sinistra e il lavoro è il punto all’ordine del giorno, la vera radice dei nodi venuti al pettine in questi giorni.
È questo un dato di fatto che ci pone dinanzi a una annosa questione storica. Alla base dell’affaire Unipol c’è il problema (o il dramma) di un partito (di una «sinistra») che si definisce solo in negativo: non è più movimento operaio e non è ancora (speriamo mai lo diventi) borghesia capitalistica. Questo è il risultato della sequenza Bolognina-dalemismo, che le vicende di questi giorni raccomandano di riconsiderare senza indulgenza. Uscire nella direzione giusta dalle attuali difficoltà impone di rovesciare la tendenza affermatasi dal 1989 in poi, non già subendo l’imperativo padronale di «separare» la sfera della politica dall’economia (cioè di lasciare il governo dell’economia al capitale), bensì rispondendo con una offensiva politica tesa ad instaurare un governo dell’economia in una prospettiva critica e di trasformazione.
Ciò significa una cosa molto elementare e già ben chiara ai Costituenti: imporre forme della produzione e della gestione delle risorse improntate alla difesa dei diritti del lavoro e al primato del pubblico (che oggi si traduce in due istanze fondamentali: stop alle privatizzazioni e restituzione al pubblico di beni e servizi di rilevanza collettiva; programmazione e direzione pubblica delle linee di sviluppo del Paese). Questa dovrebbe essere la risposta della sinistra al trionfo del privato (oligopoli e oligarchie) di cui l’affare Unipol-Consorte è soltanto l’ultima manifestazione: sempreché non si siano introiettate le ragioni dell’avversario al punto di dimenticare che il nostro problema non è tanto il malaffare (che, beninteso, è un problema), quanto il capitalismo come tale.
Difesa del lavoro e primato del pubblico dovrebbero stare al centro dell’agenda politica del centrosinistra, se ci si propone di uscire davvero dal berlusconismo. Le sortite di Rutelli non lasciano presagire tale sviluppo, ma questo è ovvio. Il guaio è che la stessa cosa vale anche per i vertici dei Ds. Al di là del baccano su Unipol e simili, il vero problema (come è facile evincere anche dal documento programmatico elaborato dall’Unione) sta qui.