Per una nuova scala mobile

Entrambi i candidati premier (pur con le ovvie differenze) hanno dato per scontato l’assioma della necessità di ridurre le imposte. Dunque di uno degli assi centrali del liberismo da più di 250 anni! Meno imposte significa minori e peggiori servizi, aprendo spazi a loro ulteriori privatizzazioni ed esternalizzazioni e, quindi, a nuova precarietà del lavoro e a bassi salari. Colpisce come i banchetti sulla proposta di una nuova scala mobile divengano immediatamente luogo di spontaneo dibattito, dove riemerge una visione del salario e della pensione non come “costi” da tagliare, ridurre, sacrificare per risanare l’economia o i conti pubblici, ma come diritto (tra l’altro sancito dalla Costituzione) a una vita dignitosa! Del resto la sconfitta della politica concertativa è evidente. Secondo i dati Ocse, i salari italiani sono scesi al 22 posto tra i 29 paesi più industrializzati, ma ciò non ha certo prodotto più efficienza dell’economia, infatti l’Italia è l’ultimo paese, tra i 29, quanto a variazione della produttività. Questa, infatti, non dipende dai bassi salari, ma dalla qualità e quantità degli investimenti produttivi. La quota dei profitti sul Pil, in Italia, è cresciuta più che in Germania, Francia e Spagna e, dal 1994, risulta maggiore che in questi paesi, ma, più che altrove, si sono tradotti in investimenti finanziari speculativi. Non parliamo poi dell’occupazione, che poi vuol dire precarietà! E anche questa vede il seme della sua esplosione nell’accordo concertativo del 1993.
Dare forza a questa campagna, con una grande mobilitazione e con la raccolta di centinaia di migliaia di firme in favore di una nuova scala mobile, significa dare corpo a un significativo elemento di controtendenza rispetto alla riproposizione di una nuova politica concertativa, e, in prospettiva, a un primo concreto tassello di una visione alternativa della politica economica. Si tratta di riproporre scelte espansive dell’economia. Questi 13 anni sono serviti anche a smantellare la credibilità, già molto scarsa, dei supposti danni provocati dalla scala mobile. Si diceva che essa produce inflazione. Falso! Infatti: gli adeguamenti salariali si verificano solo dopo un aumento dei prezzi, quindi la scala mobile è l’effetto e non la causa dell’inflazione; nell’industria, mediamente, il “costo” del lavoro rappresenta circa il 15% dei costi complessivi delle imprese e, quindi, un aumento dell’1% dei salari, potrebbe giustificare, al massimo, un aumento dei prezzi pari allo 0,15%. Ma, in Italia, il margine di profitto è più elevato che nella media europea e sarebbe del tutto possibile una sua riduzione senza squilibri nei bilanci aziendali. Non esiste nessun automatismo economico che determini un inevitabile aumento dei prezzi; la scala mobile potrebbe funzionare da deterrente rispetto all’aumento dei prezzi! La vicenda dell’euro è esemplare. In particolare nei settori non esposti alla concorrenza internazionale, ad esempio il commercio interno, il prezzo di molti prodotti di prima necessità è raddoppiato, senza la minima giustificazione. Se ci fosse stata la scala mobile, essa avrebbe costretto l’imprenditore a pagare l’aumento dei prezzi con un adeguamento dei salari e forse ciò lo avrebbe indotto a qualche riflessione! Infine, come mai negli anni in cui diminuivano sia i salari che i prezzi delle materie prime (a seguito della rivalutazione dell’euro rispetto al dollaro) non si è verificata una diminuzione dei prezzi? Ciò significa che le presunte “leggi economiche” cui ci si richiama per tagliare salari e pensioni valgono sono a senso unico, quindi non sono inesorabili come si vuole far credere.

Si diceva anche che la scala mobile penalizzava la capacità contrattuale. Falso! Infatti: la “concertazione” ha allungato di un anno la durata dei contratti, dividendoli in due bienni ai fini economici, ma col vincolo di stare dentro l'” inflazione programmata”. Di fatto ha sostituito i contratti alla scala mobile, salvo poi non recuperare neppure l’aumento dei prezzi. Ha sostituito a ciò che si otteneva automaticamente, qualcosa da ottenere con le lotte. Dove starebbe la maggiore contrattualità? Dopo l’abrogazione della scala mobile, i salari reali e i diritti dei lavoratori sono diminuiti, le condizioni di lavoro sono peggiorate e l’orario di fatto è aumentato. Negli anni ’60 e ’70, vigente la scala mobile, sono aumentati i salari reali e i diritti ed è diminuito l’orario di lavoro. Pare evidente, quindi, che la capacità contrattuale dipenda da ben altri fattori che dall’esistenza o meno di un meccanismo di scala mobile! Anzi, la sua esistenza dovrebbe favorire il rilancio della contrattazione.

*Responsabile regionale lavoro Prc Liguria