Per sconfiggere il Caimano non basta vincere le elezioni

Fino agli ultimi dieci minuti, il film scorre normalmente, intrecciando effetti comici, drammatici e sentimentali, sullo sfondo dell’ascesa (o discesa) politica di Berlusconi narrata attraverso documenti autentici di elevata qualità grottesca: così elevata che, forse per proteggere l’autostima degli italiani che l’hanno votato, non ci erano stati finora mostrati (il seguito al discorso sul kapò, al Parlamento europeo; la dottrina della parure in dono «alle signore» dei suoi collaboratori). Ma gli ultimi dieci minuti sono completamente un’altra storia.
Fino ad allora si narra di un produttore fallito che ha due progetti: un film politico su Berlusconi e un film in costume sul ritorno di Colombo dalle Americhe. Questo sarà realizzato, ma da altri (occasione per la magnifica scena del trasporto su strada della caravella). Di quello, egli riuscirà a girare un’unica scena, che è anche l’ultima scena del film di Moretti. Cambia tutto: il ritmo, le riprese, l’aura, gli attori. È ciò che resta impresso. Se fino a quel momento il personaggio Berlusconi veniva dipinto con i mezzi consueti delle domande senza risposte sull’origine della sua fortuna, delle allusioni alle sue connivenze e alla forza corruttrice del suo denaro o con l’esibizione dei tratti da imbonitore (a chi fosse in vena di angoscia e al diretto interessato, se lo si potesse raggiungere, consiglierei la lettura del racconto premonitore di Thomas Mann Mario e il Mago, storia del Cavalier Cipolla), a partire da quel momento si viene immersi in un discorso politico. Aggiungo: un discorso coerente, una teoria del potere. Non la solita battuta, la digressione, lo scherzo su questioni serie non trattenuto da un carattere esuberante e non controllato. Al contrario: è un’argomentazione dura sulla legittimità del potere e, ciò che più inquieta, è un’argomentazione dotata di una sua logica costringente. Non solo costringente nel senso di coerente, senza incrinature o concessioni, ma anche costringente nel senso che contiene un’imposizione tassativa all’azione fino alle sue ultime conseguenze. Questo è il nocciolo. L’inquadratura diventa frontale, la mimica del volto sparisce (con l’eccezione dell’ombra beffarda del faccia a faccia col pubblico ministero), la scena diventa monocroma e senza profondità, lo sguardo è fisso, diretto senza cedimenti sull’occhio della cinepresa, le parole sono sentenze. Capiamo di essere arrivati al punto.
Abbiamo sottovalutato come bizzarrie, esagerazioni, reazioni contingenti a difficoltà politiche e giudiziarie momentanee la citazione biblica dell’Unto del Signore, rovesciata nell’Unto del popolo; le minacce ai giudici affinché non si mettessero di traverso alla sua corsa politica, legittimata dal popolo; la pretesa di essere giudicato solo dal popolo o dai suoi «pari» («unti» anch’essi?); il legame simbolico stretto direttamente con «gli italiani» per mezzo di un «contratto» che apertamente ignorava il Parlamento. Abbiamo sottovalutato come esempio di sottocultura politica l’elogio dell’illegalità, il linguaggio grossolano e finto-colto, i gesti scurrili, le volgarità studiate a tavolino o dal sen fuggite, la ripetizione ossessiva di concetti semplici, banali e triviali, l’assenza pressoché totale di autoironia, di senso critico e di consapevolezza della complessità dei problemi. Abbiamo persino pensato che la televisione – il carattere infimo degli spettacoli d’intrattenimento, addirittura più che l’informazione politica – non avrebbe influito sul nostro carattere, non l’avrebbe corrotto. Abbiamo pensato che le leggi ad personam servissero a togliere lui e i suoi da guai momentanei e che, passato il momento, saremmo tornati alla normalità. Abbiamo pensato tutto questo e ora, ricapitolando gli anni passati, dobbiamo riconoscere che abbiamo sbagliato. Non è sottocultura; è un’altra cultura. Non è la difesa nelle difficoltà, è un sistema che, come tutti i sistemi, aspira a normalizzarsi. Non è democrazia ma è demagogia, un regime insidioso che si nasconde sotto apparenze ingannevoli. Il popolo che si vuole che sia non è quello che sceglie, che decide, che discute, che approva o disapprova, promuove o boccia i suoi rappresentanti. È invece il popolo non che agisce ma che reagisce, non si esprime da sé ma è «sondato», messo in movimento e aizzato al momento opportuno contro il nemico di turno, proprio come nell’ultima scena del film.
Quale che sia l’esito delle prossime elezioni, con questo rovesciamento avremo a che fare. Quando nel film qualcuno dice che «il berlusconismo» ha già vinto, perché è entrato nella testa della gente, è anche a questo che ci si deve riferire. Vincere le elezioni non significa affatto, di per sé, avere sconfitto la demagogia. Bisognerà ripensare da capo la democrazia.
Un’ultima osservazione. La democrazia, secondo la più classica delle definizioni, è quel sistema di governo che consente di cambiare i governanti nel più normale e pacifico dei modi: col voto. Le democrazie, appunto. E le demagogie, come ci insegna la storia che finiscono? Il pericolo maggiore è sempre stato nei loro ultimi dieci minuti. Per questo, il finale del film di Moretti è così efficace nel diffondere inquietudine: perché suona come un allarme.