Per Olmert la carta russa

Sono diventati quattro i coloni israeliani rimasti uccisi nell’attentato suicida palestinese di giovedì sera nei pressi dell’insediamento ebraico di Kedumin (ad ovest di Nablus), in Cisgiordania. La polizia ieri alle prime luci dell’alba ha scoperto un quarto cadavere. L’attacco, che in passato avrebbe scatenato una immediata reazione militare da parte di Israele, ha ricevuto invece meno attenzione dall’establishment politico impegnato nei primi negoziati informali per la formazione del nuovo esecutivo. Il leader di Kadima Ehud Olmert, riferiva ieri la stampa, vuole dare vita ad una coalizione di maggioranza al più presto, nel giro di pochi giorni e, soprattutto, guarda con favore alla partecipazione di Avigdor Lieberman, il leader di Israel Beitenu che importanti analisti politici e giornalisti israeliani non hanno esitato a descrivere come un «fascista». In una conversazione che si è svolta giovedì a porte chiuse e di cui ha riferito il quotidiano Ha’aretz, Olmert avrebbe detto che malgrado l’opposizione al piano di ritiro parziale dalla Cisgiordania, Lieberman appare un partner adatto, più affidabile e più facile di Eli Yishai e del suo Shas, il partito dei religiosi ortodossi sefarditi.
Sarebbe uno sviluppo di eccezionale gravità se si tiene conto che Lieberman sostiene il «trasferimento» di mezzo milione di cittadini arabi alla futura «entità palestinese» – quella che nascerà al termine del piano unilaterale annunciato da Olmert in campagna elettorale. Di fatto salderebbe l’unilateralismo del leader di Kadima al razzismo di Lieberman, confermando la tesi illustrata da Yoram Peri sullo Yedot Ahronot secondo cui l’obiettivo è: «Sì allo Stato di Palestina, No ai palestinesi». Lieberman non nasconde il suo desiderio di governare e quindi di imporre almeno in parte le sue idee, sostenute da una fetta considerevole di elettori israeliani. Potrebbe perciò fare concessioni ad Olmert. Non è escluso tuttavia che il futuro premier stia anche cercando di creare scompiglio in casa laburista, dove molti dirigenti non chiedono altro che di far parte del nuovo governo, e di mettere in difficoltà il segretario del partito Amir Peretz. Quest’ultimo continua a reclamare il ministero delle finanze – attraverso il quale intende svolgere la sua politica economica a favore della popolazione più povera e in difficoltà – che invece Olmert non vorrebbe cedere per non fare il gioco di Peretz. Contro il leader laburista si muove anche Shimon Peres che non ha ancora digerito la sconfitta subita lo scorso autunno alle primarie laburiste che lo convinse ad entrare in Kadima, appena fondato dal premier Ariel Sharon. I numeri darebbero ragione a chi ipotizza una coalizione con Kadima, laburisti, partito dei Pensionati e Meretz (61 seggi sui 120), ma Olmert sta studiando anche la possibilità di escludere i laburisti e di coinvolgere al loro posto Lieberman, Shas e Giudaismo unito della Torah, se questi partiti cesseranno l’opposizione al suo piano di separazione unilaterale dai palestinesi.
Nel frattempo il Likud, uscito pesantemente sconfitto dalle elezioni del 28 marzo, è in pieno caos. Il seggio in più attribuito al partito dopo il conteggio dei voti dei militari – da 11 a 12 deputati, quarta forza politica della Knesset – non ha migliorato il clima interno e il leader Benyamin Netanyahu è sempre più vicino alle dimissioni. Ieri durante una infuocata riunione dei vertici del partito, Netanyahu ha dovuto affrontare le critiche durissime dell’ex ministro degli esteri Silvan Shalom e dell’ex ministro dell’istruzione Limor Livnat che lo considerano responsabile della sconfitta e pretendono che ne paghi le conseguenze. Shalom nei prossimi giorni richiederà un’anticipazione delle primarie.