«Per Milosevic ombre sull’Aja»

A Miodrag Lekic, ex ambasciatore jugoslavoin Italia – del quale sta per uscire un importante saggio sulla politica estera occidentale ed italiana nella crisi del Kosovo dal 1998-1999 – abbiamo rivolto alcune domande dopo l’inchiesta dell’Aja.

Che giudizio dà della scomparsa di Milosevic e dei risultati dell’autopsia che negano validità sia alla tesi dell’avvelenamento che a quella del suicidio?

Sono stato ambasciatore jugoslavo prima, durante e anche dopo Milosevic. Si sa anche in Italia che non ero megafono del regime, quando le diplomazie occidentali non potevano vedere una politica di estremo nazionalismo ma, parallelamente, non potevano non vedere altri nazionalismi paralleli che a volte trovavano simpatie all’estero. Sicuramente alla fine non sarà giusto dare tutta la colpa a Milosevic e ai serbi per la tragedia dell’ex Jugoslavia. Così in questi giorni c’è chi lo accusa di tutto e chi invece lo esalta come patriota. Speriamo che si trovi un giudizio giusto. Anche sul piano internazionale. Bill Clinton ai tempi del trattato di Dayton lo definiva «costruttore e garante di pace in Bosnia», poi, quando Milosevic respinge gli accordi di Rambouillet, i leader fu incriminato per la guerra in Bosnia, dove era stato proclamato «garante della pace». Troppe contraddizioni che il tempo dovrà chiarire. Così in questi giorni c’è molta dietrologia, a Belgrado dicono che è stato assassinato e il procuratore Del Ponte ha perfino detto che si è suicidato. Eppure l’andamento del processo dimostrava che lui voleva vivere per difendersi. Sembra più credibile che sia morto perché non è stato curato e non è stata creduta la sua malattia. Restano comunque alcuni misteri. E una cosa certa e molto grave: alla vigilia della morte di Milosevic l’Aja ha autorizzato l’attività politica di un altro accusato per crimini di guerra, l’ex premier kosovaro-albanese Ramush Haradinaj. Due giustizie e dello stesso tribunale.

Lei ha detto che il processo non ha esaltato la verità, che c’era un’altra strada: una commissione di verità e giustizia com’è stato per il Sudafrica. E ha ricordato le parole di Alexas Gilas, figlio di Milovan Gilas, l’oppositore di Tito all’Herald Tribune: «Se Milosevic avesse accettato Rambouillet, poteva, come ha fatto Tudjman, curarsi la pressione alta nel migliore ospedale di Washington»?

Probabilmente all’inizio l’idea di utilizzare un tribunale internazionale aveva i suoi fondamenti. Un tribunale internazionale che avrebbe portato tutti i criminali ad una giustizia. Ma si sperava in un tribunale credibile, purtroppo già dall’inizio ci sono state solo ombre: come l’incriminazione di Milosevic il 27 maggio in piena guerra e di fronte a troppi «effetti collaterali». Poi la vicenda della malattia, con lo scarso peso sempre dato al caso e alla fine con la decisione parallela di non permettere una cura, fino al permesso di svolgere attività poltiche per l’accusa di crimini Ramush Haradinaj. Ho avuto la possibilità in questo periodo di interloquire con l’ex presidente del Tribunale dell’Aja Antonio Cassese e lui stesso parla apertamente di «ombre politiche» per questo tribunale. Come nel caso della non incriminazione della Nato per i bombardamenti sulla popolazione civile e le tante vitime provocate in 78 giorni di raid. Cassese sostiene che è mancato almeno un tentativo serio di vedere, di analizzare la questione degli obiettivi civili, ecc. Così il Tribunale dell’Aja non è stato imparziale e non ha provocato quella catarsi delle coscienze in tutti i Balcani che era necessario aspettarsi.

Nei Balcani la storia non passa. C’è il rischio che questa morte rilanci il vittimismo del nazionalismo, anche serbo, e che Milosevic si trasformi in un eroe?

Si è aperta una nuova ferita per una estrema complessità dei problemi dei Balcani . Impossibile ridurre tutto a Milosevic come voleva il Tribunale, al punto che Milosevic ha acquistato simpatie nell’opinione pubblica serba dopo che è stato portato all’Aja. C’è oggettivamente la possibilità di un nuovo vittimismo alimentato dalla sensazione di reale isolamento, di vivere una ingiustizia, di essere sempre sotto pressione colpevoli di tutto, di dover consegnare altri incriminati mentre altri criminali vengono sostenuti dall’Occidente. In Serbia rimane una situazione molto pesante, per le autorità e per la popolazione. Certo dovranno esserci nuovi dolorosi compromessi, ma bisogna uscire dai diktat umilianti e dalle presioni indiscriminate. Si ha l’impressione a Belgrado che la Serbia rimanga il colpevole di turno e che deve pagare per tutti. E questo è un pericolo per la stabilità in Serbia e nella regione, un potenziale boomerang che aiuta l’estrema destra e i nazionalisti balcanici.